VOCABOLARIO LITURGICO

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ABACO Piccolo tavolo che deve essere collocato vicino all'altare,
dalla parte dell'Epistola, discosto, se possibile, dal muro, per
posarvi quanto occorre nella Messa.
Bibl.: R. Aigrain, Liturgia, Enc. populaire de connaissances liturgiques,
Parigi 1935, p. 223.
Enrico Dante
da Enciclopedia Cattolica, I,
Città del Vaticano, 1948, coll. 3-4
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ACQUA SANTA È il sacramentale più comune della liturgia cattolica. Quanto all'uso liturgico, occorre distinguere fra l'a. che oggi serve esclusivamente per conferire il battesimo, preparata alla vigilia di Pasqua e di Pentecoste con l'infusione dell'olio dei catecumeni e del crisma (a. battesimale), e l'a. semplicemente benedetta (a. santa), di cui si serve comunemente la Chiesa confezionandolo con una miscela di sale mentre di recitano apposite preghiere.
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AD LIBITUM Espressione che in liturgia ha diversi usi: 1. si riferisce al libero uso di certe Collette; 2. musicalmente all'uso di canti recitativi individuali (toni di Orazioni, Epistole, Vangeli) o collettivi (toni comuni dell'Ordinarium Missae)
Gregorio M. Suñol
da Enciclopedia Cattolica, I, Città del Vaticano, 1948, col. 309
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AD MULTOS ANNOS Saluto e augurio di lunga vita che il vescovo consacrato rivolge al suo consacrante al termine della funzione della consacrazione.
Silverio Mattei
da Enciclopedia Cattolica, I, Città del Vaticano, 1948, col. 311
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AGENDA Parola latina che significa "quello che si deve fare". In principio era usata in liturgia per indicare il Canone della Messa e anche tutta la Messa. In seguito indicò il complesso dell'ufficio e delle preci dei defunti. Vennero poi chiamate così anche le raccolte di preghiere e cerimonie per l'amministrazione dei sacramenti.
Silverio Mattei
da Enciclopedia Cattolica, I, Città del Vaticano, 1948, col. 445
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AGNUS DEI Formola liturgica introdotta nella Messa da Sergio I papa, seguendo un antico uso dei greci, con diretta allusione all'espressione di Giovanni Battista (Gv 1, 29). Esso si doveva cantare con la risposta:
Miserere nobis, ripetuta più volte durante la solenne frazione del pane consacrato. Poiché questa solennità nel secolo XI si ridusse al solo celebrante, il canto fu limitato a tre invocazioni, la terza con la risposta:
Dona nobis pacem.
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ALBA Vedi
CAMICE
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ALCUINO Consigliere di Carlomagno, nato in Northumbria verso il 735, morto a Tours il 19 maggio 804. Opere liturgiche principali: edizione critica del
Sacramentario Gregoriano, Liber Sacramentorum, De Baptismi caeremoniis, lettere a Carlomagno sull'aggiunta delle tre settimane alla Quaresima (Ep. 80 e 81),
invocatio alla S.ma Trinità.
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ALLELUIA Acclamazione religiosa ebraica ("Lodate il Signore"), passata nella liturgia cristiana. Nel campo strettamente liturgico l'alleluia fu scelto come espressione rituale di giubilo cristiano che prorompe nella solennità della Pasqua e da questa si riverbera su tutte le altre feste dell'anno. Nella Chiesa romana sotto san Gregorio Magno introdusse l'alleluia in tutte le messe dell'anno, escluso il tempo di Quaresima e l'officiatura dei morti.
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ALMUZIA
 Forma di cappuccio unito a una mantelletta, la cui parte posteriore era più lunga dell'anteriore, che costituiva nel medioevo l'abito corale di alcuni canonici. È ancora il distintivo corale dei canonici di alcune cattedrali e collegiate, ma la sua forma è differente dalla primitiva e varia nei diversi paesi.
Bibl.: J. Braun, Liturgische Gewandung in Occident und Orient, Friburgo in Br. 1907, p. 335; Id.,
I paramenti sacri. Loro uso, storia e simbolismo, vers. it., Torino 1914, p. 161.
Silverio Mattei
da Enciclopedia Cattolica, I, Città del Vaticano, 1948, coll. 914-915
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ALTARE Superficie piana orizzontale, elevata da terra, destinata al sacrificio. Nella disciplina attuale l'altare è
fisso o mobile.
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AMA Vedi
AMPOLLA
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AMALARIO DI METZ (Amalarius, Amalharius) Teologo e liturgista medievale, sulla cui vita si hanno pochi e discussi dati storici. Sembra sia nato a Metz tra il 770 e il 775, morto ivi il 29 aprile, tra l'850 e l'853. Opere principali:
Liber Officalis, detto anche De Ecclesiasticis Officiis
(ultima ed. in 4 libri verso l'832), De Ordine Antiphonarii (dopo l'844), varie
Expositiones della messa, l'Epistolario.
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AMITTO Indumento sacro di tela (m. 0,70 X 0,80 ca.), da porsi intorno al collo e sulle spalle, munito di fettucce per legarne i capi al petto.
Bibl.: G. Bona, De rebus liturgicis. Parigi 1672, p. 226; J. Braun,
I paramenti sacri, Torino 1924, p. 56: M. Righetti,
Storia Liturgica, I, Milano 1945, p. 474 sg.
Enrico Dante
da Enciclopedia Cattolica, I, Città del Vaticano, 1948, coll. 1076-1077
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AMPOLLA Vasetto a collo sottile e corpo di varia forma, destinato a contenere il vino e l'acqua per la Messa e gli oli santi.
Enrico Dante
da Enciclopedia Cattolica, I, Città del Vaticano, 1948, coll. 1113-1114
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ANELLO Non si può determinare con certezza quando l'a. assunse nella Chiesa il significato di autorità, di dignità e di preminenza che lo fece riservare ai soli prelati e vietare al semplice clero: tanto più che non è facile, dai documenti che abbiamo, distinguere sempre l'a. sigillare dall'a. di dignità. Certo è che alla fine del sec. VI già si aveva, nella .cerimonia della consacrazione dei vescovi, la formola per la benedizione e la consegna dell'a. episcopale, come leggiamo nel Pontificale di Salisburgo, ca. l'anno 600. Il can. 28 del Concilio IV di Toledo (633) enumera l'a. fra le insegne del vescovo; ed i pontificali dei secoli seguenti stabiliscono che l'a. deve portarsi nel dito anulare della mano destra, e che si deve dare al consacrando prima del pastorale. Riservato così l'a. ai soli prelati, secondo le loro varie dignità, si ebbero vari a., di cui si dà una breve enumerazione.1. GLI A. DEL SOMMO PONTEFICE. - Il Papa ha tre a. distinti : l'a. (v.
sotto) del Pescatore (piscatorio), l'a, pontificale, l'a. ordinario.
A. pontificale. - È simile all'a. che prendono i vescovi quando pontificano, ma è molto più ricco. Il Pontefice lo riceve dal cardinal vescovo assistente secondo le cerimonie proprie della Messa papale.
A. ordinario. - Come i vescovi, il Papa porta abitualmente l'a. alla mano destra. Il Venerdì Santo per la Messa dei presantificati il Papa si reca in cappella senza a. in dito e senza dare la benedizione: ciò deve anche osservarsi da tutti quelli che ne hanno l'uso, in segno di lutto per la morte del Signore.
2. A. CARDINALIZIO. - È quello che i cardinali ricevono nel concistoro segreto, come distintivo della loro dignità, quando il Papa assegna ad essi i titoli delle chiese. Consiste in un cerchio d'oro con uno zaffiro sotto la cui legatura vi è in smalto lo stemma del Pontefice. Non se ne conosce l'origine, ma già si trova menzionato nel sec. XII.
3. A. VESCOVILE. - I vescovi hanno due a.: quello pontificale, per le funzioni solenni; e quello ordinario, che consiste in un cerchio d'oro con pietra circondata di brillanti.
Sono concessi 50 giorni di indulgenza (S. Uff., 18 apr. 1909) a chi bacia l'a. di un cardinale o di un vescovo.
4. A. DEGLI ABATI e PRELATI "NULLIUS". - Il can. 325 del CIC concede agli abati
nullius il privilegio di portare ovunque un a. con unica gemma, che viene dato ad essi, come anche agli altri abati regolari, nella solenne benedizione che ricevono. Si crede che la prima concessione risalga alla fine del sec. X.
5. A. DEI PRELATI INFERIORI. - Il motu proprio Inter multiplices di Pio X (25 febbr. 1905) regola in maniera definitiva l'uso dell'a. per protonotari apostolici. Solo i protonotari partecipanti possono ovunque e sempre portare l'a. con unica gemma: i soprannumerari e quelli
ad instar participantium possono usare l'a. nelle sole funzioni pontificali. I protonotari onorari non hanno l'uso dell'a.
Il CIC (can. 136, § 2) vieta l'uso dell'a. a tutti i chierici che non ne abbiano per legge o per indulto apostolico il privilegio. L'indulto apostolico è, in ogni caso, necessario per portare l'a. durante la celebrazione della Messa, a meno che non si tratti di un cardinale, di un vescovo o di un abate benedetto (can. 811, § 2).
6. A. DEI DOTTORI. - Eugenio III, che istituì i gradi accademici, concesse ai dottori ritualmente creati l'uso dell'a. con una sola gemma. Analoga disposizione si trova nel can. 1378 del CIC.
7. A. NUZIALE. - Si dà dallo sposo alla sposa nell'atto della celebrazione del matrimonio, e viene benedetto per la mistica significazione che deve avere: segno del mutuo amore e pegno di indissolubile unione. Il suo uso passò nella liturgia cristiana dall'antichità romana.
Bibl..: F. Liceti, De annulis antiquis, II ed., Udine 1645: J.-A, Martigny,
Des anneaux chez les premiers chrétiens et de l'anneau épiscopal en particulier, Mâcon 1858; M. Deloche,
Le port des anneaux dans l'antiquité romaine et les premiers siécles du Moyen-âge, in
Mém. Acad. Inscript, 35 (Parigi 1896).
Enrico Dante
A. DEL PESCATORE. -
È usato come sigillo nei brevi pontifici, di cui costituisce una delle principali caratteristiche, e in altri atti redatti dai segretari apostolici, come le cedole e le sentenze concistoriali. Il nome deriva dalla figura dell'impronta, che rappresenta s. Pietro pescatore.
La sua origine si ricollega con l'origine stessa dei brevi. La prima menzione si trova in due lettere di Clemente IV del 1265 e del 1266 (Potthast 19051 e 19380) come sigillo segreto usato nelle lettere di carattere privato in luogo della bolla plumbea, che era il sigillo ufficiale e solenne. Il primo esemplare è costituito da un siigillo di Niccolò III (1277-80) in cera rossa, di forma ovale, alto circa cm. 2,5, appeso ad un reliquiario del Sancta Sanctorum al Laterano, ora conservato nel Museo Sacro della biblioteca Vaticana: in esso si scorge un giovane imberbe in piedi, che sorregge una canna da pesca con un pesce all'estremità della lenza, ed intorno si legge: † SECRETUM NICOLAI PP. III.
Tuttavia fino al pontificato di Niccolò V il sigillo segreto non portò sempre la figura del pescatore: l'a. d'oro dell'antipapa Clemente VII (1378-94) conservato pure al Vaticano, porta il suo stemma sormontato dalla tiara e dalle chiavi; e il sigillo di Eugenio IV (1431-47) usato in alcuni brevi presenta le teste dei Principi degli Apostoli ("anulus capitum Principum Apostolorum"). Nei brevi di Bonifacio IX (1389-1404) l'a. piscatorio c detto "anulus fluctuantis naviculae".
Con Niccolò V (5447-55) il tipo divenne costante: ovale impresso su cera rossa, alto circa 2 cm., con la figura di s. Pietro chino nella navicella in atto di tirare la rete, e nel cielo il nome del Papa seguito dal numero ordinale. Intorno alla cera (tranne nella parte inferiore) era attaccata una treccia di pergamena per proteggere il sigillo dallo strofinio. Nel 1842 il sigillo di cera aderente è stato sostituito da un timbro rosso rotondo, che conserva la rappresentazione dell'a. piscatorio.
Bibl.: K. A. Fink, Untersuchungen über die päpstlichen Breven des 15. Jahrhunderts, in
Römische Quartalschrift, 43 (1935), p. 80 sgg., dove è riportata la bibliografia precedente, tra cui v. specialmente F. Cancellieri,
Notizie sopra l'origine e l'uso dell'a. piscatorio, Roma 1828; Ed. Watterton,
On the "Annulus piscatoris" or Ring of the Fisherman, in Archaeologia, 40 (1866), pp. 138-42.
Giulio Battelli
A. NELL'ARTE. - All'avvento del cristianesimo i simboli c le figurazioni pagane che ornavano il sigillo cedono il posto ad altre di soggetto sacro che sono in stretto rapporto con il repertorio iconografico delle catacombe; nella massima parte degli esemplari - interessante per varietà di tipi la raccolta del British Museum di Londra - l'esecuzione è piuttosto sommaria e rozza. L'a. del vescovo trae origine dalla necessità che egli aveva di apporre il proprio sigillo ad atti ufficiali; in processo di tempo acquista il significato di suggello della vera fede e diviene simbolo di unione fra il pastore e la sua diocesi. Già nel sec. VII era in Spagna un normale attributo vescovile e tale divenne in Francia nel IX e poco più tardi in tutte le altre regioni dell'Occidente. In relazione col nuovo significato e col diverso orientamento del gusto, al sigillo inciso si sostituì di regola il castone con una pietra colorata talvolta incisa; non di rado vennero usati anche cammei o pietre lavorate dell'antichità pagana. Durante il Rinascimento l'a. raggiunge un elevato grado di arte anche per l'unione di varie tecniche come il niello e lo smalto; più massiccio nel castone appare durante l'età barocca. Merita particolare menzione l'a. piscatorio la cui forma è invariata almeno dal sec. XV; è un a. generalmente di bronzo dorato con cristallo di rocca inciso con la rappresentazione della navicella e il nome del Pontefice che di esso si serve per apporre il sigillo ai brevi; subito dopo la morte viene distrutto.
Bibl.: E. Molinier, Histoire générale de l'art appliqué à l'industrie, I, Parigi 1902 ; H. Leclerq, s. v. in DACL. I, coll. 21742223; O. M. Dalton,
Catalogue of the Early Christian Antiquities in the British Museum, Londra 1911, pp. 1-33.
Guglielmo Matthiae
da Enciclopedia Cattolica, I, Città del Vaticano, 1948, coll. 1217-1220
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ANNO LITURGICO È la serie delle feste e dei tempi festivi della Chiesa, e ha avuto inizio ed evoluzione indipendentemente dall'anno civile. Ha inizio la prima domenica dell'Avvento, che cade sempre negli ultimi di novembre o i primi di dicembre. Nell'anno liturgico si contano le settimane, in numero di 52, a somiglianza della settimana creatrice di Dio. Il settimo giorno si chiama "giorno del Signore",
dies dominica, mentre gli altri prendono il nome dal posto che hanno nella settimana:
secunda, feria tertia, quarta, quinta, sexta, sabbatum, e incominciano la sera precedente. La domenica corrisponde alla feria prima, perché presso gli ebrei il sabato era il giorno del Signore. Le settimane, a loro volta, si riuniscono per formare i
tempi, che costituiscono dei cicli, intorno ai quali si raggruppano. I due principali sono quelli di Pasqua e di Natale. Nel "calendario liturgico" attuale l'anno consta del
Temporale, che si sviluppa secondo il ciclo pasquale con le sue feste mobili, e del
Santorale, che segue il calendario civile, con le feste nei giorni fissi.
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ANTEPENDIUM Vedi
PALLIOTTO
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ANTIFONA Da
Antiphoné = canto alternato fra due cori. È una breve formola, composta da una o più frasi, che mette in risalto il siginificato del salmo: è come una chiave per l'interpretazione del salmo stesso, dal quale quasi sempre è tolta, e ne indica il pensiero principale. A volte illustra il mistero che si celebra, come le antifone proprie delle feste o del
Commune Sanctorum, che sono brevi preghiere, lodi od invocazioni prese da passi scritturistici o composte
ex novo.
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ANTIFONARIO Il nome deriva etimologicamente da antifona; oggi, però, per antifonario si intende il libro liturgico che contiene tutti i canti che servono per l'ufficio divino: quindi non solo antifone, ma anche inni, versetti, ecc.
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ANTIFONE O Il 17 dicembre nella liturgia romana incomincia al
Magnificat una serie di antifone speciali in preparazione alla festa di Natale. Si chiamano
Antiphonae Maiores, per ragione della particolare solennità con cui vengono cantate, oppure
Antiphonae O perché tutte cominciano con questa interiezione.
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ANTIMENSION
È l'altare portatile dei greci. La Chiesa latina col tempo adottò solamente altari portatili di pietra, mentre la Chiesa greca si servì del legno ed anche della stoffa, usando poi definitivamente solo questa. Oggi l'a. è comunemente un rettangolo (talvolta un quadrato) di m. 0,40 x 0,60, di seta o anche di tela, che porta cucita nella parte posteriore una piccola borsa con dentro reliquie, inclusevi dal vescovo nella consacrazione. Gli dette origine la necessità frequente di celebrare i divini misteri lontano dalle chiese, o nei luoghi privi di altari fissi; ma dati storici positivi si hanno soltanto nel sec. VIII e IX. Anticamente si usava solo quando l'altare non era consacrato; oggi invece si usa indifferentemente su tutti gli altari. Fuori della Messa, esso resta sull'altare piegato in quattro: il sacerdote nella celebrazione del divino sacrificio lo spiega a suo tempo secondo le prescrizioni rubricali. Ordinariamente viene consacrato durante la cerimonia della consacrazione della chiesa, quando il vescovo, lavato l'altare una seconda volta con il vino profumato o con l'acqua di rose, l'asciuga con gli a., e poi ripete la stessa azione dopo aver unto l'altare col sacro crisma. Gli a. così consacrati devono restare sull'altare finché non vi siano celebrate sette Messe. In caso di necessità possono consacrarsi anche in altri tempi dal vescovo o da un sacerdote a ciò delegato. Ai sacerdoti di altro rito è vietato celebrare la Messa sull'a. (can. 823, § 2).
Bibl.: S. Pétridès, s. v. in DACL, I, ii, coll. 2319-26; Id.,
L'Antimension, in Echos d'Orient, 3 (1899-1900), pp. 193-202; R. Souarn, Memento de théologie morale à l'usage des missionnaires
Parigi 1907, pp. 79-81.
Enrico Dante
da Enciclopedia Cattolica, I, Città del Vaticano, 1948, coll. 1451-1452
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APOLOGIA nella Messa Con questo nome si designavano nella liturgia antica alcune preghiere che il sacerdote recitava per implorare il perdono delle proprie colpe. Nella liturgia odierna è rimasto il
Confiteor al principio della Messa, quale avanzo di queste apologie.
Bibl.: E. Martène, De antiquis Ecclesiae ritibus, I, cap. 4, art. 11, Anversa 1773; F. E. Warren,
The Liturgy and Ritual of the Celtic Church, Oxford 1881, p. 230; F. Cabrol, s. v. in DACL, I, coll. 2591-2601.
Silverio Mattei
da Enciclopedia Cattolica, I, Città del Vaticano, 1948, col. 1669
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ARCANO, disciplina dell' Con l'espressione
disciplina arcani si suole designare, dal secolo XVII in poi, un uso vigente nella Chiesa antica, specialmente dal secolo III al V, di non parlare agli estranei dei riti sacri e dei dogmi della religione.
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ARREDI SACRI Sono gli oggetti che servono per il culto, specialmente quelli che più strettamente si riferiscono alla S.ma Eucaristia e servono sia per la persona del sacerdote (paramenti sacri) sia per la confezione e conservazione del S.mo Sacramento (vasi sacri), sia anche per ornare l'altare e la chiesa dove si celebra.
Ad imitazione di Cristo, che istituì il Sacramento eucaristico in una qualunque stanza, con vesti ed in vasi d'uso comune, i primi cristiani solevano celebrarlo senza apparato speciale ed in luoghi privi di particolare distinzione. Solo più tardi, quando la celebrazione eucaristica incominciò a rivestire carattere solenne, l'arredamento sacro acquistò i principali elementi liturgici odierni. Con le invasioni barbariche la vita romana subì una radicale trasformazione anche nel modo di vestire. Di qui il principio di quel distacco che gradualmente venne accentuandosi fra i laici e il clero, il quale ritenne le vesti antiche nella celebrazione dei sacri riti. Altrettanto si dica dei vasi sacri, la forma e la materia dei quali fu stabilita man mano da usi e prescrizioni particolari. Col medioevo si diffuse la tendenza ad una semplificazione nella forma dell'arredamento sacro. Ma l'arte del ricamo, del cesello e dell'intarsio fu sempre largamente profusa, specialmente nelle epoche in cui i grandi geni arricchivano le chiese di tanti mirabili capolavori, a far sì che quanto era necessario direttamente e indirettamente al servizio liturgico si distaccasse per ricchezza e squisita fattura dagli oggetti di uso comune.
La materia con cui si confezionano gli a. s. deve essere più o meno preziosa secondo che si trovi a più o meno diretto contatto con la S.ma Eucaristia. Così per le pianete, le tunicelle, il piviale, il velo omerale, è necessaria la seta; il lino o la canapa per il camice, il purificatoio, le palle, le tovaglie, gli amitti; l'oro e l'argento per il calice, la pisside, la patena, l'ostensorio. Per questi ultimi possono adoperarsi anche altri metalli; però la patena e l'interno della coppe del calice e della pisside devono essere dorati. Per i paramenti sacri è necessaria la benedizione, mentre per il calice e la patena occorre la consacrazione da parte del vescovo o di un altro sacerdote delegato. Per la conservazione degli a. s. esiste in ogni chiesa la sacrestia o altro luogo a ciò destinato; i più preziosi vengono talvolta custoditi in apposito tesoro. Più ampie notizie sotto le voci rispettive.
Bibl.: G. Braun, I paramenti sacri, Torino 1914; E. Roulin,
Linges, insignes et vêtements liturgiques, Parigi 1930.
Silverio Mattei
da Enciclopedia Cattolica, II, Città del Vaticano, 1949, col. 18
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ARUNDINE
 (dal lat.
arundo "canna"). Asta ornata e sormontata da tre candele disposte a triangolo, usata nella funzione del Sabato Santo. Dopo la benedizione del fuoco alla porta della chiesa, il diacono vi entra sorreggendo con la destra l'a., e canta tre volte il
Lumen Christi all'ingresso, a metà e vicino all'altare, alzando ogni volta il tono della voce e accendendo una delle tre candele. L'a. rimane poi a fianco dell'altare maggiore fino alla domenica in albis. Il rito trae forse la sua origine dall'uso esistente in Roma dove, il Giovedì Santo, verso nona, alla porta del Laterano si accendeva, con una scintilla tratta da pietra focaia, una candela posta su una canna; con essa poi si accendevano sette lampade e si iniziava la Messa (Ordo Rom. I, appendice 1, dell'evo carolino). La miniatura di un
Exsultet (Cod. Vat. lat. 3784, sec. XII) fa pensare che l'a. non fosse altro in origine che l'asta munita di una o più candele, adoperata per accendere il Cero pasquale. Comunque l'attuale cerimonia del
Lumen Christi compare solo nell'Ordo Rom. XII, 30 (fine sec. XII inizio sec. XIII)
Bibl.: Ordo Romanus I, appendice 1, n. 2 e
Ordo Romanus XII, 30: PL 78, 960, 1076; M. Righetti,
Storia liturgica, II, Milano 1946, p. 171.
Silverio Mattei
da Enciclopedia Cattolica, II, Città del Vaticano, 1948, col. 71
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"ASPERGES ME" Formola con cui si fanno le aspersioni rituali di acqua benedetta (v.
Aspersione). Non è facile decidere se l'uso della formola coincidesse sempre con quello dell'acqua. Nel sec. IX si usava certamente per l'aspersione sugli infermi (Teodulfo di Orléans [m. nel 815],
Capitulare alterum, 105, 220; Sinodo di Nantes can. 4, in Mansi, XI, 658, falsamente attribuito al 658). Probabilmente si usava anche nell'aspersione domenicale del popolo (nella quale forse ognuno si aspergeva senza essere asperso da altri), che Incmaro di Reims (Capitula Synod., I, 5: PL 125, 774) prescrive nell'852, mentre sembra che in principio l'aspersione dei luoghi e delle cose fosse fatta al canto dei salmi (S. Baluze,
Capit. Regum Francor., I, Parigi 1677, p. 903) o forse solo con la recita di collette. È conosciuto con certezza l'uso dell'A. al sec. XI nell'aspersione domenicale dalle
Consuetudines cassinesi dell'abate Oderisio (E. Martène,
De ant. Eccl. ritibus, ed. di Anversa 1738, lib. IV, p. 134).Nel tempo pasquale in suo luogo si canta
Vidi aquam, composizione ispirata ad Ez. 47, 1, con evidente allusione al Battesimo di cui la Pasqua celebra il ricordo. Nella processione pasquale vespertina dei neofiti, infatti, si cantava a Roma questa stessa antifona (Ordo Roman., I, cap. 13: PL 78, 966). Il senso battesimale, che nel medioevo subentrò al primitivo senso lustrale cd esorcistico del rito e della formola di aspersione, nonché il tradizionale uso di non cantare il salmo 50 durante il periodo pasquale, diedero forse motivo, più che la reminiscenza storica romana, all'introduzione del
Vidi aquam nello stesso periodo liturgico. Bibl.: A. Franz,
Die kirchlich. Benedictionen im Mittelalter, I, Friburgo in Br. 1909, p. 86 sgg.
Salvatore Marsili
da Enciclopedia Cattolica, II, Città del Vaticano, 1949, coll. 154-155
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ASPERSIONE È l'atto di spruzzare sulle persone o sulle cose l'acqua benedetta, di solito usando uno strumento di metallo o ramoscelli di alcune piante (v.
Aspersorio). L'acqua è stata sempre usata per la purificazione, donde il suo largo impiego nelle varie religioni (v.
Rito). Nessuna meraviglia, quindi, che anche le religioni rivelate si servissero di un tal rito per significare la purificazione del corpo.Nella Legge mosaica la purificazione con l'acqua si faceva in tre modi: per abluzione, per a. e per immersione. Nel libro dei Numeri (19) abbiamo una curiosa a. dell'acqua lustrale, mischiata alle ceneri di una vacca rossa. Nella festa dei Tabernacoli le lustrazioni erano più numerose. La religione cristiana ereditò dall'ebraica l'uso dell'acqua lustrale, e scelse nei libri sacri le preghiere e i canti che accompagnano ancor oggi il rito dell'a. Esso risale alla più remota antichità, e ne vediamo tracce negli Atti di Pietro, scritti verso il 200, e negli Atti di s. Tommaso, scritti verso il 232. Nel Sacramentario di Serapione, oltre la benedizione dell'acqua battesimale, vi sono varie formole per la benedizione dell'olio, dell'acqua e del pane. In Oriente, almeno dal sec. III, si ha l'uso liturgico dell'acqua benedetta per ottenere la guarigione dalle malattie e contro le tentazioni del demonio; in Occidente, invece, dobbiamo risalire alla metà del sec. VI per avere delle notizie certe. S. Agostino, infatti, s. Gregorio di Tours e s. Cesario di Arles tacciono su tale soggetto. Se ne parla nella lettera di papa Vigilio a Profuturo di Braga (538), nelle vite di s. Emiliano, di s. Mabo e di s. Vilfrido, nel
Liber Pontificalis, ove si accenna all'uso occidentale di mischiare il sale all'acqua nella benedizione. L'a. dell'acqua nelle domeniche, poi, rimonta ad Incmaro (sec. IX); e dalla liturgia gallicana è passata alla romana. Quanto al Battesimo per a. v.
Battesimo. Bibl.: G. Bona, Rerum lìturgicarum libri duo, II, Torino 1749, pp. 81-84; P. M. Paciandi,
De sacris christianorum balneis, Roma 1758; A. Gastoué,
L'eau bénite, son origine, son histoire, son usage, Parigi 1907.
Enrico Dante
da Enciclopedia Cattolica, II, Città del Vaticano, 1949, col. 155
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ASPERSORIO È uno strumento di argento, oro od altro metallo, che serve a spruzzare di acqua benedetta le persone e gli oggetti. Oltre le pile per l'acqua santa all'ingresso delle chiese, furono presto in uso dei vasi minori, portatili, per poter più facilmente eseguire le varie aspersioni richieste dalla liturgia. I primi cristiani le praticavano con ramoscelli d'issopo o di altre erbe profumate, come alloro, mirto, olivo. Nella forma oggi più usata, l'a. consiste in un'asta di metallo, terminante in una palla traforata, o in setole bianche. Il Pontificale romano prescrive l'a. d'issopo per la consacrazione o benedizione di chiese e di altari, e ciò in armonia alla formola di benedizione:
Asperges me hyssopo. Bibl.: Ordo Romanus I, appendice 1, n. 2 e
Ordo Romanus XII, 30: PL 78, 960, 1076; M. Righetti,
Storia liturgica, II, Milano 1946, p. 171.
Enrico Dante
da Enciclopedia Cattolica, II, Città del Vaticano, 1949, col. 155
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BACILE Grande piatto, per lo più in metallo, che serve per le varie abluzioni in uso nella liturgia. I vescovi usano un bacile con una brocca di argento e di metallo, anche altri prelati hanno tale privilegio.
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BACIO Nella liturgia cattolica è un gesto di uso frequente e riveste carattere di venerazione e omaggio, di affetto e unione fraterna, oppure di sudditanza. Si distingue il bacio delle persone (bacio di pace) e il bacio delle cose sacre.
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Baldeschi, Giuseppe Liturgista, della Congregazione della missione, n. a Ischia di Castro (Viterbo) il 1° luglio 1791, m. a Roma il 19 apr. 1849. Maestro delle cerimonie pontificie di Leone XII, scrisse una
Esposizione delle sacre cerimonie
(4 voll., Roma 1823), più volte ristampata e tradotta in francese e in tedesco, pregevole per la sua chiarezza.
Filippo Oppenheim
da Enciclopedia Cattolica, II, Città del Vaticano, 1949, col. 733
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BAUDRY (BAULDRY), MICHEL Liturgista, nato a Evron verso il 1585, morto nel 1660. Opere principali:
Manuale sacrarum caerimoniarum iuxta ritum sanctae Romanae ecclesiae
(Parigi, 1637).
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BENEDETTO, CANONICO Canonico di S. Pietro in Roma. Sappiamo di lui assai poco. Con il titolo di canonico e con quello di
Romanae Ecclesiae cantor egli si presenta nel Liber policitus
(scil. polyptycus) ad Guidonem de Castello. Il lavoro fu compiuto prima del settembre 1143 non poté essere scritto prima del 1140.
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BERNONE DI REICHENAU (Berno Augiensis) Da alcuni detto Bernardo; uomo politico, liturgista, musico, agiografo, oratore, poeta. Abate di Reichenau dal 1008 al 1048. Morto il 7 giugno 1048. Opere liturgiche principali:
De celebratione Adventus Domini, Dialogus de ieiuniis Quatuor Temporum, De officio Missae, De varia psalmorum atque cantorum modulatione, Tonarius, De consona Tonorum diversitate.
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BISHOP, EDMUND Liturgista inglese nato a Totnes il 17 maggio 1846, morto a Downside il 17 febbraio 1917.
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Bona, Giovanni Cardinale, dottissimo scrittore ascetico e storico-liturgico, nato a Pian della Valle presso Mondovì il 28 ottobre 1674. Opere liturgiche principali:
Psallentis ecclesiae harmoniae (1653), Rerum liturgicarum libri duo
(1671).
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BORSA Per custodire con decenza e riverenza il corporale, quando fu ridotto alle dimensioni attuali, è stata introdotta la b. Anticamente il corporale si custodiva in apposite scatole-cassette, oppure si portava all'altare entro il
Liber Sacramentorum. La b. è oggi formata da due cartoni uniti ed aperti da un lato. Deve essere ricoperta, almeno da una parte, di stoffa del colore e della materia dei paramenti sacri. L'interno può essere di seta o di lino. Non è necessario che vi sia sopra la croce, ma può essere ornata in vario modo. Il suo uso non è molto antico; il Gavanto la fa risalire al Concilio di Reims (sec. XI). Oggi è obbligatoria secondo le prescrizioni delle rubriche del Messale. L'uso di distribuire la comunione fuori della Messa ha portato anche l'obbligo per il sacerdote di portare da sé all'altare la b. con il corporale: essa è la stessa di quella della Messa e deve essere del colore della stola. Per portare la comunione agli infermi si usa pure un'altra borsa di seta bianca, con un fondo rotondo e forte per sostenere la pisside o la piccola teca delle particole, chiusa all'estremità superiore da un cordone da appendersi al collo. Essa non deve servire per portare l'Olio Santo, per il quale se ne usa una violacea. Va ricordato infine il divieto fatto dalla S. Congregazione dei Riti di usare le borse destinate ai corporali per raccogliere le elemosine.
Bibl.: G. Braun, I paramenti sacri, Torino 1914, p. 93.
Enrico Dante
da Enciclopedia Cattolica, II, Città del Vaticano, 1949, coll. 1934-1935
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BRAGARENSE, LITURGIA Braga, diocesi nel nord del Portogallo, ha un suo particolare rito che si riallaccia ad antichi usi locali. Si compone del canone romano e formole indigene o desunte da altre liturgie. Nel 1919 fu approvata la nuova edizione del breviario bragarense, nel 1924 quella del messale.
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BREVIARIO È il libro liturgico che contiene l'ufficio divino secondo il rito della Chiesa romana. La voce breviario (breve nota, compendio) nella lingua liturgica da principio indicava un foglio o libretto posto all'inizio del salterio, che notava gli uffici divini da compiersi in un determinato tempo, e i rispettivi formulari con i loro richiami.
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BUGIA
 Vedi
PALMATORIA
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BURCARDO, Giovanni Cerimoniere pontificio, liturgista e storico, n. a
Nieder-Haslach (Alsazia) nel 1450 ca., m. a Roma il 16 maggio
1506. Venuto a Roma nel 1467 in cerca di fortuna, fu dapprima al
servizio di vari cardinali, poi familiare di Sisto IV (ca.
1475), dal quale ottenne vari benefici ecclesiastici e alte
cariche curiali, come quella di protonotario apostolico (1481) e
di maestro delle cerimonie (1483), ufficio che tenne fino alla
morte, anche dopo essere divenuto vescovo delle diocesi riunite
di Civita Castellana e Orte (1503-1506). Era un valente
liturgista, pratico del suo ufficio, acuto osservatore, ma anche
avido di denaro. A Roma si fabbricò una casa, la Torre
Argentina, detta così dalla nativa Strasburgo (Argentoratum).
Fu anche rettore della chiesa nazionale tedesca di S. Maria
dell'Anima a Roma; fu sepolto in S. Maria del Popolo.
Pubblico, insieme con Ag. Patrizzi, il Liber Pontificalis,
cioè il Pontificale romano (Roma 1485, che ristampò in seconda
edizione con Giacomo De Luciis, ivi 1487). La sua opera
liturgica principale è Ordo servandus per sacerdotem in
celebratione Missae (Roma 1495, coi tipi di Stef. Planok [cf.
L. Hain, Repert. bibl., n. 4102], pubblicata di nuovo a Roma
1502, e spessissimo ancora sotto vari titoli), opera la cui
sostanza entrò nel Messale romano come Rubriche generali e Rito
per celebrare la Messa. Molta materia liturgica a uso della
Curia pontificia è pure sparsa nella celebre opera Diario della
Curia Romana o Liber notarum, che come cerimoniere
scrisse giorno per giorno nell'interesse del suo ufficio, pur
inserendovi però fatti e osservazioni attinenti alla Curia e
agli eventi di quel tempo movimentato. Per questo lato l'opera,
che va con alcune interruzioni dal 1483 al 1506, è una preziosa
fonte storica, dall'autore però non destinata al pubblico. I
maggiori storici odierni ammettono la veridicità dell'autore che
scientemente non mente né calunnia per proposito, sebbene
qualche volta accolga forse delle dicerie difficilmente
controllabili.Bibl.: Edizioni complete: L. Thuasne, 3 voll.,
Parigi 1883-1885; E. Celani, Joannis Burckardi Liber notarum,
2 voll., in 4°, nella nuova ed. del Muratori, Rerum Ital.
Script., vol. XXXII, parte 1ª, I, Città di Castello 1907-13,
con abbondanti note (è la migliore edizione). Studi: oltre le
prefazioni di L. Thuasne al III vol. e del Celani al I vol. e II,
44, nota 7, v. pure: D. Gnoli, La Torre Argentina in Roma,
in Nuova Antologia, 43 (1908, III), pp. 596-605 ; J. Lesellier,
Les méfaits du cérémoniaire Jean Burckard, in Mélanges
d'archéologie et d'histoire, 44 (1927), pp. 11-34; P.
Paschini, A proposito di G. B. cerimoniere pontificio, in
Arch. della R. soc. romana di storia patria, 51 (1928), pp.
33-59; A. Petrignani, Il restauro della casa del B. in via
del Sudario in Roma, in Capitolium, 9 (1933), pp.
191-200; L. Oliger, Der päpstliche Zeremonienmeister Johannes
Burckard von Strassburg, in Archiv für elsässische
Kirchengeschichte, 9 (1934), pp. 199-232. Per la parte
liturgica: A. Franz, Die Messe im deutschen Mittelalter,
Friburgo in Br. 1902, pp. 613-15; J. Baudot, s. v. in DACL, II,
1 (1910), col. 1350 sg.
Livario Oliger
da Enciclopedia Cattolica, III, Città
del Vaticano, 1949, coll. 224-225
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CALENDARIO DELLA CHIESA UNIVERSALE Di un c. della Chiesa Universale si
può parlare solo dall'anno 1568 in poi, dal momento,
cioè, in cui Pio V impose a tutta la Chiesa latina il
Breviario riformato, con l'annesso c. L'identico c. si
trova poi nel Messale romano, riformato e prescritto
ugualmente da Pio V a tutta la Chiesa latina nel 1570.
Il Papa permise di ritenere Breviario e Messale proprio
solo a quegli Ordini e diocesi che li usavano da
duecento anni. Di questa facoltà si servirono tutti i
rami dell'Ordine benedettino, i Domenicani, Carmelitani,
Premostratensi, Certosini, e alcune poche diocesi
(Milano, Aquileia, Parigi, Lione, ecc.) le quali poi
quasi tutte, in tempi successivi, adottarono il Messale
e il Breviario romano, cosicché la Chiesa latina quasi
al completo si serve di un c. unico, nel quale le
singole chiese e Ordini inseriscono le feste proprie.
Ogni cambiamento di questo c., come l'inserzione di
feste nuove, variazioni di rito, spostamenti di feste
ecc. spetta unicamente alla S. Sede la quale esplica
questa attività attraverso la S. Congregazione dei Riti
(v.).
Non è qui il luogo di fare la storia
del santorale (v.), o dell'origine e dello sviluppo
delle feste (v.); basti dire che la base di questo c. fu
costituita da quello dei libri liturgici, detti "della
Curia" ossia di Roma, ma con una saggia riduzione di
feste e di rito, in modo da ripristinare in gran parte
la liturgia feriale. Infatti, il c. di Pio V ha soltanto
120 feste, di cui 30 semidoppi, 57 doppi, e 33 memorie.
Le grandi feste erano 20 di prima e 17 di seconda
classe. Clemente VIII, nel 1602, in occasione della
nuova edizione del Breviario introdusse una nuova classe
di feste, il doppio maggiore (16 feste). Da questo
momento incominciò la prevalenza del santorale (v.)
sopra il temporale (v.), e la ininterrotta inserzione di
nuove feste, di aumenti di riti, di distinzioni sempre
più raffinate nelle singole categorie della gradazione
liturgica. Al tempo di Benedetto XIV il numero delle
feste era già salito a 228. Esistevano inoltre 36 feste
"ad libitum", vale a dire che una chiesa o un ordine le
poteva inserire o meno nel c.; però, una volta inserite,
la festa si doveva celebrare: il numero complessivo
dunque di feste era 264. Leone XlII, nel 1893 e 1895,
stabilì una ulteriore distinzione di grado, le feste
primarie e secondarie. La riforma di Pio X del 1911
perfezionò tutto il sistema della gradazione
codificandolo definitivamente; ma omise di fermare in
qualche modo l'aggiunta di nuove feste. Attualmente
siamo arrivati ad un complesso di 338 giorni festivi, di
cui 50 mobili (compresi giorni di ottave privilegiate) e
288 feste fisse.
Segue ora il c. della Chiesa
Universale, allo stato attuale, con l'indicazione del
rito (D1 =
doppio di 1 classe,
D2 =
doppio di 2 classe,
DM doppio
maggiore, D
= doppio minore, SD = semidoppio,
S =
semplice, C
= commemorazione),
OTT. =
ottava (p.
privilegiata; c.
comune; s.
semplice), e di tutte le mutazioni avvenute da s. Pio V
(1568) fino all'anno 1949. Le date indicano i
cambiamenti fatti: non è stata notata la data della
seduta della Congregazione dei Riti, ma solo quella
dell'approvazione pontificia.
Genn. - 1. Circoncisione e
ottava della Natività,
D2. -
ottava di s. Stefano,
D (1568),
s (1914).
- 3. ottava di s. Giovanni,
D (1568),
s (1914).
- 4. ottava degli Innocenti,
D (1568),
s (1914).
- 5. vigilia dell'Epifania:
sd;
c di s.
Telesforo papa (1602). - 6. Epifania,
D1 ott. p.
- 7-12: giorni tra t'ottava,
sd (1914);
11, c di
s. Igino papa (1568). - 13. ottava dell'Epifania,
D (1568),
Dm (1914).
- 14. s. Ilario, sd (1568),
D e Dott. della Chiesa (10 genn. 1852); s. Felice
sacerdote m., c
(1568). - 15. s. Paolo primo eremita:
sd (1568),
D (18 ag.
1722); s. Mauro ab.,
c (1568).
- 16. s. Marcello papa,
sd (1568).
- 17. s. Antonio ab.,
D (1568).
- 18. Cattedra di s. Pietro a Roma,
D (1568),
Dm (1602);
c di s.
Prisca v. m. (1568). - 19. Ss. Mario, Marta, Audiface.
Abaco, mm., s
(1568); s. Canuto re m.,
sd ad
lib. (10 ag. 1670), ridotto a
c (1914).
- 20. ss. Fabiano e Sebastiano,
D (1568).
- 21. s. Agnese, D (1568). - 22. ss. Vincenzo ed Anastasio,
sd (1568).
- 23. s. Emerenziana,
s (1568);
s. Raimondo da Peñafort,
sd (23
marzo 1671); s. Emerenziana, ridotta a
c - 24. s.
Timoteo, s
(1568), sd
(1602), D
(18 maggio 1854). - 25. Conversione di s. Paolo
Apostolo, D
(1568), Dm
(1602). - 26. s. Policarpo,
s (1568),
sd (1602),
D (1914).
27. s. Giovanni Crisostomo, Dott. della Chiesa,
D (1568).
- 28. s. Agnese secondo,
s (1568);
s. Pietro Nolasco,
D (dal 31;
25 marzo 1936); s. Agnese ridotta a
c - 29. s.
Pietro Nolasco, sd (22 luglio 1664); s. Francesco di Sales,
sd (21
ott. 1666; s. Pietro Nolasco trasferito al 31)
D (24 nov.
1691) Dott. della Chiesa (30 sett. 1877). - 30. s.
Martina, sD
(1635). - 31. s. Pietro Nolasco,
sD
(trasferito dal 29: 1666);
D (13
luglio 1672); s. Giovanni Bosco,
D (25
marzo 1936; s. Pietro Nolasco trasferito al 28).
Febbr. - 1. s. Ignazio m.,
sD (1568),
D (Pio
IX). - 2. Purificazione di Maria S.ma,
D2 (1568).
- 3. S. Biagio, s
(1568). - 4. s. Andrea Corsini,
sD ad
lib. (21 ott. i666),
sD (31 ag.
1697), D
(3 genn. 1731). - 5. s. Agata,
sD (1568),
D (26 ag.
1713). - 6. s. Dorotea,
s (1568);
S. Tito, D
(18 magg. 1854); S. Dorotea, ridotta a
c. - 7. s.
Romualdo, D
(1602oz), SD
(1631), D
(16 febb. 1669). - 8. s. Giovanni de Matha,
D (31
maggio 1694). - 9. s. Apollonia,
S (1568);
s. Cirillo Alessandrino, Dott. della Chiesa,
D (28
luglio 1882); s. Apollonia ridotta a
C. - 10.
s. Scolastica, D
(1 febb. 1729). - 11. ss. sette Fondatori dei Servi di
Maria, D
(20 dic. 1888); apparizione dell'Immacolata a Lourdes,
DM (1
genn. 1908; i Fondatori trasferiti al 12). - 12. ss.
sette Fondatori, D (8 genn. 1908, dall'11). - 14. s. Valentino,
s (1568).
- 15. ss. Faustino e Giovita,
s (1568).
- 18. s. Simeone, s (1568). - 22. Cattedra di s. Pietro in
Antiochia, D
(1568), Dm
(1602). - 23. s. Pier Damiani, Dott. della Chiesa,
D (1 ott.
1828). - 23 o 24 (secondo se l'anno è bisestile o no)
vigilia (1568) - 24 o 25. s. Mattia Ap.,
D2 (1568).
- 27 o 28. s. Gabriele dell'Addolorata,
D (13 apr.
1932).
Marzo. - 4. s. Lucio papa,
s (1602);
S. Casimiro, sD
(7 ag. 1621); s. Lucio ridotto a
c. - 6.
ss. Perpetua e Felicita,
D (1908,
dal 7). - 7. s. Tommaso d'Aquino, Dott. della Chìesa,
D (1568);
ss. Perpetua e Felicita,
c (1568;
trasferite al 6 ed elevate a
D: 1908).
- 8 s. Giovanni di Dio,
sD (5
maggio 1714), D
(25 apr. 1722). - 9. ss. Quaranta martiri,
sD (1568);
s. Francesca romana, senza rito determinato (1 giugno
1606), D
(26 febbr. 1649); trasferimento dei Quaranta al giorno
seguente (21 ag. 1649). - 10. ss. Quaranta martiri,
sD (1649,
dal giorno precedente). - 12. S. Gregorio Magno, Dott.
della Chiesa, D
(1568). - 17. s. Patrizio,
c (1631),
sD (7
sett. 1685), D
(12 maggio 1859). - 18. s. Cirillo di Gerusalemme, Dott.
della Chiesa, D
(28 luglio 1882). - 19. s. Giuseppe,
D (1568),
D2 (6 dic.
1670), D1
(8 dic. 1870); festa mobile, assegnata alla domenica
dopo il 19 marzo, D1 ott. c. (2 luglio 1911); restìtuito al 19:
D1 senza
ott. (24
luglio 1911); D2
(28 ott. 1913); D1 (12 dic. 1917). - 20. s. Gioacchino,
sD (1584),
D (18
maggio 1623); trasferito alla domenica dopo l'ottava
dell'Assunta (1738). - 21. s. Benedetto,
D (1568),
Dm (5
luglio 1883). - 24. s. Gabriele arcangelo,
Dm (26
ott. 1921). - 25. Annunciazione di Maria S.ma,
D2 (1568),
D1 (27
maggio 1895). - 27. s. Giovanni Damasceno, Dott. della
Chiesa, D
(19 ag. 1890). - 28. s. Giovanni da Capistrano,
sD (19 ag.
1890).
Apr. - 2. s. Francesco da
Paola, D
(1585), sD
(1602), D
(4 maggio 1613). - 4. s. Isidoro, Dott. della Chiesa,
D (25 apr.
1722). - 5. s. Vincenzo Ferreri,
sD ad
lib. (29 nov. 1667),
sD (25
marzo 1706), D
(5 apr. 1726). - 11. s. Leone Magno,
D (1568),
Dott. (15 ott. 1754). - 13. s. Ermenegildo,
sD (1631).
- 14. ss. Tiburzio, Valeriano, e Massimio,
s (1568);
s. Giustino m., D
(28 luglio 1882); i martiri ridotti a
c. - 17.
s. Aniceto, papa, s (1568). - 21. s. Anselmo (un tentativo sotto
Innocenzo XI, 1688, non riuscì),
sD (con la
Messa dei Dottori: 21 genn. 1690),
D (8
febbr. 1720). - 22. ss. Sotero e Caio, papi,
sD (1568).
- 23. s. Giorgio, sD (1568). - 24. s. Fedele da Sigmaringa,
D (16
febbr. 1771). - 25. s. Marco,
D2 (1568).
- 26. ss. Cleto e Marcellino, papi,
D2 (1568).
- 27. s. Pietro Canisio, Dott. della Chiesa,
D (24 nov.
1926). - 28. s. Vitale,
s (1568);
s. Paolo della Croce,
D2 (14
genn. 1869); s.Vitale ridotto a
c. - 29.
s. Pietro m., D
(13 apr. 1586), sD (1602),
D (26 luglio 1670); s. Caterina da Siena,
c (8
maggio 1597); trasferita al (1628). - 30. s. Caterina da
Siena, sD
(7 ag. 1628, dal giorno precedente),
D (9 ott.
1670).
Maggio. - 1. ss. Filippo e
Giacomo App., D2
(1568). - 2. s. Atanasio, Dott. della Chiesa,
D (1568).
- 3. Invenzione della S. Croce,
D (1568);
D2 (1602);
ss. Alessandro, Evenzio, Teodulo e Giovenale,
c (1568).
- 4. s. Monica, s
(1568), sD
(14 luglio 1669), D (26 ag. 1730). - 5. s. Pio V, papa,
sD (17
febbr. 1713), D
(26 apr. 1775). - 6. s. Giovanni a porta Latina,
D (1568),
Dm (1602).
- 7. s. Stanislao vesc. m.,
sD (22
nov. 1594; il 21 febbr. 1595, fu elevato a
D ma
rimase in vigore il
sD),
D (13
marzo 1736). - 8. Apparizione dell'arcangelo s. Michele,
D (1568),
Dm (1602).
- 9. s. Gregorio Nazianzeno, Dott. della Chiesa,
D (1568).
- 10. ss. Gordiano ed Epimaco mm.,
s (1568);
s. Antonino, sD
ad lib. (17 ag. 1683),
sD (16
apr. 1707; i martiri sono ridotti a
c),
D (12
sett. 1845). - 12. ss. Nereo, Achilleo e Pancrazio,
s (1568);
con l'aggiunta di Domitilla (1597) in seguito
all'invenzione e traslazione dei corpi nella chiesa
titolare del Baronjo
sD (1602).
- 13. s. Roberto Bellarmino, Dott. della Chiesa,
D (6 genn.
1932). - 14. 5, Bonifacio, m.,
s (1568).
- 15. s. Giovanni Batt. de la Salle,
D (1904).
- 16. s. Ubaldo, s (17 dic. 1605),
sD ad
lib. (18 febbr. 1696),
sD (10
dic. 1713). - 17. s. Pasquale Baylon,
D (13
marzo 1784). - 18. s. Venanzio m.
sD ( 11
nov. 1670); D
(23 luglio 1774). - 19. s. Pudenziana,
s (1568);
s. Pietro Celestino,
sD (21
luglio 1668; s. Pudenziana ridotta a
c),
D (10
marzo 1681). - 20. s. Bernardino da Siena,
sD (15
nov. 1657). - 25. s. Urbano, papa,
s (1568);
s. M. Maddalena dei Pazzi,
sD (29
nov. 1690; s. Urbano ridotto a
c); s.
Gregorio VII, D
(25 nov. 1728; trasferendo s. Maria Maddalena al 27). -
26. s. Eleuterio, papa,
s (1568);
s. Filippo Neri, sD
ad lib. (6 nov. 1625),
sD (sotto
Aless. VII; s. Eleuterio ridotto a
c),
D (8
giugno 1669). - 27. s. Giovanni, papa m.,
s (1568);
s. Maria Maddalena dei Pazzi,
sD (dal 25
nov. 1728); s. Beda, venerabile, Dott. della Chiesa,
D (1899;
trasferendo s. Maria Maddalena al 29); s. Giovanni
ridotto a c.
- 28. s. Agostino di Canterbury,
D (28
giugno 1882). - 29. s. Maria Maddalena dei Pazzi,
sD (1899,
dal 27). - 30. s. Felice, papa, m.,
s (1568).
- 31. s. Petronilla,
s (1568);
s. Angela Merici, D (11 giugno 1861, con
c di s.
Petronilla).
Giugno. - 2. Ss. Marcellino,
Pietro ed Erasmo, s (1568). - 4. s. Francesco Caracciolo,
D (5 ag.
1807). - 5. s. Bonifacio vesc. m.,
D (11
giugno 1874). - 6. s. Norberto,
sD (16
nov. 1620), trasferito all'11 (1625), riportato al
6(1631 o 5634), D
(7 nov. 1677). - 9. ss. Primo e Feliciano,
s (1568).
- 10. s. Margherita ved, regina di Scozia,
sD ad
lib. (2 dic. 1673), trasferita all'8 luglio (9
febbr. 1678), restituita al 10 (4 marzo 1693). - 11. s.
Barnaba, D
(1568), Dm
(1602). - 12. ss. Basilide, Cirino, Nabore e Nazario,
s (1568);
s. Giovanni da S. Facondo,
D (19 nov.
1729), c
dei ss. Martiri. - 13. s. Antonio di Padova,
D (14
genn. 1586), sD
(1602), D
(18 giugno 1670), Dott. della Chiesa (16 genn. 1946). -
14. s. Basilio Magno, Dott. della Chiesa,
D (1568).
- 15 ss. Vito, Modesto, Crescenzia,
s (1568).
18. ss. Marco, Marcelliano,
s (1568);
s. Efrem Siro, Dott. della Chiesa,
D (14 ott.
1920, con c
dei martiri). - 19. ss. Gervasio e Protasio,
s (1568);
s. Giuliana dei Falconieri,
sD (15
marzo 1738, con c
dei martiri), D
(11 dic. 1762). - 20. s. Silverio, papa,
s (1568).
- 21. s. Luigi Gonzaga, (23 luglio 1842). - 22. s.
Paolino, s
(1568), D
(18 sett. 1908). - 23. vigilia (1568). - 24. natività di
s. Giovanni Batt.,
D1 ott. com.
(1568), trasferita alla domenica precedente la festa
degli App. Pietro e Paolo (28 luglio 1911), restituita
al suo giorno (28 ott. 1913). - 25. giorno fra l'ottava
(1568); s. Guglielmo ab.,
D (24 ag.
1785). - 26. ss. Giovanni e Paolo,
sD (1568),
D (21
maggio 1728). - 28. s. Leone II,
sD (1568);
s. Ireneo, D
(26 ott. 1921, trasferendo s. Leone al 3 luglio). - 29.
ss. Pietro e Paolo,
D1 ott. c.
(1568). - 30. commemorazione di s. Paolo Ap.,
D (1568),
Dm (1602).
Luglio. - 1. ottava di s.
Giovanni Batt., D
(1568); festa del Preziosissimo Sangue di Gesù,
D2 (1914),
D1 (25
apr. 1934). - 2. Visitazione di Maria S.ma,
D (1568),
D2 (1602),
D2 (31
maggio 1850), c
dei ss. Processo e Martiniano (1568). - 3. giorno fra
l'ottava dei ss. App. Pietro e Paolo (1568); s. Leone II,
sD (26
ott. 1925, trasferito dal 28 giugno). - 4. giorno fra
l'ottava dei ss. App. Pietro e Paolo (1568); s.
Elisabetta reg. ved.,
sD ad
lib. (1631), trasferita all'8 (19 genn. 1695). - 5.
giorno fra l'ottava dei ss. App. Pietro e Paolo (1568);
ss. Cirillo e Metodio,
D (25 ott.
1880); s. Antonio Maria Zaccaria,
D (1 dic.
1897, trasferendo i ss. Cirillo e Metodio al 7). - 6.
ottava dei ss. App. Pietro e Paolo,
D (1568),
Dm (1914).
- 7. ss. Cirillo e Metodio,
D (11 dic.
1897, dal 5). - 8. s. Margherita reg. di Scozia,
sD ad
lib. (9 febbr. 1678, dal 10 giugno),
sD (16
nov. 1691), restituita al 11 giugno (4 marzo 1693); s.
Elisabetta reg. ved.,
sD (19
genn. 1695, trasferita dal 4). - 10. ss. sette fratelli,
Rufina e Secondina mm.,
sD (1568).
- 11. s. Pio I, papa,
s (1568).
- 12. ss. Nabore e Felice mm.,
s (1568);
s. Giovanni Gualberto,
c (21
febbr. 1595), sD
ad lib. (21 febbr. 1671),
sD (10
dic. 1679) e c
dei martiri, D
(18 genn. 1680). - 13. s. Anacleto papa,
sD (1568)
maggio 1753. - 20. s. Margherita
s (1568);
s. Girolamo Emiliani,
D (1769,
s. Margherita ridotta a
c). - 21.
s. Prassede, s
(1568). - 22. s. Maria Maddalena,
D (1568).
- 23. s. Apollinare,
sD (1568),
D (25
maggio 1675); s. Liborio,
c (15
luglio 1702). - 24. vigilia (1568); s. Cristina,
c (1568).
- 25. s. Giacomo Ap.,
D2 (1568);
s. Cristoforo, c
(1568). - 26. s. Anna,
D (28 apr.
1584), Dm
(3 dic. 1738), D2
(1 ag. 1879). - 27. s. Pantaleone m.,
s (1568).
- 28. ss. Nazario, Celso, Vittore ed Innocenzo I, papa,
sD (1568).
- 29. s. Marta, sD (1568); ss. Felice II, Simplicio, Faustino,
Beatrice mm., s
(1568). - 30. ss. Abdon e Sennen,
s (1568).
- 31. s. Ignazio di Loyola,
sD ad
lib. (1623), sD (Innocenzo X),
D (27 nov.
1667), Dm
(1922).
Ag. - 1. s. Pietro in Vincoli,
D (1568),
Dm (1602);
c dei
Maccabei (1568). - 2. s. Stefano papa,
s (1568);
s. Alfonso Marìa de' Liguori,
D (18 nov.
1839, s. Stefano ridotto a
c), Dott.
della Chiesa (7 luglio 1871). - 3. Invenzione di s.
Stefano protom., Dm (1568). - 4. s. Domenico,
D (1568),
Dm (1914).
- 5. dedicazione di Maria S.ma ad Nives,
D (1568),
Dm (1602).
- 6. Trasfigurazione di N. S. G. C.,
D (1568),
Dm (1602),
D2 (1914);
ss. Sisto II papa, Felicissimo, Agapito mm.,
c (1568).
- 7. s. Donato m.,
s (1568);
s. Gaetano Thiene,
sD (8
marzo 1673, c
di s. Donato), D
(4 ag. 1685). - 8. ss. Ciriaco, Largo, Smaragdo,
sD (1568).
- 9. vigilia (1568); s. Romano m.,
c (1568);
s. Giovanni Maria Vianney,
D (9
maggio 1928). - 10. s. Lorenzo,
D2 ott. c.
(1568), D2 ott. s.
(1914). - 11. giorno fra l'ottava di s. Lorenzo; ss.
Tiburzio e Susanna,
c (1568),
s (1914).
- 12. giorno fra l'ottava di s. Lorenzo,
c s.
Chiara (1568); S. Chiara
sD ad
lib. (Innocenzo X),
D (27
maggio 1670). - 13. giorno fra l'ottava di s. Lorenzo;
ss. Ippolito e Cassiano,
c (1568),
s (1914).
- 14. giorno fra l'ottava di s. Lorenzo; vigilia
c, e s.
Eusebio, c
(xs68); Vigilia, c s. Eusebio (1914). - Assunzione di Maria S.ma,
D1 ott. c.
(1568). - 16. giorno fra l'ottava dell'Assunta e di s.
Lorenzo, c
(1568); s. Giacinto,
D (1 febbr.
1625; c
delle due ottave); s. Gioacchino,
D2 (1914,
trasferendo s. Giacinto al 17). - 17. ottava di s.
Lorenzo, D
(1568); c
ottava dell'Assunta (1568); s. Giacinto,
D (1914,
dal 16, con c
delle ottave). - 18. giorno fra l'ottava;
c di s.
Agapito m. (1568). - 19. giorno fra l'ottava
dell'Assunta (1568); s. Giovanni Eudes,
D (9
maggio 1928, con c dell'ottava). - 20. s. Bernardo,
D (1568),
c
dell'ottava; Dott. della Chiesa (20 ag. 1830); s.
Stefano re, c
(1631), trasferito al 2 sett. (19 apr. 1687). - 21.
giorno fra l'ottava (1568); s. Giovanna Francesca
Frémiot di Chantal,
D (2 sett.
1769, con c
dell'ottava). - 22. ottava dell'Assunta,
D (1568),
Dm (1914);
S. Timoteo e comp. mm.,
c (1568);
festa dell'Immacolato Cuore di Maria,
D2 (4
maggio 1944; c
dei ss. mm.). - 23. vigilia (1568); s. Filippo Benizi,
sD ad
lib. (1690), sD (26 ag. 1693),
D (2 ott.
1694). - 24. s. Bartolomeo Ap.,
D2 (1568).
- 25. s. Luigi re,
s (1568),
sD (29
nov. 1618). - 26. s. Zefirino papa,
s (1568).
- 27. s. Giuseppe Calasanzio,
D (19 ag.
1769). — 18. s. Agostino, Dott. della Chiesa,
D (1568),
s. Ermete, c
(1568). - 29. Decollazione di s. Giovanni Batt.,
D (1568),
Dm (Pio VI);
c di s.
Sabina (1568). - 30. ss. Felice ed Adauto mm.,
s (1568);
s. Rosa da Lima, D (28 luglio 1727;
c dei Ss.
mm.). - 35. s. Raimondo Nonnato,
sD ad
lib. (13 ag. 1669),
sD (7 dic.
1676), D
(10 marzo 1681).
Sett. - 1. s. Egidio ab.,
s (1568);
ss. dodici fratelli mm.,
c (1568).
- 2. s. Stefano re,
sD (1 apr.
1687, trasferito dal 20 ag. ed elevato a
sD). - 5.
s. Lorenzo Giustiniani,
sD ad
lib. (16 dic. 1690),
sD (12
sett. 1759). - 8. Natività di Maria S.ma,
D2 ott. c.
(1568), ott. s.
(1914); s. Adriano m.,
c (1568).
- 9. giorno fra l'ottava della Natività;
c di s.
Gorgonio (1568); s. Gorgonio,
s (1914).
- 10. giorno fra l'ottava (1568); s. Nicola da
Tolentino, D
(22 dic. 1585), sD (1602),
D (Clemente IX). - 11. giorno fra l'ottava;
c dei ss.
Proto e Giacinto (1568); ss. Proto e Giacinto,
s (1914).
- 12. giorno fra l'ottava (1568); Nome di Maria,
Dm (1914).
- 13. giorno fra l'ottava (1568); feria (1914). - 14.
Esaltazione della S. Croce,
D (1568),
Dm (1602).
- 15. ottava della Natività di Maria;
c di s.
Nicomede m. (1568); i sette Dolori di Maria S.ma,
D2 (1914).
- 16. ss. Cornelio e Cipriano,
sD (1568);
ss. Eufemia, Lucia e Geminiano
c (1568).
- 17. Impressione delle Stimmate di s. Francesco (festa
tolta dal calendario da Pio V),
D (Sisto
V), tolto (1602), senza determinazione di rito, (28 ag.
1615), sD
ad lib. (2 ott. 1627),
sD (13 ag.
1669), D (11 ag. 1770). - 18. s. Tommaso da Villanova,
sD ad
lib. (17 giugno 1659),
sD (11
sett. 1694), D
(9 ott. 1694); s. Giuseppe da Copertino,
D (8 ag.
1769; trasferito s. Tommaso al 22). - 19. ss. Gennaro e
comp. mm., s
(1 febbr. 1586), sD (1602),
D (7 dic. 1676). - 20. vigilia;
c di s.
Eustachio e comp. mm. (1568); ss. Eustachio e comp.,
sD (24
nov. 1625, con c
della vigilia) D
(26 genn. 1671). 21. s. Matteo Ap.
s2 (1568).
- 22. ss. Maurizio e comp. mm.,
s (1568);
s. Tommaso da Villanova,
sD (8 ag.
1769, dal 18, con c dei ss. mm.),
D (4 dic.
1801). - 23. s. Lino papa,
sD (1568);
c di s.
Tecla (1568). - 24. festa di Maria S.ma della Mercede,
D (18
febbr. 1696), Dm
(22 marzo 1727). - 26. ss. Cipriano e Giustina,
s (1568).
- 27. ss. Cosma e Damiano,
sD (1568).
- 28. s. Venceslao,
sD ad
lib., (6 luglio 1670),
sD (14
marzo 1729). - 29. dedicazione di s. Michele Arcangelo,
D2 (1568),
D1 (1917).
- 30. s. Girolamo, Dott. della Chiesa,
D (1568).
Ott. - . s. Remigio,
s (1568),
sD ad
lib. (26 nov. 1668),
sD ad
lib. o s
di prec. (1884), s (1914). - 2. ss. Angeli Custodi,
D (20
sett. 1670), Dm
(5 luglio 1883). - 3. s. Teresa del Bambino Gesù,
D (13
luglio 1927). - 4. s. Francesco d'Assisi,
D (1568),
Dm (5
luglio 1883). - 5. ss. Placido e comp. mm.,
s (13 nov.
1588). - 6. s. Brunone,
sD ad
lib. (17 febbr. 1623),
D (14
marzo 1674). - 7. s. Marco papa,
s (1568);
ss. Sergio e comp. mm.,
c (1568);
s. Brigida, sD
(8 apr. 1623, con c di s. Marco e dei ss. Martiri); (1628
ripristino come al tempo di Pio V, s. Brigida trasferita
all'8); Rosario di Maria S.ma,
D2 (1914,
con c di
s. Marco e dei ss. mm.). - 8. s. Brigida,
sD (1628,
dal 7), D
(2 sett. 1724). - 9. ss. Dionigi, Rustico, Eleuterio
mm., s
(1568); s. Edoardo re conf.,
sD (29
maggio 1679; 6 apr. 1680, trasferito al 13); s. Giovanni
Leonardi, D
(3 apr. 1940, con c dei ss. mm). - 10. s. Francesco Borgia,
sD (1
sett. 1688). - 11. Maternità di Maria S.ma,
D2 (6
genn. 1932). - 13. s. Edoardo re conf.,
sD (dal 9,
6 apr. 1680). - 14. s. Callisto papa,
sD (1568),
D (2 sett.
1808). - 15. s. Teresa,
sD ad
lib. (25 ag. 1636),
sD (29
ott. 1644), D
(11 sett. 1668). 16. s. Edvige,
sD (26
apr. 1929, dal 17). - 17. s. Edvige,
sD ad
lib. (17 sett. 1680),
sD (20
marzo 1706); s. Margherita Maria Alacoque,
D (26 apr.
1929, trasferendo s. Edvige al 16). - 18. s. Luca,
D2 (1568).
- 19. s. Pietro d'Alcantara,
sD (9 ag.
1670), D
(20 apr. 1701) - 20. s. Giovanni Canzio,
sD (8
sett. 1770), D
(23 febbr. 1782).- 21. s. Ilarione ab.,
s (1568);
c di s.
Orsola e comp. mm. (1568). - 24. s. Raffaele Arcangelo,
Dm (26
ott. 1921). - 25. ss. Crisanto e Daria,
s (1568).
- 26. s. Evaristo papa,
s (1568).
- 27. vigilia (1568). - 28. ss. Simone e Giuda App.,
D2 (1568).
- 31. vigilia (1568).
Nov. - i. Tutti i Santi,
D1 ott. c.
(1568). - 2. commemorazione dei Defunti,
c
dell'ottava dei Santi (1568); officio proprio per la
celebrazione della Commemorazione dei Defunti (1914). -
4. giorno fra l'ottava,
c dei ss.
mm. Vitale ed Agricola (1568); s. Carlo Borromeo,
sD ad
lib. (6 dic. 1613),
sD (10
sett. 1652, con c
dei ss. mm.), D
(3 ag. 1659). - 3, 5, 6, 7: giorni fra l'ottava (1568).
- 8. ottava di Tutti i Santi,sD
(1568), Dm
(1914); ss. Quattro Coronati,
c (1568).
- 9. dedicazione della basilica Lateranense,
D2 (1568);
c di s.
Teodoro m. (1568). 10. ss. Trifone, Respicio, Ninfa
mm., s
(1568); s. Andrea Avellino,
sD (18 ag.
1725 c dei
ss. mm.), D
(1 febbr. 1864). - 11. s. Martino,
D (1568);
c di s.
Menna m. (1568). - 12. s. Martino papa,
sD (1568);
s. Diego, senza designazione di rito (7 luglio 1588),
sD (1602;
c di s.
Martino); restituzione di s. Martino,
sD,
trasferendo s. Diego al 13 (27 febbr. 1671). - 13. s.
Diego, sD
(dal 12; 27 febbr. 1671). - 14. s. Giosafat,
D (28
luglio 1882). - 15. s. Geltrude,
D (19
maggio 1739); s. Alberto Magno, Dott. della Chiesa,
D (6 genn.
1932, trasferendo s. Geltrude al 16). - 16. s. Geltrude,
sD (6
genn. 1932, dal 15). - 17. s. Gregorio Taumaturgo,
sD (1568).
- 18. dedicazione delle basiliche di s. Pietro e s.
Paolo, D
(1568), Dm
(1954). - 19. s. Ponziano,
s (1568);
s. Elisabetta, sD
ad lib. (1 sett. 1670),
D(29 marzo
1671 ; c
di s. Ponziano). - 20. s. Felice di Valois,
sD (31
maggio 1694). - 21. Presentazione di Maria S.ma (festa
tolta da Pio V), D (1 sett. 1585),
Dm (1602).
- 22. s. Cecilia, sD (1568),
D (6 dic. 1670). - 23. s. Clemente papa,
sD (1568),
D (1 sett.
1804); c
di s. Felicita m. (1568). - 24. s. Crisogono,
s (1568);
s. Giovanni della Croce,
sD 5 ott.
1738; c di
s. Crisogono, D
(9 sett. 1769), Dottore della Chiesa (24 nov. 1926). -
25. s. Caterina, D (1568). - 26. s. Pietro Alessandrino,
s (1568);
s. Silvestro ab., D (19 ag. 1890, con
c di s.
Pietro). - 29. vigilia;
c di s.
Saturnino m. (1568). - 30. s. Andrea Ap.,
D2 (1569).
Dic. - 2. s. Bibiana,
s (1568),
sD (1628).
- 3. s. Francesco Saverio,
sD (6
sett. 1663), D
(4 giugno 1670), Dm (1914). - 4. s. Barbara,
s (1568);
s. Pietro Crisologo, Dott. della Chiesa,
D (10
febbr. 1729; c
di s. Barbara). - 5. s. Saba ab.,
s (1568).
- 6. s. Nicola, sD (1568),
D (6 dic. 1670). - 7. s. Ambrogio, Dott. della
Chiesa, D
(1568); vigilia dell'Immacolata (30 nov. 1879). - 8.
Concezione di Maria S.ma,
D (1568),
Dm (1602),
D2 ott. c.
(15 maggio 1693); festa di precetto (6 dic. 1708);
Concezione Immacolata di Maria Ss.ma (1855, con nuovo
ufficio, dovuto al gesuita p. Passaglia; altro nuovo
ufficio, l'attuale, 25 sett. 1863),
D1 con
vig. (30 nov. 1879). - 9, 12, 14: giorni fra l'Ottava
(1693). - 10. s. Melchiade papa,
c (1568).
- 11. s. Damaso papa,
sD (1568).
- 13. s. Lucia, D
(1568). - 15. s. Eusebio,
s (1602);
ottava della Concezione di Maria,
D (1693,
con c di
s. Eusebio); s. Eus. trasferito al giorno seguente
(1728); l'ottava
Dm (1914). - 16. s. Eusebio,
sD (1728,
dal giorno precedente). - 20. vigilia (1568). - 21. s.
Tommaso Ap., D2
(1568). - 24. vigilia (1568). - 25. Natale di N.S.G.C.,
D1 ott.
(1568, l'ottava di fatto era privilegiata);
ott. p.
(1914) - 26. s. Stefano,
D (1568;
le tre feste dopo il Natale erano definite da Pio V
semplicemente "doppio"; i liturgisti disputarono a lungo
sulla qualità e convennero quasi tutti a definirla
D2, come
fu poi espresso nei
c.; esse
avevano l'ottava comune);
D2 ott. s.
(1914). - 27. s. Giovanni Ap.,
D2 ott. s.
(1914). - 28. Ss. Innocenti,
D2 ott. s.
(1914). - 29. a. Tommaso vesc. m.,
sd (1568),
D (1914).
- 31. s. Silvestro papa,
D (1568).
Indichiamo ora brevemente alcune date
interessanti le feste mobili (attualmente o per un certo
periodo) più note. - Angeli Custodi,
D ad.
lib. (27 sett. 1608), per il primo giorno libero
dopo la festa di s. Michele,
D (20
sett. 1670), fissata la festa al 2 ott. - Sacro Cuore di
Gesù, Dm
(26 ag. 1856), il venerdì dopo l'ottava del Corpus
Domini, D1
(28 giugno 1889), D1 ott. p. (26 giugno 1929). - Corpus Domini,
D1 ott. c.
(1568), giovedì dopo la festa della Trinità; fissato
alla domenica dopo la Trinità (2 luglio 1911); riportato
al giovedì (24 luglio 1911); l'ottava è equiparata a
quella dell'Epifania (priv. 2) (28 ott. 1913). - Sacra
Famiglia, Dm
(26 ott. 1921), per la domenica dopo l'Epifania. — s.
Gioacchino, Dm
(3 ott. 1738), fissato alla domenica dopo l'ottava
dell'Assunta, dalla data fissa del 20 marzo;
D2 (1 ag.
1879); trasferito al 16 ag. (28 ott. 1913). - s.
Giuseppe, D1 ott.
c. (2 luglio 1911), dal 19 marzo fissato alla
domenica seguente, provvedimento revocato subito (24
luglio 1911). - Patrocinio di s. Giuseppe,
D2 (10
sett. 1847), la domenica terza dopo Pasqua;
D1 (8 dic.
1870, quando s. Giuseppe fu dichiarato Protettore della
Chiesa); D1 ott.
c. (24 luglio 1911); assegnato al mercoledì dopo
la II domenica di Pasqua (28 ott. 1913). - Nome di Gesù,
D2 (20
dic. 1721), per la II domenica dopo l'Epifania;
assegnato alla domenica occorrente tra il 2 e il 5
genn., ovvero al 2 genn., mancando la domenica (1913). -
Nome di Maria, Dm
(5 febbr. 1694), per la domenica fra l'ottava della
Natività di Maria S.ma; fissato al 12 sett. (1913). -
Cristo Re, D1
(12 dic. 1925) per l'ultima domenica di ott. - Rosario
di Maria S.ma, Dm
(13 ott. 1716), per la prima domenica di ott.,
D2 (11
sett. 1887), fissato al 7 ott. (1913). - Preziosissimo
Sangue di Gesù, D2 (10 ag. 1849), per la prima domenica di
luglio; fissato al 1 luglio (1913). - Sette Dolori di
Maria, Dm
(22 ag. 1727), per il venerdì della settimana di
Passione. - Sette Dolori di Maria (autunno),
Dm (18
sett. 1814), per la terza domenica di sett.;
D2 (13
maggio 1908); fissati al 15 sett. (1913). - S.ma
Trinità, D2
(1568), D1
(28 luglio 1911).
Chi percorre attentamente questi
elenchi, con i continui aumenti di feste, di grado, o
rito, si persuaderà facilmente che l'anno liturgico,
nelle sue grandi linee fondamentali, è ormai quasi
completamente occupato dalle feste dei santi. L'aumento
delle canonizzazioni nei nostri tempi rende ancora più
difficile la situazione. Apparisce da quanto abbiamo
scritto che al tempo di Pio V, tra la parte santorale e
quella temporale o feriale, regnava un bell'equilibrio.
Clemente VIII apriva la via all'ingresso senza limiti
delle feste dei santi. Al tempo di Clemente X la S.
Congregazione dei Riti era preoccupata di questo Stato
di cose; così ebbe origine il decreto del 20 giugno 1671
con il quale si proibiva di trattare, per i successivi
50 anni, l'introduzione di alcuna festa. Il decreto fu
rinnovato per altri 50 anni da Clemente XI (4 maggio
1714); però non fu possibile mantenerlo in vigore. Da
una parte le continue canonizzazioni, specialmente di
fondatori di Ordini religiosi, le pressioni per
l'inserzione di feste da parte dei principi cattolici, o
altre circostanze particolari condussero fatalmente alla
mancata osservanza del decreto. Benedetto XIV riconobbe
dannoso per la disciplina il continuo aumento delle
feste dei santi, e la riforma del Breviario da lui
vagheggiata vi avrebbe posto un argine. Ma fu
specialmente dalla seconda metà del secolo passato che
son venuti nuovi aumenti e variazioni di rito. Da ciò è
nato il vivo desiderio di una riforma liturgica
definitiva, iniziata già da Pio X, che anela anche ad
una revisione del c.
Bibl.: Il c. di
s. Pio V del 1568 si trova nell'edizione originale
romana, dal titolo: Breviarium Romanum, ex decreto
sacrosanctj Concilii Tridentini restitutum, Pii V Pont.
Max. jussu editum, Cum privilegio Pii V. Pont. Max.,
Roma 1568 apud Paulum Manutium, e nelle successive
edizioni romane e extraromane. Una edizione del c. piano
con note critiche in G. Schober, Explanatio critica
editionis Breviarii Romani quae a S. R. C. uti typica
declarata est, Ratisbona 1891, pp. 26-38. J. B.
Pittonius, Constitutiones Pontificiae et Romanarum
Congregationum Decisiones ad sacros Ritus spectantes,
Venezia 1730; B. Gavantis - C. M. Merati, Thesaurus
Sacrorum Rituum, ivi 1752; G. G. Novara, Elementi
della storia de' Sommi Pontefici, Roma 1821-22: R.
Aigrain, Liturgia, Encyclopédie populaire dei
connaissances liturgiques, Parigi 1935, porta a pp.
646-50 un elenco molto sommario delle feste introdotte
dopo s. Pio V. - Tutte le indicazioni riportate sono
state controllate e completate direttamente su documenti
dell'archivio della S. Congregazione dei Riti.
Giuseppe Löw
da Enciclopedia Cattolica, III,
Città del Vaticano, 1949, coll. 364-372
|
CALICE È quello, tra i vasi sacri, nel quale è consacrato il vino eucaristico nella Messa. La coppa dev'essere d'oro o d'argento, dorato internamente. Deve avere una forma tale da non suscitare meraviglia nei fedeli.
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CALZARI Sotto il nome di c. si suole
comunemente intendere tutto ciò che copre il piede e la
gamba, sia scarpa o calza; ma liturgicamente parlando si
distinguono i c. dai sandali: questi sono le calzature
esterne, quelli le calze propriamente dette che
avvolgono tutto il piede e la gamba fino al ginocchio.
Da principio il clero, anche per le
calzature, usò quelle stesse della vita civile. Ma poi
fin dal sec. V i c. (caligae, tibialia, campagi,
udones) usati dai senatori e dai
dignitari imperiali passarono in uso all'alto clero, non
solamente a Roma, ma a Milano e a Ravenna: segno
manifesto della crescente influenza delle autorità
ecclesiastiche, soprattutto nelle città imperiali. Al
sec. VI il Papa ed i suoi diaconi avevano dei c. (campagi)
di forma speciale, come risulta da una lettera di s.
Gregorio Magno a Giovanni vescovo di Siracusa. Nel sec.
VIII la falsa donazione di Costantino accorda a tutto il
clero romano il diritto di usare, come il Senato, delle
calzature "cum udonibus, id est candido linteamine":
questi udones sarebbero i nostri c. Nei musaici
di Roma e Ravenna si possono vedere dei c. vari di forma
e di colore. Poi man mano questo uso generale si
restringe, e dal sec. X in poi i c. furono riservati ai
soli vescovi. Nel sec. XII li ebbero anche i cardinali
preti. La concessione agli abati fu generale a partire
dal sec. XI.
Nella disciplina odierna dobbiamo
distinguere le calze dai c. propriamente detti. Le calze
fanno parte dell'abbigliamento ecclesiastico e seguono
per il loro colore le regole delle vesti dei chierici.
Il Sommo Pontefice porta le calze bianche sopra le quali
nei pontificali indossa i c. bianchi o rossi secondo il
rito. I cardinali hanno le calze rosse, eccetto il
Venerdì Santo e durante la vacanza della Sede
Apostolica, quando prendono quelle paonazze. I cardinali
appartenenti ad ordini monastici o mendicanti non
portano le calzature rosse, ma ritengono il colore
dell'abito religioso. I patriarchi, arcivescovi,
vescovi, hanno l'uso delle calze di seta paonazza, ma
con quella medesima distinzione che si è detta dei
cardinali religiosi. Nel tempo di Sede vacante e il
Venerdì Santo portano le calze nere. Tutti i prelati
della S. Sede portano le calze paonazze con le eccezioni
sopra riferite. I monsignori di mantellone usano le
calze nere.
I c. invece hanno uso esclusivamente
liturgico e sono adoprati nelle messe pontificali dai
cardinali, vescovi, abati e dai prelati che ne hanno il
privilegio. Non si portano nelle messe funebri, e il
Venerdì Santo. La loro forma è quella di una calza un
poco più ampia, e sono di seta, oppure di lama d'oro e
d'argento, in tutti i colori liturgici, salvo il nero.
Bibl.: Ch. de Linos, Anciens vetements sacerdotaux
et ancien, tissus, Parigi 1877, p. 55 sg.; J. Braun
: Die liturg. Gewandung, Friburgo in Br. 1907,
pp. 394-424.
Enrico Dante
da Enciclopedia Cattolica, III,
Città del Vaticano, 1949, coll. 418-419
|
CAMAURO È una specie di
berretto che copre tutta la testa ed anche le orecchie,
che si adoprava fuori delle funzioni sacre. Nella forma
attuale è privilegio esclusivo del Sommo Pontefice, che
lo porta di velluto rosso filettato di ermellino
nell'inverno, e di raso rosso in estate, come la
mozzetta da lui indossata. L'origine non è certa. Alcuni
autori, dalla parola latina camelaucium vogliono
si chiami così perché è un copricapo fatto di peli di
cammello. Altri vi vedono la definizione dell'effetto
che doveva produrre il c. quella cioè di conservare il
calore. Altri infine lo ritengono un ornamento
femminile, che è passato poi, come la mitra e la tiara,
ai prelati ecclesiastici. Nella sua forma primitiva era
composto di quattro pezzi di stoffa, cuciti in forma di
croce, abbastanza ampio sì da coprire anche le orecchie,
come lo si trova in una medaglia di Alessandro VI. Non è
certa l'epoca nella quale i papi cominciarono a
portarlo. Nei medaglioni dei papi esistenti nella
basilica di S. Paolo in Roma, vediamo che i primi papi
che portano il c. sono i papi di Avignone Clemente V e
Giovanni XXII. Il tipo variò secondo il gusto
dell'epoca, ed anche secondo i desideri dei pontefici.
Da Pio VI in poi i papi non lo portano quasi mai, ma
usano lo zucchetto bianco. Il c. viene posto sul capo
del pontefice defunto prima di essere vestito dei
paramenti sacri per essere esposto al pubblico.
Enrico Dante
da Enciclopedia Cattolica, III,
Città del Vaticano, 1949, col. 421
|
CAMICE Veste di lino bianca (detta perciò in
linguaggio liturgico alba), lunga fino ai piedi,
usata dagli ecclesiastici nelle funzioni liturgiche.
Deriva dalla tunica che i Greci e i Romani portavano
sola, o sotto le altre vesti. Era senza maniche e
giungeva alle ginocchia, quella muliebre discendeva sino
ai piedi, donde il suo nome di talare. Nel sec. III,
sotto l'influsso dei costumi orientali, furono aggiunte
le maniche. Semplice e senza ornato da principio, ebbe
in seguito delle lunghe strisce di porpora o di altro
colore, che scendevano, dalle spalle ai piedi, tanto di
dietro che davanti. È precisamente questa tunica talare,
bianca, senza ornato, con le maniche lunghe e strette ai
polsi, che i chierici usarono per compiere i sacri
ministeri. Il Concilio di Cartagine del 398 stabilì che
il diacono indossasse la tunica solamente nel tempo
dell'oblazione o delle lezioni. Nel sec. VI anche i
suddiaconi cominciarono a portarla. Nell'830 Leone IV
prescrisse per le funzioni sacre un c. diverso
dall'ordinario; così quando i civili cessarono di
portare la tunica, questa fu conservata nella liturgia e
divenne indumento sacro. Nell'Ordo Romanus I la
tunica di lino è già certamente una veste liturgica.
L'antica tunica era abbastanza ampia,
e vi furono applicati ornamenti di seta o di oro, non
solo alla estremità e alle maniche, ma anche sul petto,
sulle spalle, alle falde. Con l'andar del tempo questi
ornamenti scompaiono, per dar luogo, specialmente dal
sec. XVI, a merletti e trine di vario genere. Oggi il
c., secondo le prescrizioni canoniche, deve essere di
tela bianca, di taglio abbastanza ampio e scendere fino
ai talloni, stretto con il cingolo, intorno ai fianchi.
Nessun ornato è prescritto; si può quindi seguire l'uso
invalso di applicarvi dei merletti intorno al collo,
alle estremità delle maniche, e dell'orlo inferiore. I
c. fatti di soli merletti non sono permessi; sono invece
tollerati i fondi di vario colore da sottoporsi al
merletto delle maniche e della frangia; rappresentando
essi il colore della sottana del celebrante. L'uso del
c. è riservato dal sec. XII-XIII ai soli ministri in
sacris per la Santa Messa, e tutte le volte che si
indossa la
dalmatica
o la
tunicella.
Il sacerdote non l'usa nei vespri, matutino e lodi, e
nelle esequie. Il c. deve essere benedetto dal vescovo o
da chi ne ha la facoltà.
Bibl.: J. Braun, I
paramenti sacri, Torino 1914, pp. 70-77; V.
Casagrande, L'arte a servizio della Chiesa, ivi
1938, pp. 194-97.
Enrico Dante
da Enciclopedia Cattolica,
III, Città del Vaticano, 1949, coll. 436-437
|
CAMPANELLO Quando nel sec. XII s'introdusse nella
Messa l'elevazione delle sacre Specie, cominciarono ad
usarsi c. o tintinnaboli, noti già presso gli antichi
popoli, per richiamare l'attenzione dei fedeli. L'uso
divenne comune con l'introduzione del Messale romano
sotto s. Pio V. Il Ritus celebrandi prescrive un
segno di c. al Sanctus ed all'Elevazione. Nelle
Messe solenni delle basiliche patriarcali romane non si
danno i segni col c. Secondo il monito del Rituale
romano, nel portare il S.mo Sacramento ad un ammalato,
il chierico "campanulam iugiter pulset", per richiamar
l'attenzione dei fedeli.
Bibl..: G. Durando, Rationale div. off., Napoli 1839, pp. 4, 42, 53; R.
de Fleury, La Messe, Parigi 1883-89, VI, pp.
154-64 e tavv.
cdxcvii-di; Schellen, in Kirchenlexikon,
Friburgo in Br. 1897, coll. 773-74; P. Lavedan, Clochette, in
Dict. illustré de la mythologie et
des antiquités grecques et romaines, p. 250; H.
Leclercq, Clochette, in DACL, III, coll. 1954-91.
Filippo Oppenheim
da Enciclopedia Cattolica, III,
Città del Vaticano, 1949, col. 456
|
CANDELE Sono il mezzo più comune e obbligatorio dell'illuminazione liturgica nelle funzioni religiose. Secondo le prescrizioni le candele devono essere di cera, e cioè fatte in tutto o in massima parte con l'omonimo prodotto delle api.
|
CANDELIERE Il candeliere liturgico trae la sua origine dal mobilio solito delle case romane, e per questo nella sua forma non ha nulla di tipicamente sacrale. La legislazione ecclesiastica vuole che i candelieri siano posti sul piano dell'altare. È permesso che stiano sul piccolo piano rialzato che completa la parte posteriore dell'altare, rimanendo proibito l'infiggerli alla parete.
|
CANONE DELLA MESSA La parola canone entrata nel lessico ecclesiastico dal VI secolo la si impiega per indicare la parte più solenne e la formula essenziale del rito eucaristico.
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CANONE INNODICO
Indica la
regola che deve seguirsi nella poesia liturgica. Il
ritmo, in tale caso, presenta una forma o un modulo già
fissato, al quale deve adattarsi il compositore. Fu già
osservata una regola o c. nella poesia classica greca,
sia nel numero dei piede che delle strofe. La tendenza,
però, alla libertà artistica, dava occasione a molte
eccezioni o sostituzioni, chiamate "licenze poetiche".
In un certo tempo le composizioni poetiche che meno
seguivano il detto c. furono chiamate "irmos" (ε̉ιρμός).
La poesia liturgica ebbe e ha ancora i suoi c., benché
alcuni siano diversi da quelli della poesia classica. In
Oriente da s. Efrem, poi in Occidente, specialmente per
opera di s. Ilario e di s. Ambrogio, la poesia o inno fu
adoperata per scopo popolare. S. Ambrogio se ne servì
per istruire il popolo circa il dogma cattolico, e per
combattere gli errori degli eretici; per adattarsi
meglio allo stile popolare egli sostituì la quantità dei
piedi classici con la tonicità o accento delle parole.
Diversi generi di composizione sono stati adattati nel
corso dei tempi per la innodia liturgica: ma il tipo
classico è il verso di otto sillabe, con strofe di
quattro versi, a somiglianza del "giambico-metrico". Di
tutti i c. i. resta soltanto, di fatto, il numero delle
sillabe. Non si sa se in principio la melodia fosse
assolutamente e sempre sillabica: il fatto però è certo
che inni di tipo molto antico hanno già melodie più o
meno ornate, e quindi l'effetto armonico cadenzale degli
otto tempi è meno sensibile. In ogni modo, almeno nella
recita, è osservata la "elisione" quando ci sono più di
otto sillabe; e anche nel canto è preferita tale
pratica.
Gregorio M. Suñol
da Enciclopedia Cattolica, III,
Città del Vaticano, 1949, coll. 549-550
|
CAPPA In origine era un ampio mantello senza
maniche, spesso fornito di un cappuccio, e copriva tutta
la persona; fu usato dall'antichità sino a tutto il
medioevo come abito contro le intemperie e per viaggio,
sia dai laici che dagli ecclesiastici.
Per i laici infatti divenne quasi
contrassegno delle persone gravi, quando i giovani
usarono vesti succinte, particolarmente in tempo di
guerra.
Quando sorsero gli Ordini mendicanti la
usarono aperta sul davanti con ampio cappuccio che
scendeva tutt'intorno alle spalle sino a formare una
specie di mantellina. Laici ed ecclesiastici la
portarono guarnita di pelli intorno alla testa ed alle
spalle. Mentre i monaci come abito corale usarono la
cocolla, gli altri religiosi usarono o la
cotta
o la c., o semplicemente la veste del loro Ordine.
I papi, prima che in Avignone
s'introducesse l'uso della mozzetta con cappuccio sopra
il
rocchetto,
usarono nel medioevo una c. di saia rossa guarnita di
ermellini, cha da ultimo sino a Pio VI si portò soltanto
nelle funzioni dei Matutini del triduo della Settimana
Santa e del Venerdì Santo; mentre nelle circostanze
solenni indossavano il grande manto, più ampio e
prezioso del semplice pluviale.
I cardinali portano la c. di cerimonia in
tutto eguale a quella dei vescovi: essa consiste in un
lungo mantello a strascico con cappuccio ampio che
scende attorno alle spalle a forma di mantellina chiusa
sul davanti; nel tempo invernale alla mantellina è
sovrapposta un'altra mantellina di pelliccia bianca che
guarnisce anche il cappuccio.
Il mantello è tutto chiuso con una sola
apertura longitudinale sul davanti del petto attraverso
cui passare le mani; perciò per usare più liberamente le
braccia, la c. si arrovescia sugli avambracci. Per
distinguere i cardinali dagli altri prelati fu concesso
loro di usare c. di colore rosso-porpora; ciò avvenne
sotto Paolo II (o, secondo altri, sino dal tempo di
Bonifacio VIII); però nell'Avvento, Quaresima, vigilie,
il colore della c. è pavonazzo. Il tessuto è sempre di
seta ondata (amoerro); di lana pure pavonazza nel
Venerdì Santo e nei giorni di stretta penitenza. I
cardinali eletti dagli ordini monastici o mendicanti
portano c. di lana del colore del loro ordine; quelli
provenienti dai chierici regolari cappe purpuree e
pavonazze come i loro colleghi, ma sempre di lana.
I vescovi nelle loro diocesi portano
la c. pavonazza di forma eguale, come s'è detto a quella
dei cardinali, di lana o di seta, mentre la parte
superiore quando non è coperta dalla pelliccia è sempre
di seta cremisi; in Curia portano o la c. a modo dei
prelati o la mantelletta. I religiosi portano la c., come la
sottana, la mantelletta, del colore del loro Ordine;
sino a non molto tempo fa non usavano rocchetto se non
per concessione particolare, ma ora tale concessione è
largamente diffusa.
I prelati vestono anch'essi la c. sopra
la veste pavonazza ed il rocchetto; ma essa non è mai
portata distesa, bensì attorcigliata in modo da passare
sotto il braccio sinistro dov'è tenuta aderente alla
persona da una fettuccia pendente dalle spalle sotto la
mantellina. Così la portano i prelati della corte e
della curia: vice-camerlengo, uditore e tesoriere della
Camera Apostolica (prelati di fiocchetto), i protonotari
di numero e soprannumerari, i chierici di Camera, i
prelati domestici, i canonici delle basiliche
patriarcali, i votanti e referendari di segnatura e gli
stessi vescovi presenti in curia. Per concessione papale
portano pure nella loro diocesi tale c. i canonici di
alcune chiese metropolitane o cattedrali,
particolarmente quelli che sono assomigliati ai
protonotari, e i canonici di alcune delle basiliche
romane minori. Non ne hanno invece diritto i camerieri e
i cappellani segreti per i quali la veste solenne di
cerimonia è la croccia.
Bibl.: G. Moroni, Dizionario di erudizione
storico-eccles., VIII, Venezia, 1842, p. 80 ss.
XCVI, ivi 1859, p. 265; J. Braun, I paramenti sacri,
trad. it., Torino, 1914, p. 160; E. Roulin, Linges,
insignes et vêtements liturgiques, Parigi, 1930, p.
143; L. Eisenhofer, Handbuch der katholischen
Liturgie, I, Friburgo in Br., 1932, p. 435; L.
Mattei Cerasoli, s.v. in Enc. Ital. VIII, 1930,
p. 880.
Pio Paschini
da Enciclopedia Cattolica,
III, Città del Vaticano, 1949, coll. 695-696
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CARTEGLORIA Sono tre tabelle che si pongono al centro e ai due lati dell'altare per aiutare la memoria del celebrante nella recita di alcune formule della messa. La tabella di mezzo, che è l'unica prescritta, contiene preghiere del Canone e dell'Offertorio (tabella secretarum o del Canone).
Per aiutare la memoria del celebrante,
fin dal sec. XVI si soleva mettere nel mezzo dell'altare
una tabella, contenente alcune orazioni della Messa; s.
Carlo, nel sinodo del 1576 ricorda per la prima volta le
3 tabellae. La tabella di mezzo, che è l'unica
prescritta, contiene preghiere del Canone e
dell'Offertorio (Canon minor): per questo fu
chiamata tabella secretarum o del Canone.
Generalmente si aggiungono anche altri testi, come
quelli del Gloria in excelsis, del Credo,
del Munda cor, del Supplices te rogamus
e del Placeat tibi, e ciò per la difficoltà di
usare il messale durante la loro recitazione, in quanto
il sacerdote deve stare chinato sull'altare. La tabella
al lato dell'Epistola contiene il salmo Lavabo
e l'orazione Deus qui humanae substantiae;
quella al lato del Vangelo l'inizio del Vangelo secondo
Giovanni. Per i vescovi invece si usa il cosiddetto Canon episcopalis, cioè il libro contenente il
Canone. Durante l'esposizione del S.mo Sacramento devono
essere rimosse (S. Congr. dei Riti, decr. 3130 ad 3). Da
principio contenevano probabilmente i soli toni
dell'intonazione del Gloria, e da qui forse
trassero nome. È essenziale che il contenuto delle c.
sia facilmente leggibile.
Bibl.: L. Eisenhofer, Handbuch der
kathol. Liturgie, I, Friburgo in Br. 1932, pp.
364-365; P. Bayart, in R. Aigrain, Liturgia,
Parigi 1935, p. 215.
Filippo Oppenheim
da Enciclopedia Cattolica,
III, Città del Vaticano, 1949, coll. 956-957
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CATALANI, GIUSEPPE Celebre liturgista, nato a Paola (Cosenza) il 14 giugno 1698, morto a Roma il 10 agosto 1764. Opere liturgiche principali:
Pontificale Romanum prolegomenis et commentariis illustratum (3 voll., Roma 1738-1740),
Caeremoniale episcoporum commentariis illustratum (2 voll., Roma 1744),
Sacrarum caeremoniarum sive rituum ecclesiasticorum S. R. Ecclesiae libri tres (2 voll., Roma 1750-1751)
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CENERI, MERCOLEDÌ delle Negli ultimi anni di san Gregorio Magno si cominciò il digiuno quaresimale con il mercoledì precedente la domenica I di Quaresima, che perciò fu chiamato
caput ieiunii o anche caput Quadragesimae. La penitenza al principio della Quaresima era inculcata ai fedeli con l'espulsione dei pubblici penitenti da parte del vescovo. Il rito ne è conservato nel Pontificale romano.
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CERIMONIA Nel senso liturgico la c. è un gesto,
un'azione, un movimento o un complesso di essi,
istituito dalla competente autorità, per accompagnare la
preghiera o l'esercizio pubblico del culto divino.
L'insieme e l'ordine delle varie c. è ciò che
costituisce un rito. L'etimologia della parola risulta
incerta.
L'origine delle c. è fondata nella
stessa natura umana, poiché i gesti che accompagnano la
parola manifestano naturalmente i sentimenti e i
movimenti dell'animo. Non vi è infatti religione, che
non abbia tutto un corredo di riti e di c. Questa intima
connessione tra religione e c., la si trova ampiamente
illustrata nel Vecchio Testamento: i quattro ultimi
libri del Pentateuco, specialmente il Levitico,
espongono le diverse pratiche rituali del popolo
ebraico. Nella religione cristiana le c. sono antiche
quanto il cristianesimo. Gesù stesso ne è l'iniziatore;
e quindi gli Apostoli, e poi la Chiesa hanno costituito
il primo nucleo del rituale liturgico, che completato,
modificato, ampliato con l'andare dei secoli,
costituisce oggi il cerimoniale della Chiesa che
concorre sì mirabilmente a farne apprezzare e venerare
dai fedeli la santità e la dignità.
Per le origini delle varie c. basterà
accennare alle diverse cause che ne determinarono
l'inizio o la scomparsa; perché alle volte solo così ci
si può rendere ragione di esse. Come cause storiche si
ricorderanno l'influsso della religione mosaica sul
culto cristiano; l'assunzione da parte della Chiesa di
alcuni riti pagani, trasformati e santificati; ed infine
il fatto che molte c. e riti sono comuni a tutte le
religioni, essendo di loro natura atti ad esprimere i
sensi intimi dell'anima umana.
Il fine inteso dalla Chiesa nelle
sacre c. è primieramente di rendere degno il culto
tributato a Dio con lo splendore dei sacri riti, e
attrarre gli uomini alle cose celesti sollevandone lo
spirito, favorendone la pietà. Si rende così sensibile
l'azione intrinseca e spirituale del sacrificio della
Messa, e dei Sacramenti, per mezzo delle c. e dei riti,
facilmente percepibili nel loro significato. reale. Ma
oltre questo senso morale, un altro mistico senso
possiamo e dobbiamo trovare in molte c.
L'interpretazione simbolica dei riti, come non è da
trascurare, così non deve essere spinta all'eccesso.
Purtroppo non mancarono abusi e, durante tutto il
medioevo fino al sec. XVII, l'interpretazione mistica fu
estesa oltre ogni convenienza e ragione.
Bibl.: Desloge, Etudes sur la signification des choses liturgiques,
Parigi 1906; G. B. Menghini, Elementa iuris liturgici,
Roma 1907.
Enrico Dante
da Enciclopedia Cattolica,III, Città del Vaticano, 1949, coll. 1316-1317
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CERIMONIALE DEI VESCOVI È il complesso di regole e di direttive sacre che disciplinano la preparazione e gli atteggiamenti, movimenti e gesti da osservarsi nella celebrazione solenne della Messa e dell'Ufficio corale presente il vescovo, e il comportarsi di questi nelle manifestazioni della sua personalità.
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CEROFERARIO Colui che nelle funzioni solenni porta il cero acceso sul candelabro.
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CERO PASQUALE Cero di grandi dimensioni, artisticamente decorato, benedetto nel Sabato Santo, e posto sopra un candelabro dal lato del Vangelo dell'altare maggiore fino alla festa dell'Ascensione.
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CHIROTECA Vedi
GUANTI
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CINGOLO Dall'uso profano di una cintura per tenere fissa intorno ai fianchi la tunica, è sorto l'indumento sacro in forma di cordone, con due fiocchi alle estremità, che serve per stringere il camice.
I primi
accenni al c. si hanno in una lettera di papa Celestino
nel 430 ai vescovi di Narbona e Vienna nelle Gallie. Poi
i monaci, memori della parola del Signore: "siano cinti
i vostri lombi", ritennero incompatibile per il loro
stato la tunica discinta, e concorsero così a
generalizzare, l'uso del c.
Dalla semplice cinta di cuoio o di
corda dei monaci, si passò nella liturgia alla fascia di
seta riccamente ornata, con pietre preziose e borchie
d'oro, specialmente durante il medioevo. Poi si tornò
alla semplicità primitiva, ed eliminata la fascia si
riprese il cordone. La Chiesa non ha determinato né la
forma né il colore del cingolo; se ne possono quindi
fare di seta, lino, lana, cotone; il loro colore può
essere sempre bianco oppure simile a quello dei
paramenti. Vario ne è il significato simbolico secondo
gli autori, ma quasi tutti convengono nel ritenerlo il
simbolo della castità, come indica la preghiera
liturgica che il sacerdote deve recitare quando lo
cinge.
Bibl.: J. Braun,Die liturgische Gewandung im Occident und Orient, Friburgo in Br. 1907, pp. 102-15; id.,
I paramenti
sacri, vers. it., Torino 1924, pp. 77-84.
Enrico Dante
da Enciclopedia Cattolica, III,
Città del Vaticano, 1949, col. 1678
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COLLETTA Indica: 1) il luogo di convegno che negli antichi Ordini romani viene indicato regolarmente nei singoli giorni di Quaresima. 2) L'orazione del giorno che anticamente si diceva sopra il popolo adunato per la celebrazione della Messa. 3) Fin dal secolo IX, è il nome della prima orazione della messa.
|
COLLETTARIO Chiamato talvolta
orazionario, deriva dal sacramentario in quanto anticamente solo questo libro conteneva le orazioni recitate dal vescovo o dal sacerdote a nome della collettività.
|
COLORI LITURGICI Secondo il carattere del giorno o dell'occasione della funzione sacra, sono prescritti diversi colori per i paramenti sacri, e cioè bianco, rosso, verde, violaceo e nero. Inoltre nelle domeniche
Gaudete (3ª di Avvento) e Laetare (4ª di Quaresima) è permesso il rosaceo.
Il c. oro può essere usato in luogo
del bianco, del rosso e del verde, a causa della
preziosità o della solennità (S. Rit. Congr., n. 3646 ad
2), l'argenteo solo al posto del bianco (ibid.,
ad 3).
I primi cristiani non conobbero un c.
l. determinato per le vesti che indossavano nel culto;
presto, però, si hanno notizie di una veste bianca,
richiesta specialmente per i sacerdoti (Constitutiones
Apostolorum, VIII, 12; Canones Ps. Athanasii,
can. 28; Canones Ps. Basilii, can. 99). Tracce
dei suddetti c. si trovano nell'evo carolingio, e anche
prima negli Ordines Romani; nel sec. XII esisteva
però a Roma un canone preciso per i c. dei paramenti, a
seconda del tempo, come è attestato e spiegato da papa
Innocenzo III (De Sacro altaris mysterio, I, 65:
PL 217, 199 sg.; cf. Durando, Rationale, 3, 18).
Non vi era però uniformità, e i c. continuavano a
differire a seconda dei luoghi e dei tempi. Inoltre
erano usati il giallo, bruno, azzurro, grigio e, non
essendovi un apposito precetto, in molti luoghi serviva
di regola l'uso o la tradizione o anche il gusto del
celébrante. L'uniformità fu raggiunta solo dopo la
promulgazione del Messale di s. Pio V, ma soltanto
presso i Latini; gli orientali continuarono ad usarne
differenti; la liturgia ambrosiana conservava i suoi e
la Spagna otteneva il privilegio dell'azzurro nelle
feste mariane.
Altre norme complementari che
riguardano i c. l. per l'amministrazione dei Sacramenti
o Sacramentali si trovano nel Rituale romano e nei
decreti della S. Congregazione dei Riti. La scelta di un
dato c. per determinati giorni proviene da
considerazioni simboliche, volendosi anche con esso
esprimere il carattere e il senso di una solennità.
Secondo Innocenzo III, il bianco, nelle feste di vergini
e confessori, simboleggia la purezza e l'innocenza; a
Pasqua e all'Ascensione ricorda le bianche vesti degli
angeli; dovunque è simbolo della gioia. Il rosso,
prescritto per le feste degli Apostoli e dei martiri,
simboleggia il sangue da essi versato; alla Pentecoste,
la carità e l'ardore dello Spirito Santo. Il nero è
segno di lutto nella Messa per i morti, e di penitenza,
come, anticamente, nei giorni dell'Avvento e della
Quaresima. Il verde, sempre secondo il detto Papa, è un
c. intermedio tra il bianco il rosso, ed è usato nelle
domeniche, salvo quelle dell'Avvento e della Quaresima.
Il violaceo è una specie temperata di nero, perciò un
tempo era usato nelle domeniche Gaudete e Laetare, nelle quali oggidì si usa il rosaceo.
Bibl.: J. Braun. Die liturgische Gewandung in
Occident und Orient, Friburgo 1907, pp. 728-60; J.
Braun. I paramenti sacri, Torino 1914. pp. 38-46;
L. R. Barin, Catechismo liturgico, I, V ed.,
Rovigo 1927, pp. 388-91; L. Eisenhofer, Compendio di
liturgia, Torino 1940, p. 60 sgg.
Filippo Oppenheim
da Enciclopedia Cattolica, IV,
Città del Vaticano, 1950, coll. 22-23
|
COMMEMORAZIONE Quando di uno o più santi o di una feria, vigilia od ottava non si può recitare l'ufficio o la messa per l'occorrenza di una festa di rito più elevato, allora di essi si fa spesso la commemorazione o memoria nell'ufficio e nella messa del giorno.
I cicli del Temporale e del Santorale
infatti corrono simultaneamente ed il Martirologio
riporta molti santi che nello stesso giorno ascesero
alla gloria del cielo. Non è raro quindi il caso di un
conflitto nel calendario tra una festa, una domenica,
una feria, una vigilia o una ottava. Le regole
liturgiche tendono ad eliminare od attenuare questi
conflitti, sia sopprimendo le feste meno importanti, sia
trasportando quelle più nobili, oppure commemorandone
semplicemente alcune. Questa commemorazione consta di
un'antifona col relativo versetto ed orazione ai Vespri
e alle Lodi, e della orazione nella Messa.
Silverio Mattei
da Enciclopedia Cattolica, IV,
Città del Vaticano, 1950, col. 50
|
COMMUNE SANCTORUM È la terza delle grandi parti in cui si dividono il Messale e il Breviario romano, e comprende una raccolta di formole liturgiche (messe e uffici) per le feste di quei santi che mancano in tutto o in parte di formulari propri.
|
COMMUNIO È l'antifona
che nella Messa solenne viene cantata dal coro dopo la
Comunione del celebrante; in tutte le Messe è letta
semplicemente dal celebrante stesso. Anticamente si
cantava durante la distribuzione della Comunione dei
fedeli, intercalandola con i versi di un salmo. A poco a
poco, il salmo fu abbreviato fino a scomparire
totalmente, sicché rimase la sola antifona, nella quale
è riassunto qualche pensiero del giono o della festa che
si celebra; un vestigio dell'antico uso è rimasto nella
sola Messa per i defunti. Nella liturgia ambrosiana è
detta transitorium.
Bibl.: I. Schuster, Liber Sacramentorum, 3ª
ed., Torino 1932, p. 100; III, ivi 1933, p. 70; G.
Destefani, La messa nella liturgia romana, ivi
1935, pp. 307, 751 sg.
Filippo Oppenheim
da Enciclopedia Cattolica, IV,
Città del Vaticano, 1950, coll. 70-71
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COMPIETA Ultima ora dell'ufficio divino.
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"CONSORS PATERNI LUMINIS" Inno del Mattutino del martedì, composto da s. Ambrogio.
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"COR ARCA LEGEM CONTINENS" Inno delle Lodi nella festa del Cuore di Gesù. L'inno data dal 1847, e solo 10 anni dopo Pio IX lo incluse nel Breviario romano.
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CORPORALE
 Quadrato di lino su cui si posano le specie eucaristiche e i vasi sacri. Il suo nome deriva dall'ufficio di raccogliere il Corpo di Cristo.
Il suo nome deriva dall'ufficio di
raccogliere il Corpo di Cristo. Nei primi secoli non si
stendevano tovaglie sull'altare; solo alla Messa, prima
dell'offerta, i diaconi stendevano un panno di lino per
posarvi il pane e il vino destinati al sacrificio
eucaristico, e con un lembo si copriva il calice.
Introdottasi l'abitudine di coprire
l'altare con due, tre tovaglie e diminuite d'altra parte
le offerte, il c. fu accorciato così che sino dal
medioevo appare già ridotto alla forma presente. Il
calice venne allora coperto con un altro piccolo c.
detto palla.
A determinare la materia fu il
richiamo alla Sindone nella quale era stato avvolto il
corpo esanime di Gesù: perciò il sacrificio della Messa
deve essere offerto sopra un panno di lino. Nella
liturgia ambrosiana si tiene vivo questo raffronto con
l'orazione precedente l'Offerta, chiamata: "sopra la
Sindone". Si conservano tuttavia antichi c. di seta.
Anticamente, dopo la consumazione, il c. veniva piegato
tre volte, ponendo verso l'interno le due estremità in
modo che "né l'un capo né l'altro apparissero fuori". I
liturgisti medievali videro simboleggiata la divinità di
Cristo che non ha principio né fine, ma il motivo stava
piuttosto nella preoccupazione che i minuti frammenti
eucaristici ivi rimasti non avessero a cadere in luogo
profano; per questo motivo la conservazione e lavatura
del c. impose sempre religiosa attenzione; e nel sec. IX
esiste già la prescrizione di non mandare al bucato c.
prima che siano stati lavati almeno una volta da un
sacerdote, un diacono o suddiacono. Le prescrizioni di
Cluny in proposito sono minuziose e curiosissime. Si
conoscono c. molto ornati, ma l'odierna legislazione
permette soltanto i lini damascati, qualche ricamo agli
angoli, una piccola croce al centro senza rilievo; gli
orli possono essere ornati di pizzi. Viene portato
all'altare entro una borsa che segue le regole dei
colori. liturgici.
Bibl.: G. Braun. I paramenti sacri, trad. it.,
Torino 1914, p. 184-88; C. Callewaert, De Missalis
Romani liturgia, sez. 1ª,
Bruges 1937, nn. 433. 437, 438.
Enrico Cattaneo
da Enciclopedia Cattolica, IV,
Città del Vaticano, 1950, col. 598
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"CORPUS DOMAS JEJUNIIS" Inno del Mattutino per l'ufficio di s. Giovanni Canzio, di autore ignoto, composto per la sua canonizzazione avvenuta nel 1757.
|
CORPUS DOMINI, Festa del Solennità del S.mo Corpo di Cristo, celebrata il giovedì dopo la 1ª domenica di Pentecoste, per commemorare in modo tutto speciale la Eucaristia: sacrificio e Sacramento.
|
COTTA Tunica bianca usata dai sacerdoti nei riti non uniti alla messa, e dai chierici.
La liturgia cristiana volle sempre gli
ecclesiastici indistintamente rivestiti di un abito-base
bianco a somiglianza dei 24 Seniori e della turba
innumere che, in cielo, sta attorno al trono
dell'Agnello (Apoc. 4, 4).
Nella forma originaria si è conservato
nel
camice
dal quale derivò la c. Appare nel sec. XI in
Inghilterra, nella Francia del nord e nella Spagna, sul
finire del sec. XI in Italia, e, costituendo per sé una
novità, solo più tardi a Roma. Venne pure chiamata
soprapelliccia (superpelliceum) perché messa
sopra gli abiti fatti di pelli di animali (Durando)
richiesti dal freddo intenso dei paesi nordici: il
camice, con le sue maniche strette e la necessità di
recingerlo ai fianchi, mal si adattava; se ne
allargarono pertanto le maniche e se ne accorciò un poco
la lunghezza risultandone la c. Anche laddove non si
usavano pellicce, la praticità suggerì egualmente
d'accorciare la tunica dei fanciulli cantori e si ebbe
il camisium (c. a maniche strette) attestato a
Milano nel sec. XII.
All'inizio le caratteristiche della c.
sono: maniche molto larghe, foro circolare per
introdurvi il capo, misura lunga e ampia senza alcun
ornamento, fino quasi ai piedi. Dopo il sec. XIII venne
accorciata sino allo stinco; nel sec. XV-XVI, al di
sopra dei ginocchi. Su ciò influì l'uso, sviluppatosi
nel sec. XVI, di pieghettarla: poiché infatti la
larghezza delle maniche era diminuita in proporzione
della lunghezza della c., si volle dare un aspetto meno
goffo alla tunica, conservata solo nel nome, creandosi
così le c. ricce usate oggi principalmente nelle
cattedrali e chiese collegiate. Solo con il sec. XVII
diventa uso generale ornare la c. con pizzi. La c. deve
essere di lino o di cotone bianco; il taglio sul petto
non è d'uso generale.
Il suo simbolismo è vario. A chi la
riveste ufficialmente la prima volta accedendo alla
tonsura il Pontificale romano dice: "Ti rivesta il
Signore dell'uomo nuovo, quello che per volere di Dio fu
creato giusto e veramente santo". Ed il candore richiama
infatti lo stato di Grazia.
Bibl.: M. Magistretti, Delle vesti ecclesiastiche
in Milano, II ed., Milano 1905, pp. 30-34: G. Braun,
I paramenti sacri, trad.
ital., Torino 1914, pp. 81-84; E. Roulin, Linges.
insignes et vêtements liturgiques, Parigi 1930,
pp. 28-34.
Enrico Cattaneo
da
Enciclopedia Cattolica, IV, Città del Vaticano,
1950, coll. 784-785
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CREPITACOLO Dal latino
crepitaculum, crepitacillum: giocattolo di legno che agitato produce rumore. È detto anche
bàttola, tabella o raganella. Si usa nella liturgia dal Giovedì al Sabato Santo in sostituzione delle campane.
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CROCE NELLA LITURGIA
1. Le feste della S. Croce.
I libri liturgici attuali ne hanno
due: In Inventione S. Crucis (3 maggio) e In
Exaltatione S. Crucis (14 sett.).
Le feste seguirono lo sviluppo della
devozione alla reliquia della S. C., che ebbe origine
col suo ritrovamento. L'anno di questo avvenimento resta
incerto. La Cronaca alessandrina lo assegna al
320, il Lib. Pont. al 310 (I, p. 167), la Dottrina d'Addai la riporta addirittura al tempo di
Tiberio (14-37). La Peregrinatio Aetheriae (ca.
394) la suppone avvenuta prima del 335, ma Eusebio nella
Vita Constantini, scritta nel 337 non ne parla
affatto. Il primo documento sicuro è la testimonianza di
s. Cirillo di Gerusalemme nella Cathech., XIII,
4: PG 33, 775; scritta nel 347. Meno informati ancora si
è sul giorno della Inventio. Da notarsi però che
la Cronaca e la Peregrinatio danno il 14
sett. e questo è stato causa di non poca confusione per
l'individuazione delle due feste nei documenti.
Storicamente la festa liturgica dell'Exaltatio
precede quella della Inventio. L'origine è
palestinese, anzi locale di Gerusalemme e deve
ricercarsi nell'annuale celebrazione della dedicazione
(avvenuta il 13 e 14 sett. 335) delle due basiliche
costantiniane dell'Anastasis e del Martyrion.
La festa giunse a grande celebrità. Alla fine del sec.
IV la Peregrinatio parla di moltitudini di monachi, episcopi (fino a 40 e 50),
clerici,
saeculares, tam viri quam feminae, che per otto
giorni continui accorrevano da tutte le parti
dell'Oriente per prendervi parte. Essa non cedeva in
nulla alle feste di Pasqua c dell'Epifania (Peregrinatio
ad loca sacra, cap. 48, in Itinera, ed.
Geyer, p. 100). Con il tempo s'incominciò a fare una
solenne ostensione delle reliquie della vera C., sicché
a poco a poco questo rito diventò l'oggetto principale
della solennità, facendo dimenticare quasi del tutto la
dedicazione. Alessandro di Cipro (sec. VI) la designa
esattamente con il nome poi rimasto: Exaltatio
praeclarae Crucis (PG 86, 2176).
Da Gerusalemme la solennità si diffuse
in molte chiese orièntali, specie dove si possedeva una
reliquia della vera C., come a Costantinopoli, ad Apamea
e ad Alessandria.
Per l'Occidente la prima testimonianza
d'una festa liturgica della S. C. si trova nella
biografia di Sergio I (687-701), nella quale si legge:
Qui etiam ex die illo pro salute humani generis ab
omni populo christiano die Exhaltationis Sanctae Crucis
in basilicam Salvatoris, quae appellatur Constantiniana,
osculatur et adoratur (Lib. Pont., I p. 374).
Il testo lascia intendere che la festa
era già celebrata prima di Sergio; probabilmente
dapprima nell'oratorio della S. C. al Laterano, poi
nella basilica Sessoriana Sanctae Crucis in
Hierusalem. Ma non si deve andare molto indietro,
come mostra l'incertezza dei documenti nel segnalarla:
p. es., si trova nel Sacramentario gelasiano
(metà sec. VIII; cf. ed. Wilson, p. 198), ma manca nel
manoscritto di Epternach del Martirologio
geronimiano, eseguito da un vescovo consacrato da
Sergio I (cf. Lib. Pont., I, p. 387, nota 29).
Alla festa Sergio dovette aggiungere la solenne
ostensione e adorazione della C. conservata nel Sancta Sanctorum del Laterano di cui parla il testo
riferito, cerimonia attestata ancora nell'Ordo di
Cencio Camerario al principio del sec. XIII.
Mentre a Roma s'affermava la festa
dell'Exaltatio, fissata al 14 sett., nelle Gallie
s'era introdotta, e con successo, una festa Inventionis Sanctae Crucis stabilita al 3 maggio.
Pare che essa entrasse nelle chiese gallicane nella
prima metà del sec. VIII: non si trova nei Sacramentari leoniano (sec. VI) e
gregoriano
(sec. VII), non ne fa cenno Gregorio di Tours (593-94),
così abbondante in simile materia, manca nel Lezionario
di Luxeuil (fine sec. VII). La riportano invece i
manoscritti del Martirologio geronimiano di
Wolfenbüttel (772) e di Berna (di poco posteriore), i
calendari mozarabici, i Sacramentari gelasiani
del sec. VIII (cf. P. de Puniet, Le Sacramentaire
romaine de Cellone, Roma [1938], pp. 92*-93*; Sacramentarium Pragense, ed. A. Dolci, Beuron 1949,
p. 71).
La data del 3 maggio fu suggerita, a
quanto sembra, dalla leggenda di Giuda Ciriaco, vescovo
di Gerusalemme (BHL, 7022). Il Missale Gothicum
(secc. VII-VIII) e quello di Bobbio (sec. VIII) mettono
la festa tra l'ottava di Pasqua e le Rogazioni,
senz'altra indicazione. Il Reg. 316 e il
Pragense hanno già la data del 3
maggio. In sostanza i due calendari, il romano e il
gallicano, avevano una propria festa della S. C. in date
diverse e ambedue sono rimaste nei libri liturgici
quando questi, emigrati in Gallia, ritornarono a Roma
con le note aggiunte c trasformazioni.
Anche il formolario liturgico delle
due feste ha risentito delle loro vicende. L'ufficiatura
della Exaltatio è di evidente fattura romana: lo mostra
tra l'altro l'antifona: O magnum pietatis opus,
tratta dall'epigrafe metrica di papa Simmaco (498-514)
per l'oratorio della S. C. in S. Pietro, e l'altra
Salva nos, Christe, che ricorda lo stemma della
medesima basilica (cf. U. Mannucci, Per la storia
dell'ufficio della S. C., in Rass. Gregor.,
1910, col. 249). Le lezioni narrano il recupero della S.
C. dalle mani dei Persiani, avvenuto nel 665 sotto
Eraclio.
L'ufficiatura dell'Inventio,
invece, è gallicana. Le antifone del sec. XII
accennavano alla leggenda di Giuda Ciriaco e furono
soppresse da Clemente VIII (1592-1605) "quia historiam
continebant dubiam" e sostituite dalle attuali (v.
l'antico formolario in Tommasi, Opera, t. IV, p.
250). Le lezioni rimaste raccontano il ritrovamento
della C. fatto da s. Elena. La Messa è di classico tipo
gallicano (cf. G. Manz, Ist die Messe de Inventione
S. Crucis im Sacram. Gelas. gallischen Ursprungs?,
in Ephem. lit., 47 [1938], pp. 192-96).
Nel 1741 la Commissione nominata da
Benedetto XIV per la riforma del Breviario stabili di
sopprimere la festa del 3 maggio, ma l'intero progetto,
com'è noto, fallì e anche le due feste della S. C. sono
rimaste finora al loro posto.
Bibl.: A. Holder, Inventio S. Crucis, Lipsia
1889; P. Bernadakis, Le culte de la Croix chez les
grecs, in Echos d'Orient, 5 (1902), pp. 193
sgg., 257 sgg.: L. De Combes, La vraie Croix perdue
et retrouvée, Parigi 1902, p. 265-73; id., De
l'invention à l'exaltation de la S. Croix, Parigi
1903; J. Straubinger, Die Kreuzauffindungslegende,
Paderborn 1912; K. A. H. Kellner, L'Anno
ecclesiastico, Roma 1914, p. 285 sgg.; H. Leclercq,
Croix (invention de la), in DACL, III, coll.
3131-39; A. Kleinclausz, Eginhard, Parigi 1942,
pp. 175-99, 249-55.
Annibale Bugnini
2. La Croce dell'altare.
Nei primi secoli, soltanto la materia
del sacrificio poteva essere posta sull'altare. La C. e
i candelieri, portati in testa alla processione,
venivano collocati o dietro l'altare o ai suoi lati.
Talvolta la C. era pendente sotto il ciborio o scolpita
sul frontone dello stesso: tuttavia nessun testo ci dice
la ragione precisa della sua presenza. Con il sec. XI
viene ornata del Crocifisso fiancheggiato talvolta dalla
Madonna e s. Giovanni Evangelista; un foro nell'altare
od apposito piedistallo permette di fissarla sull'altare
stesso durante la celebrazione del S. Sacrificio.
L'introduzione e il propagarsi delle Messe private non è
escluso abbiano influito a porla definitivamente
sull'altare.
Il Cerimoniale dei vescovi,
ordinando che la "Crux Domini" sia sull'altare,
stabilisce il suo basamento alto quanto il più vicino
dei candelieri voluti d'altezza varia, perché, con il
loro ascendere, maggiormente siano d'ornamento alla C.
La sua presenza sull'altare, come i ripetuti inchini e
gli sguardi ad essa rivolti dal sacerdote celebrante la
S. Messa, vogliono inculcare essere questa la reale
rappresentazione del sacrificio della C. Pertanto è
sempre necessaria, salvo durante l'esposizione del S.mo
Sacramento, perché l'immagine cede alla realtà.
Bibl.: J. Braun, Das christliche Altargerät,
Friburgo in Br. 1932, pp. 466-92; C. Callewaert, De
Missalis Romani liturgia, I, Bruges 1937, n. 442.
Enrico Cattaneo
3. La Croce pettorale. È una piccola croce d'oro o di altro metallo dorato, che i vescovi portano appesa al collo come proprio distintivo. Vi sono due specie di Croce pettorale: una è appesa ad una catena d'oro od altro metallo dorato, che si usa con le vesti ordinarie, l' altra pende da un cordone di seta rossa per i cardinali e verde per i vescovi, e si porta nelle funzioni sacre e sulla
mozzetta.
Il Cerimoniale dei vescovi
fa cenno solo di questa seconda, e la considera come
ornamento pontificale, mentre della prima non parla
affatto.
L'origine della C. pettorale si
riallaccia molto probabilmente agli encolpi ed a
quegli oggetti sacri che i cristiani portavano sul
petto. Gli scrittori antichi non ne parlano: ciò
significa che in origine si trattava solo di una
devozione personale. Più tardi i papi fecero di essa
un ornamento sacro, imitati successivamente dai
vescovi e dagli abati. I primi esempi risalgono ca.
al sec. IX. Alla C. pettorale, come ornamento
liturgico del papa, accenna Innocenzo III nel De
sacro altaris sacrificio, I, cap. 2. Un
Pontificale del sec. XII enumera fra i paramenti
liturgici del vescovo la "Crux pectoralis, si quis
ea uti velit" (E. Martène, De ant. Eccl. rit.,
1, Anversa 1736, cap. 4, art. 12, ordo 23).
Bibl..: A. Du Saussay, Panoplia episcopalis, seu
de sacro episcoborum ornatu, VII, Parigi 1646, pp.
294-329; L. Thomassinus, Vetus et nova Ecclesiae
disciplina, II, Napoli 1769, cap. 58, nn. 4-5; J. L.
Ferraris, Cruz, in Prompta bibliotheca
canonica, Parigi 1858, nn. 51-55: A. Fivizzani, De ritu S. Crucis, Roma 1892, cap. 7, p. 53; F.
Eygen, in Liturgia, Parigi 1935,
p. 342; M. Righetti, Storia liturgica, Milano
1945, pp. 519-20.
Silverio Mattei
da Enciclopedia Cattolica,
IV, Città del Vaticano, 1950, coll. 960-964
|
CROCIFERO Secondo un antico uso cristiano la croce, come vessillo di Cristo, precede tutte le sacre processioni dei fedeli, e l'ufficio di portarla è specialmente affidato al suddiacono.
|
CROTALO (krotalon,
crotalum) Strumento a percussione, corrispondente alle nacchere o castagnette. Non entrò mai nell'uso della liturgia, ma la parola
crotalum è usata per designare i crepitacoli che negli ultimi giorni della Settimana Santa sostituiscono le campane.
|
"CRUDELIS HERODES DEUM" Inno dei Vespri nella festa dell'Epifania, composto delle strofe 8, 9, 11 e 13 del celebre inno di Sedulio, che celebrano i tre misteri ricorrenti nella festa dell'Epifania: l'adorazione dei Magi, il Battesimo nel Giordano e il miracolo delle nozze di Cana.
La prima strofa è una significativa
interrogazione ad Erode sul suo infondato timore per la
nascita del nuovo re, che non usurpa domini terreni, ma
che anzi dà in premio il regno dei cieli ai suoi
seguaci. Tutta la composizione è ispirata ad un
parallelo fra la divina e la umana natura del nato
Messia.
Bibl.: G. G.
Belli, Gli inni del Breviario tradotti, Roma
1857, p. 128; S. G. Pimont, Les hymnes du Bréviaire
romain, II, Parigi 1884, pp. 88-95; C.
Albini, La poesie du Bréviaire, I, Lione s. a.,
p. 135.
Silverio Mattei
da Enciclopedia Cattolica, IV,
Città del Vaticano, 1950, coll. 1025-1026
|
"CUSTODES HOMINUM PSALLIMUS ANGELOS" Inno del Vespro
nella festa degli Angeli Custodi (2 ott.). Sono tre
strofe asclepiadee ispirate al bisogno dell'aiuto
celeste nelle lotte continue che si debbono sostenere
con le forze del male. La terza strofa è una preghiera
all'Angelo Custode. Si trova per la prima volta in un
breviario cistercense nel 1570.
Bibl.: G. G.
Belli, Gli inni del Breviario tradotti, Roma
1857, p. 312; C. Albini, La poesie du Bréviaire,
I, Lione s. d., p. 115; G. Bossi, Gli inni del
Breviario romano, versione ritmica, Roma 1919, p.
192; A. Mirra, Gli inni del Breviario romano,
Napoli 1947.
Silverio Mattei
da Enciclopedia Cattolica, IV,
Città del Vaticano, 1950, col. 1095
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DALMATICA Veste liturgica propria del diacono.
Era un abito bianco, talare, riservato alle classi più
elevate (imperatori, nobili romani) di lino o di lana,
spesso anche di seta, ornato con due striscie di porpora
(clavi) più o meno lunghe secondo la dignità
della persona che l'indossava. Questo costume passò
nell'uso romano e la d. del sec. II era una tunica
ampia, che arrivava fin sotto al ginocchio, munita di
larghe maniche scendenti fino al polso. Tale veste era
portata dai vescovi del sec. IlI anche nella vita
civile, come si sa da s. Cipriano il quale si spogliò
della d. prima del martirio. Dopo varie vicissitudini,
in ultimo rimase esclusiva del clero.
Del suo uso antico ci parlano gli
scrittori, però non è dato riconoscere con precisione di
chi fosse propria. L'opinione più comune è che fosse veste
propria dei sommi pontefici e da essi concessa ai
diaconi di Roma, e non per tutti i giorni, ma per le
solennità. Secondo il Lib. Pont., s. Silvestro
papa (314-35) permise "ut diaconi dalmaticis in ecclesia
uterentur". Già verso la fine del sec. IV l'autore
romano delle Quaestiones ex Vetere Testamento, 46
(ca. 370-75) suppone che l'indossassero anche altri
vescovi e diaconi : "hodie diaconi induuntur dalmaticis
sicut episcopi". Come appare dai musaici dell'epoca, nel
sec. V si portava a Milano, nel sec. VI a Ravenna; ad
altri Roma la concesse espressamente (ad es., Simmaco
[498-514] la diede ai diaconi di s. Cesario di Arles [Vita s. Cesarii Arel., I, 4], s. Gregorio Magno
[590-604] ai diaconi della chiesa di Gap, Stefano II
[752-57] all'abate di S. Dionigi di Parigi). Nel sec. IX
invalse l'uso che molti sacerdoti la portassero sotto la
pianeta (Walafridus Strabo, De rerum ecclesiasticarum
exordio et incremento, 24) al quale abuso però
resistette la Sede Apostolica, che finalmente (prima
ancora del sec. XII) la concesse ai cardinali preti,
agli abati ed ad alcuni altri. Dal sec. XII la d. è de iure la veste propria dei diaconi che la ricevono
nella ordinazione e la portano come veste superiore, e
dei vescovi, cardinali preti ed altri prelati che la
indossano sotto la penula.
Nel sec. XII si fece la d. del
medesimo colore dei paramenti e scomparvero i clavi,
distintivo caratteristico, che non avevano più senso
quando fu abbandonato l'uso esclusivo del bianco per far
luogo a più ampie strisce. Fuori d'Italia già nel sec.
IX si cominciò ad accorciare la veste talare fino ai
ginocchi, ed anche le maniche. Più tardi, per la
speditezza dei movimenti, la d. fu aperta sui fianchi e
ampliata nella parte :inferiore, rimanendo tuttavia le
due parti congiumte fin quasi alle anche. Nel sec. XVI,
per poterla più facilmente indossare, fu un po' aperta
sopra le spalle, e per chiudere i due sparati furono
introdotti i cordoni con nappe (fiocchi) spesso
duplicate o triplicate, pendenti sul dorso; costume
riprodotto nelle illustrazioni delle prime edizioni del
Pontificale e del Cerimoniale dei vescovi.
Secondo le prescrizioni odierne i
diaconi indossano la d. nella Messa solenne, nelle
processioni, nelle benedizioni e nella solenne
benedizione con il S.mo Sacramento, ma non è lecito
portarla anche per i Vespri (S. Rit. Congr., decrr.
3526, 3719, 4179). Dato il carattere festivo di essa, da
antico tempo la d. non si usa in giorni di penitenza o
di digiuno, ma si sostituisce con le pianete piegate
(Messale, Rubr. gen., XIX).
Secondo la formola della S.
Ordinazione e la preghiera che si dice nell'indossarla,
la d. significa "indumento salutare, veste di allegrezza
e di giustizia", simbolismo che facilmente deriva dal
suo antico uso.
Bibl: D. Giorgi, De liturgia Romani pontificis,
I, Roma 1731, pp. 176-90; Ch. Rohault de Fleury, La
Messe. Etudes archéologiques, VII, Parigi 1888, pp.
71-109; Wilpert, Pitture, p. 82; H. Leclercq,
s.v. in DACL, IV, III, col. 119; J. Braun, I
paramenti sacri, trad. it., Torino 1914, p. 85 sgg.;
P. Batiffol, Le costume liturgique romain, in Etudes de liturgie et de archéologie chrétienne,
Parigi 1919, pp. 32-83; L. R. Barin, Catechismo
liturgico, IV ed., Rovigo 1928, pp. 406-409; C.
Callewaert, De dalmatica, in Sacris erudiri,
Bruges 1940, pp. 219-22. 234 sgg.
Filippo Oppenheim
ARTE. - La d. è un tipo di
veste originariamente proprio della Dalmazia, donde il
nome, e quindi entrato nell'uso comune in ogni parte
dell'Impero durante il II sec. Consisteva in una lunga
veste con maniche che si indossava sulla tunica e su di
essa poteva portarsi anche il mantello. Dal V sec. ca.
usata come veste liturgica se ne possono indicare esempi
numerosi nelle pitture delle catacombe, nei musaici e
negli affreschi dell'alto medioevo. Aveva allora
l'aspetto di una lunga tunica bianca adorna, lungo i
bordi del collo, del fondo e delle maniche, con fregi e
ricami.
Dal IX sec. come appare nelle
miniature carolinge vi erano d. anche colorate, così
nella miniatura iniziale della Bibbia di Vivian nella
biblioteca Nazionale di Parigi (ms. lat. I f. 423);
tuttavia in Italia continuarono ad usarsi in prevalenza
d. bianche. Nel XIII sec. oltralpe le d. divengono più
corte e anche le maniche vengono ridotte di lunghezza
così nelle due belle d. del duomo di Halberstadt di
stoffa figurata con animali ed esseri antropomorfi e
l'altra del XIV sec. dell'Alte Kapelle di Regensburg. Le
altre due d. invece di Castel S. Elia ugualmente del XIV
sec. sono simili a quelle che si vedono indossare dagli
officianti negli affreschi del XIII sec. della cappella
di S. Silvestro presso la chiesa dei SS. Quattro
Coronati a Roma. Ma sulla fine del XIII sec. anche in
Italia spesso le maniche vennero ridotte, così in quella
di Bonifacio VIII conservata nel Tesoro di Anagni.
Bellissima, opera bizantina del XIV sec., è la d. di
stoffa ricamata detta di Carlomagno nel Tesoro di S.
Pietro a Roma. Dal Rinascimento la d., ormai confusa con
la tonacella, assume il carattere che ancora oggi
conserva e il suo pregio particolare dipende dalla
stoffa con cui è stata confezionata o dai ricami che
l'adornano.
Bibl.: J. Braun, Die liturgische Gewandung,
Friburgo in Br. 1907, pp. 247-305; P. Romanelli e G. de
Luca, s. v. in Enc. Ital., XII (1931), pp.
242-43.
Emilio Lavagnino
da
Enciclopedia Cattolica, IV, Città del Vaticano,
1950, coll. 1118-1121
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"DECORA LUX AETERNITATIS, AUREAM" È l'inno dei
Vespri della festa dei ss. apostoli Pietro e Paolo,
composto della prima e sesta strofa dell'inno attribuito
ad Elpidia in onore del Principe degli Apostoli, che
incomincia: Aurea luce et decore roseo,
rimaneggiato poi dai correttori di Urbano VIII.
Bibl.: G. Belli,
Gli inni del Breviario, Roma 1856, p. 274; V.
Terreno, Gli inni dell'Ufficio divino, Mondovì
1932, p. 218; A. Mirra, Gli inni del Breviario romano,
Napoli 1947, p. 219.
Silverio Mattei
da Enciclopedia Cattolica, IV,
Città del Vaticano, 1950, col. 1276
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DECRETA AUTHENTICA S. RITUUM CONGREGATIONIS Viene sotto questo nome la raccolta dei
decreti e delle altre decisioni della S. Congregazione dei Riti
in materia liturgica. La liturgia infatti, che costituisce il
culto pubblico e sociale che la Chiesa cattolica rende
ufficialmente a Dio, ha il suo fondamento nella istituzione
divina. Per il Sacrificio eucaristico quindi e per gli altri
sacramenti, che sono i principali elementi della liturgia, la
Chiesa ebbe cura di determinare ben presto la forma che doveva
adornarli, per far sempre meglio comprendere ai fedeli la loro
dignità ed efficacia, con preghiere, riti e cerimonie che
dessero loro maggiore risalto. Diede vita anche ad altri atti di
culto, quali il divino Ufficio ed i sacramentali ed alla
edificazione dei fedeli ha sempre proposto le virtù eroiche dei
più perfetti suoi membri. Essendo quindi oggetto della sacra
liturgia il culto di Dio e dei santi, ne deriva che la relativa
legislazione deve procedere dal capo supremo della Chiesa, il
romano pontefice, il quale, per il rito latino, prima della
istituzione della S. Congregazione dei Riti, emanava, con
speciali costituzioni od altri atti, siffatte leggi, come, ad
es., le Rubriche dei libri liturgici, convalidate da bolle
pontifice. In seguito poi quasi tutte le leggi sono state
emanate dalla stessa S. Congregazione, costituita dal sommo
pontefice come l'organo competente in materia, ed alle sue
decisioni fu dato tanto valore che "decreta ab ea emanata et
responsiones quaecumque ab ipsa propositis dubiis [formiter]
editae, eandem habeant auctoritatem ac si immediate ab ipso
summo pontifice promanarent, quamvis nulla facta fuerit de
iisdem relatio Sanctitati Suae" (Dubbio proposto dall'Ordine
dei Frati Predicatori, con risposta affermativa della S.
Congregazione dei Riti, 1846, fol. 109. Nei Decreta
authent., II, Roma 1898, n. 2996, la parola "formiter" non
appartiene all'originale).Questi decreti si distinguono in generali c
particolari. I generali, con forza di legge in tutta la Chiesa,
hanno per titolo: Decretum o Decretum generale,
oppure Urbis et Orbis, mentre i particolari han forza di
legge per luoghi, ceti di persone o casi singoli. È da notare
tuttavia che se qualche decreto, emanato in risposta ad un
quesito particolare, dichiara il senso di una legge generale, di
una Rubrica, ecc., questa dichiarazione costituisce una
interpretazione autentica della legge stessa, ed ha forza di
legge. Questo si ricava non solo dall'oggetto del decreto, ma
anche dalle clausole finali, le quali son varie. Il Respondit
o Rescripsit è formola generale, e significa solo che la
Congregazione risponde ad una domanda fattale. La clausola Indulsit o simile indica la concessione di un privilegio, la
conferma di una consuetudine, ecc.; che, se per quest'indulto
fosse occorsa la grazia sovrana, allora si userebbe Facto
verbo cum Sanctissimo. La clausola Declaravit,
dice che il decreto interpreta autenticamente la legge.
Finalmente la clausola Servari mandavit rafforza
l'antecedente risposta, imponendo il precetto di osservarla
rigorosamente. La S. Congregazione non ha pubblicato le molte
migliaia dei suoi decreti, ma solo i generali per la Chiesa
universale. Essi formano la collezione pubblicata negli aa.
1898-99 con i tipi della S. Congregazione di Propaganda Fide,
che contiene quelli emanati dal 1588, anno in cui fu istituita
la S. Congregazione dei Riti, fino al 15 dic. 1899, sub
auspiciis Leonis Papae XIII, con i tipi della Vaticana, poi,
negli aa. 19121927, sub auspiciis Pii Papae X e Pii
Papae XI, fino al 14 maggio 1926, con il n. 4403. Il titolo
è: Decreta authentica Congregationis Sacrorum Rituum, ex
actis eiusdem collecta eiusque auctoritate promulgata. Dopo
questa data la collezione non è stata proseguita; però i più
importanti decreti sono stati pubblicati in AAS.
I singoli decreti, prescindendo dalla loro
inserzione nella collezione, sono autentici, ma la loro
esistenza sarebbe rimasta ignota ai più. La pubblicazione
pertanto non solo li ha resi noti, ma, come espressamente dice
il decreto di approvazione pontificia, fa sì che i decreti che
non concordano con quelli della collezione "veluti abrogata esse
censenda, exceptis tantum quae pro particularibus ecclesiis
indulti seu privilegii rationem habeant". Questi decreti dunque
con le Rubriche contenute nei libri liturgici formano la
giurisprudenza della S. Congregazione dei Riti. È da osservare
però che, con la riforma delle Rubriche introdotta da Pio X nel
Messale e nel Breviario e con il CIC, molti decreti hanno
perduto del loro valore.
Alfonso Carinci
da Enciclopedia Cattolica, IV, Città
del Vaticano, 1950, coll. 1280-1281
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DEO GRATIAS Formola di saluto e di ringraziamento. Nel culto liturgico i fedeli la dicono in risposta al
Benedicamus Domino, nella Messa dopo l'Ite Missa est.
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"DIES IRAE"
 Sequenza per la Messa dei defunti, che consta di diciassette strofe ternarie di ottonari piani monorimi, più sei di chiusa, di altro sistema strofico: in tutto 57 versi. Assai controversi il tempo della composizione e l'autore dell'inno.
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DIURNO (Diurnale) È il libro liturgico che contiene le sole ore diurne del divino ufficio, cioè le
Laudi, Prima, Terza, Sesta, Nona, Vespero e Compieta, con tutte le antifone, responsori, inni, lezioni, orazioni, ecc., proprie del tempo, dei santi e del comune.
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"DOMARE CORDIS IMPETUS, ELISABETH"
 Inno del Matutino per
la festa di s. Elisabetta di Portogallo, composto probabilmente
da Urbano VIII e da lui introdotto nel Breviario.
Il metro trimetro
giambico acatalettico si stacca dai soliti metri degli inni
ecclesiastici, e la sua forma risente molto della ispirazione
classica allora in voga. Il poeta esalta la saggezza della santa
regina, che ha preferito vincere i moti del cuore per unirsi a
Dio, cui servire è veramente regnare.
Bibl.: G. Belli, Gli
inni del Breviario, Roma 1856, p. 276; V. Terreno, Gli
inni dell'Ufficio divino, Mondovì 1932, p. 236; A. Mirra,
Gli inni del Breviario romano, Napoli 1947, p. 224.
Silverio Mattei
da Enciclopedia Cattolica, IV, Città
del Vaticano, 1950, col. 1817
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"DUM, NOCTE PULSA, LUCIFER"
 Inno delle lodi
nell'Ufficio di san Venanzio martire, scritto dal card. Bona e
da Clemente X inserito nel Breviario. Come l'alba è foriera
del giorno vicino, così il martirio del giovane camerinese portò
la luce dello spirito ai suoi concittadini. Il suo sangue lavò
le loro colpe e fu semenza di nuovi cristiani. L'inno fa parte dei due
altri della medesima festa, e sono certamente, dello stesso
autore, da essi però si stacca per più alta ispirazione e
robustezza di forma.Bibl.: G. Belli, Gli
inni del Breviario, Roma 1856, p. 258; V. Terreno, Gli
inni dell'Ufficio divino, Mondovì 1932, p. 208; A. Mirra,
Gli inni del Breviario romano, Napoli 1947, p. 212.
Silverio Mattei
da Enciclopedia Cattolica, IV, Città
del Vaticano, 1950, col. 1980
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DURAND, GUILLAUME (Durandus,
Durando) vescovo di Mende. Canonista e liturgista, n. a Puimission, a
nord di Béziers (Francia) ca. il 1230. Studiò diritto in Italia
e ne fu professore a Bologna e poi a Modena. A Roma gli furono
affidati molti e delicati incarichi. Nel 1286 fu nominato
vescovo di Mende, e nel 1295 governatore della Romagna e della
Marca d'Ancona. M. a Roma il 1 nov. 1296: il suo corpo riposa a
S. Maria sopra Minerva. Occupa un posto importante nella storia
del diritto.
Fu autore di Commentarii alle Novelle
di Gregorio X, di un Breviarium seu Repertorium alle
Decretali, lavori molto utili per la teoria e per la pratica. Ma
l'opera più notevole del D. è lo Speculum iudiciale,
felice tentativo di esposizione dell'intero sistema del diritto,
attraverso la specie procedurale. In esso, accanto alle formole
degli atti che si organizzano pure sotto l'influsso romanistico
nuovo delle scuole giuridiche, vi è una larga elaborazione
dottrinale, sostenuta da passi di teorici e pratici italiani
riportati talora letteralmente, come appare dalle note, che il
grande canonista e storico del diritto Giovanni Andrea appose
allo Speculum di D. L'opera, di così larga influenza nel
mondo giuridico del diritto comune, può pertanto ritenersi
figlia diretta dell'elaborazione dommatica italiana. Oltre gli
elencati trattati di diritto, ha scritto anche due opere di
liturgia: Rationale divinorum officiorum e Pontificalis ordinis liber. La prima ebbe importanza
grandissima nel medioevo, sì da esser la prima stampata a
Magonza con caratteri metallici nel 1459. Della sacra liturgia
fa una esposizione mistica, allegorica e morale, e tratta della
chiesa, del suo ornato, dei Sacramenti, dei ministri sacri,
degli uffici divini, della Messa, delle feste del calendario. Un
simbolismo esagerato la pervade, vi abbondano citazioni bibliche
non sempre controllate.
Altra opera che ebbe una singolare fortuna è
il suo Pontificale, che è poi stato adottato dalla Chiesa
romana. Il suo lavoro risale agli ultimi anni della sua vita.
Egli vi espone la liturgia romana, introducendovi elementi nuovi
provenienti da tradizioni locali. Di questo Pontificale
si ha oggi una accurata edizione critica accompagnata da una
dotta introduzione per opera di M. Andrieu (Le Pontifical
romain au moyen âge, III: Le Pontifical de G. D. [Studi e Testi, 88], Roma 1940).
Non deve confondersi con D. Guillaume iunior, pure canonista e teologo, ma dì minor momento e
vissuto poco dopo di lui (cf. su quest'ultimo J. F. Schulte,
Gesch. der Quellen und Lit. des Kan. Rechts, II, Stoccarda
1876, p. 195 e P. Viollet, Guillaume D. le jeune, évéque de
Mende, in Hist. litt. de la France, XXXV, Parigi
1921, pp.1-139). Bibl.: J. F. Schulte, Gesch. der Quellen u. Lit., II, Stoccarda 1878, p. 152 sgg.;
J. Berthelé et M. Valmery, Instructions et constitutions de
D. le Spéculateur, in Archives da département de
l'Hérault V, 1 (Montpellier 1900).
Antonio Rota
da Enciclopedia Cattolica, IV, Città
del Vaticano, 1950, coll. 2004-2005
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ELEVAZIONE Rito della messa, con cui il celebrante innalza le specie sacramentali per esporle all'adorazione dei fedeli.
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EPISTOLA Il brano delle Lettere degli Apostoli o di qualche altro libro della S. Scrittura che il sacerdote legge nella messa prima del Vangelo.
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ESEQUIE L'antichissima tradizione di suffragare con particolari preghiere l'anima dei morti è stata ininterrottamente sostenuta dalla Chiesa e osservata quasi istintivamente dalla pietà dei parenti dei defunti. Il Rituale Romano parla delle esequie al titolo VI. Le esequie strettamente parlando cominciano con le preghiere stabilite per l'ingresso del cadavere in chiesa e finiscono con quelle che ne accompagnano l'uscita dalla medesima. Nello svolgimento delle esequie, pur avendo un posto di preminenza la celebrazione della messa e la recita dell'Ufficio divino che ne sono la parte principale, non mancano altre preghiere tra le quali quelle che accompagnano l'ingresso del cadavere in chiesa e la sua uscita.
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ESPOSIZIONE DEL S.MO SACRAMENTO Rito, con il quale si espone all'adorazione dei fedeli l'Ostia consacrata, o scoperta nell'ostensorio o racchiusa nella pisside. L'esposizione, che è sempre seguita dalla benedizione, si distingue in pubblica e privata, secondo che si fa con l'ostensorio o con la pisside. La pubblica è solenne o solennissima. La prima ha una certa durata, mentre la seconda è quella propria delle Quarantore.
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EVANGELIARIO Il libro liturgico che contiene i brani del Vangelo da leggersi durante l'anno nella messa solenne
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"EXULTET"
 È il preconio pasquale, il solenne
Lucernarium proprio alla notte di Pasqua; in sostanza è l'offerta solenne del cero pasquale inserita nella proclamazione e nell'esaltazione dei misteri della stessa notte, cioè della risurrezione e della nostra redenzione. L'elevazione della forma e del contenuto fa di esso un autentico capolavoro
Già sant'Agostino (De civit. Dei xv,
22) parla di una "lode del cero pasquale"; san Girolamo (Epist.
18: PL 30, 182 sgg.) rimprovera il diacono Presidio di Piacenza
per la eccessiva descrizione della natura, in specie delle api,
nell'E. (CSEL, 6, p. 415). Ennodio di Pavia (opuscc. 9 e
10) e il Gelasianum (80) ce ne hanno conservato il testo.
In Roma non c'era uso né della benedizione, né del cero
pasquale, né dell'E. prima del sec. VIII (nel cosiddetto
Gregoriano non si trova la formola); ai diaconi delle chiese
suburbicarie fu data licenza di benedire il cero dal sec. VI. Il
formolario attuale dell'E., cantato dal diacono
nell'ambone, si trova per la prima volta nel Sacramentario di
Bobbio (sec. VII) sotto il titolo: Benedictio cerei s.
Augustini episcopi (quam) cum adhuc diaconus esset,
cecinit, poi nel Missale Gallicum vetus (L. Muratori,
Liturgia Romana vetus II, Venezia 1748, pp. 783 e 845) e
nel Missale Gothicum (ibid., 581 sgg.), onde entrò
nel supplemento del Sacramentario Adriano e così nella liturgia
romana (per la critica del testo cf. L. Dichesne, Origines du
culte chrétien, V ed., Parigi 1925, p. 254), Alla lode
unisce la preghiera per le autorità ecclesiastiche e civili.
Anticamente i singoli passi erano ben illustrati.
Alcuni brani dell'E. un tempo erano
oggetto di acuta discussione, come quello della "felix culpa",
delle api come simbolo della verginità e maternità di Maria S.ma,
ed altri, e perciò in molti manoscritti mancano o sono
cancellati.
Bibl.: J. Braun, Osterpräkonium und
Osterkorzenweike, in Stimmen aus Maria Laach, 56
(1899), p. 273 sgg.; anon., Le miniature dei rotoli
dell'E., Montecassino 1899; P. Latil, De praeconio
paschali, in Ephemerides liturgicae, 16 (1902),
p. 123 sgg.; A. Mercati, Paralipomena Ambrosiana (Studi
e Testi, 12), Roma 1904, pp. 24-43; F. Di Capua, Il
ritmo della prosa liturgica e il Praeconium Paschale, in
Didaskaleion, nuova serie, 5 (1927), pp. 1-23; R.
Buchwald, Osterkeze un E., in Theologisch-praktische Quartalschrift, 80 (1927), pp.
240-49; B. Ebel, Zum Verständnis des E., in Liturgische Zeitschrift, 3 (1930-31), pp. 165-73; O.
Casel, Der österliche Lichtgesang der Kirche, ibid., 4 (1931-32), pp. 179-191; B. Capelle,
La
procession du Lumen Christi au Samedi Saint, in Revue
bénédict., 44 (1932), pp. 105-19; id., L'Exultet
pascal oeuvre de st Ambroise, in Miscellanea Mercati,
III, Città del Vaticano 1946, pp. 219-46.
Filippo Oppenheim
da Enciclopedia Cattolica, V, Città
del Vaticano, 1950, coll. 920-921
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"EXULTET ORBIS GAUDIIS" Inno dei Vespri nelle feste degli apostoli, di autore ignoto.
Inno dei Vespri nelle feste degli Apostoli,
d'autore ignoto. Il cielo e la terra son chiamati a celebrare
le lodi di questi primi seguaci di Gesù. Costituiti giudici di
tutte le genti nel giudizio universale (Mt. 19, 28), gli
Apostoli sono la luce del mondo (ibid. 5, 14), coloro che
hanno la facoltà di aprire e chiudere le porte del cielo (Io.
20, 23) e che guariranno i malati con la imposizione delle mani
(Mt. 16, 18). Bella e ispirata è la preghiera, perché vi
esala come un misterioso profumo dalle parole di Gesù agli
Apostoli; altrettanto però non si può dire della poesia.Bibl.: G. G. Belli,
Gli inni del Breviario
tradotti, Roma 1856, p. 346; C. Blume, Die Hymnen des
Thesaurus hymnologicus H. A. Daniel, Lipsia 1908, p. 126; V.
Terreno, Gli inni dell'Ufficio divino, Mondovì 1932, p.
300; A. Mirra, Gli inni del Breviario romano, Napoli
1947, p. 245.
Silverio Mattei
da Enciclopedia Cattolica, V, Città
del Vaticano, 1950, coll. 921-922
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FALDA Veste di seta bianca tendente al crema, lunga
coda che il papa cinge ai fianchi, e si trascina per terra. Poco
o nulla si sa delle sue origini e dell'epoca della sua
assunzione a ornamento pontificale: ora esclusivamente riservato
al papa. I diari di Alessandro VI (sul finire del sec. XV) ne
parlano come di veste già esistente, e solo ne regolano l'uso.
Anticamente si aveva anche una f. di lana che il pontefice
portava nei giorni feriali e nelle domeniche di Avvento e di
Quaresima; ma al presente la f. è solamente di seta. Essa è di
due specie: una più corta, usata nei concistori segreti, nei
quali il santo padre interviene in mozzetta e stola; l'altra,
molto più grande, indossata dal papa tutte le volte che è
vestito pontificalmente. Viene assunta dopo il rocchetto, nella
camera detta "della f." presso la Sala dei Paramenti nel Palazzo
Apostolico. Siccome l'una e l'altra sono molto più lunghe
dell'altezza della persona e terminano con una lunga coda o
strascico, è necessario sollevarla perché il papa possa
camminare. Due protonotari di numero, o due uditori di Rota,
secondo il cerimoniale, hanno l'ufficio di sollevare i lembi
anteriori alla f., mentre due camerieri segreti sorreggono
l'estremità laterali ed il principe assistente al Soglio
l'estremità posteriore insieme al manto pontificale. La f. è
usata dal papa tutte le volte che assiste o celebra solennemente
la Messa o i Vespri, sia nella cappella del Palazzo Apostolico,
che, una volta, nelle diverse chiese di Roma; cioè in tutte le
funzioni sacre, in cui indossa i paramenti pontifici, come nella
processione del Corpus Domini, lavanda dei piedi, apertura e
chiusura della Porta Santa, concistoro, ecc.
Bibl: G. Moroni, s. v.
in Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica; A.
Battandier, Annuaire pontifical catholique, 23 (1907),
pp. 7-11.
Enrico Dante
da Enciclopedia Cattolica, V, Città
del Vaticano, 1950, col. 962
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FALDISTORIO Dal tedesco
Faltstuhl (sedia piegata).
È una sedia con bracciuoli ma senza spalliera, che si pone ai
gradini dell'altare nel lato dell'Epistola per il vescovo o
abate quando non può servirsi del trono, come nel Venerdì Santo
e nelle Messe pontificali per i defunti o in presenza di un
legato apostolico o di un cardinale, o nelle sacre ordinazioni.
Gli altri vescovi l'usano quando dal vescovo diocesano non hanno
ottenuto il permesso del trono; gli ausiliari e coadiutori
devono servirsene sempre (S. Congregazione dei Riti, decr.
4023); i protonotari apostolici di numero e soprannumerari
quando celebrano pontificalmente secondo il motu proprio Inter multiplices di Pio X (1905). Lo ricorda già l'Ordo Romanus XIV del
sec. XIV (PL 78, 1159). Non ha i gradini, ma semplicemente un
podio o uno sgabello. Secondo il Caeremoniale Episcoporum
deve essere coperto con seta (prima con tela: Paciano, sec. IV,
Epist. 2 ad Sympronianum lo chiama "linteatam sedem").
Secondo l'uso tradizionale lo si copre con stoffa del colore
dell'ufficio del giorno ed ha un cuscino dello stesso colore. L'origine del f. è da ricercarsi probabilmente
nella praticità di avere vicino all'altare un comodo sedile,
dato che il trono, o cattedra vescovile, era in fondo all'abside
dietro l'altare. Nelle chiese abbaziali accanto all'altare era
la sedia dell'abate.Bibl.: L. Eisenhofer, Handbuch der kath. Liturgik, I,
Friburgo in Br. 1932, pp. 377-79: Ph. Oppenheim, Bemerkungen
zum Messbuch der Kluniazensermönche, 2. Die Abtsmesse,
in Bibel und Liturgie, 11 (1935-37), pp. 421-31; P.
Bayart, in Liturgia, Parigi 1947, pp. 229-30.
Silverio Mattei
da Enciclopedia Cattolica, V, Città
del Vaticano, 1950, coll. 962-963
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FANONE Nella sua forma attuale è un ornamento proprio del solo Sommo Pontefice, che lo assume quando celebra solennemente, dopo l'ora canonica di terza. Consiste in una doppia mozzetta di seta finissima e oro, tessuta in strisce perpendicolari, una bianca, l'altra d'oro, congiunte fra loro da una terza più piccola di colore amaranto: un palloncino d'oro ne borda l'estremo sia
superiore che inferiore: la mozzetta esterna ha inoltre ricamata
una croce d'oro con raggi. Queste due mozzette sono cucite nella
parte che circonda il collo, allacciandosi con un bottone le
aperture corrispondenti alle spalle; ora non più, perché Pio X
per comodità le fece separare. Nelle Messe pontificali, quando
il papa ha preso il
succintorio e la croce pettorale, il cardinale diacono
ministrante gli impone la prima mozzetta del f., poi la stola,
le dalmatiche, la pianeta, e sopra di essa la seconda mozzetta:
in ultimo il pallio.
È molto difficile rimontare alle origini di
questo ornamento. Confuso forse in principio con il manipolo, o
con l'amitto (anabolagio), o con gli oralia, specie di
fazzoletti o tovaglioli, che servivano ad asciugare il sudore
del capo e perciò portati intorno al collo, passò nella forma
attuale verso il sec. XIII. Precedentemente serviva a coprire il
capo a guisa di cappuccio e vi si metteva sopra la mitra. Usava
non solo nelle funzioni liturgiche, ma anche in circostanze
profane, come in occasione di pranzi solenni, nella
distribuzione del presbiterio. In un antico messale, di cui si
ignora la data, della chiesa di S. Damiano in Assisi è detto che
il papa mette sul capo il f. senza la mitra per la lavanda dei
piedi il Giovedì Santo; e che il Venerdì Santo non usa il f.
Pietro Aurelio, sacrista di Urbano V nel 1362, nel suo Cerimoniale romano dice che il papa mangiava in pubblico con
il manto rosso e con il f. o orale sul capo sotto la mitra. Di
Bonifacio VIII sappiamo che portava il f. sotto la mitra, e che
fu sepolto con esso; lo stesso dicasi di Clemente IV morto nel
1268. Innocenzo III (nel De mysteriis Missae, l. I, cap.
13) parla esplicitamente di questo ornamento che chiama orale:
si è dunque al principio del sec. XIII. Qualche autore vorrebbe
vedere il f. nella figura scolpita nella porta di bronzo nella
cappella di S. Giovanni Evangelista al Laterano rappresentante
Celestino III.
Vari autori vogliono che l'uso dei vescovi
greci di coprirsi la testa con un velo, quando hanno assunto gli
ornamenti principali, abbia dato origine al f. del papa; ma è
cosa incerta. Altri, invece, e con essi lo stesso Innocenzo III,
intendono far derivare il f. dall'ephod del sommo
sacerdote ebreo, anch'esso tessuto di strisce d'oro e colorate,
ma di diversa forma. Con questa parola si designava anticamente un
velo pendente da un'asta a guisa di bandiera, chiamato appunto
gonfalone, stendardo, vessillo; oppure, secondo l'etimologia
ecclesiastica, il velo pendente dal braccio dei ministri sacri
detto manipolo, sudario, orale.
Enrico Dante
da Enciclopedia Cattolica, V, Città
del Vaticano, 1950, coll. 1024-1025
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FERULA Nel medioevo era il pastorale del vescovo, del
quale si ha notizia nel sec. X (PL 132, 970; 136, 907). Costituiva il simbolo della potestà spirituale
e temporale del papa (signum regiminis et coercitionis,
Ordo Romanus, xiv, cap. 44: PL 78, 1143). Gli era
consegnato insieme alle chiavi quando, dopo l'incoronazione ed
il possesso della Basilica Lateranense, si recava alla chiesa di
S. Silvestro. Somigliava agli sceptra imperialia, dovuti
ai papi dopo la cosiddetta donazione di Costantino. Attualmente è un'asta sormontata da una Croce
a braccia uguali, che il papa usa principalmente nella funzione
della apertura e chiusura della Porta santa.
Filippo Oppenheim
da Enciclopedia Cattolica, V, Città
del Vaticano, 1950, col. 1209
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FORMALE Chiamato anche razionale o pettorale, è una
lamina di metallo, d'oro o d'argento, gemmata, della grandezza
di una mano, che si porta sul petto dove si ferma ed affibia il
piviale dei vescovi nella propria diocesi. Molti autori lo vogliono derivare dal
razionale del sommo sacerdote ebraico, il quale portava sul
petto un ornamento chiamato appunto razionale con dodici diverse
pietre preziose rappresentanti le dodici tribù d'Israele. Altri
invece lo fanno derivare dalla parola di bassa latinità firmaculum, specie di fermaglio, fibbia che serviva per
allacciare le vesti. Nulla è prescritto riguardo alla forma,
così che gli orafi possono esercitare il loro talento nel
cesellarvi sopra figure o simboli, intrecciarvi smalti e pietre
preziose. Nei f. odierni è prevalso l'uso di rappresentarvi lo
Spirito Santo sotto forma di colomba dalle ali spiegate: simbolo
della sua assistenza al vescovo nel governo della diocesi: Il f.
perché è esclusivo ornamento, come si è detto di vescovi nella
loro diocesi, è dal cerimoniale dei vescovi vietato prete
assistente, e ai vescovi non diocesani. Solo i cardinali vescovi
suburbicari hanno il privilegio di portare il f. dappertutto,
anche a Roma, sia che assistano al pontificale celebrato dal
sommo pontefice; sia che essi stessi solennemente celebrino le
funzioni liturgiche. Il loro f., secondo un uso molto antico, è
costituito da una lamina di argento dorato sulla quale sono
incastonate in linea perpendicolare tre nodi e pigne di perle.
Anche il sommo pontefice usa il f. La più antica memoria di
quello usato dai romani pontefici come ornamento liturgico
l'abbiamo sotto Martino V, il quale se ne fece fare uno d'oro
con figure su rilievo e gioie di grande valore da Lorenzo
Ghiberti. Celebre tra gli altri f. papali quello che Benvenuto
Cellini fece per ordine di Clemente VII. Rappresentava, come
narra il Cancellieri, il Padre Eterno sedente, sopra un diamante
di fondo di 136 grani sostenuto da vari angeletti e cherubini
fra due zaffiri orientali di rara purezza e due balasci
orientali con varie gioie. Di esso esiste solo una copia nella
sacrestia pontificia, l'originale fu preso da Napoleone.Al presente il papa ha tre f. diversi: uno di
perle che usa quando porta la mitra a lama d'argento, ossia nei
funerali e nelle domeniche di Avvento e Quaresima. (Da notare
che le pigne di perle sanò disposte in triangolo). Il secondo,
comune, che usa in tutte le funzioni, eccettuati i Vespri e le
Messe pontificali, quando cioè il papa usa la mitra di lama
d'oro; ed infine il prezioso che usa in tutte le funzioni più
solenni e in tutti i Vespri e Messe pontificali, quando cioè
mette la mitra preziosa. Questi due hanno la stessa forma: la
lamina di forma ovale rappresenta lo Spirito Santo sotto forma
di colomba raggiante, decorata di perle e di una guida di frondi
di vite con grappoli d'uva, tra cui sono disposte in giro dodici
pietre preziose: differiscono tra loro solo per la ricchezza e
la varietà delle pietre.
Da notarsi infine il f. che si mette al
piviale della statua di s. Pietro nella Basilica Vaticana il
giorno della sua festa: è una lamina di argento dorato avente al
centro una colomba dalle ali spiegate con raggi, rappresentanti
lo Spirito Santo.
Enrico Dante
da Enciclopedia Cattolica, V, Città
del Vaticano, 1950, col. 1520
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FUNZIONI SACRE (Funzione, da
fungor, cioè esercizio, esecuzione) sono le funzioni della potestà di Ordine, che per istituzione di Cristo o della Chiesa sono ordinate al culto divino e che si possono compiere dai soli chierici.
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GAVANTI, BARTOLOMEO Liturgista, della Congregazione dei Barnabiti,
n. a Monza nel 1559, m. a Milano il 14 agosto 1638. Chiamato a
Roma, lavorò sotto Clemente VIII e Urbano VIII alla revisione
del Breviario e del Messale. Fu una delle massime autorità
liturgiche del tempo. Le sue principali opere sono: Thesaurus sacrorum rituum, sive commentarios in rubricas
Missalis et Breviarii (Milano 1628); Praxis visitationis
episcopalis et synodis dioecesanae celebrandae (Roma 1628).
Preparò anche l'Octavarium Romanum, più volte ristampato.
Bibl.: Una buona biografia e bibliogr. è riportata nell'ed.
veneta del Thesaurus, I,
Venezia 1762, pp. x-xiii; O. Premoli, Storia dei Barnabiti
nel '600, Roma 1922, pp. 178-82; G. Boffito, Scrittori
barnabiti, II, Firenze 1933, pp. 132-48 (con ampia bibl.).>
Silverio Mattei
da Enciclopedia Cattolica, V, Città
del Vaticano, 1950, col. 1967
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GRADUALE
1. Il libro. L'attuale Liber gradualis di cui un estratto riunito poi con parti dell'Antifonario, costituisce il diffusissimo
Liber usualis, approvato dalla Chiesa come raccolta dei canti della messa, nell'edizione vaticana del 1907. Contiene in più del fondo antico tutte le aggiunte posteriori, dovute all'introduzione di nuove feste nel calendario.
2. Il canto. È il canto eseguito durante la messa dopo la lettura dell'Epistola.
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GRASSI, PARIDE Cerimoniere pontificio e liturgista, vescovo di Pesaro, nato a Bologna il 1450-1460, morto a Roma il 10 giugno 1528. Opere principali:
Diarium Curiae Romanae, commentario al Cerimoniale di Agostino Patrizi Piccolomini:
Caeremonialium regularum supplementum et additiones, Tractatulus de consecratione electorum in episcopos, Brevis ordo Romanus, Tractatus de funeribus et exequiis in Romana Curia peragendis, De caeremoniis papalibus, De caeremoniis cardinalium, et episcoporum in eorum dioecesibus, De tonis sive tenoribus orationum et aliorum omnium quae intra totum annum solemniter cantanda sunt.
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GUANTI L'introduzione dei g. (chiroteca) nella
liturgia si deve al desiderio di rendere l'abbigliamento
episcopale sempre più distinto e solenne. Amalario, all'inizio
del sec. IX, nulla ci dice sull'uso dei g. da parte dei vescovi,
tuttavia un inventario dell'abbazia di St-Riquier dell'831 ne
attesta l'uso "Wanti castanei auro parati". Il Magani (L'antica
liturgia romana, III, Milano 1899, p. 170) cita altri
documenti del sec. X ed una precisa attestazione liturgica nel
Sacramentario di Ratolfo di Corbie (m. nel 986): "Tunc
ministrentur ei (= al vescovo che sta parandosi per la Messa)
manicae... postea detur ei anulus in dextra manu, desuper
manica". L'uso pertanto appare introdotto in Francia e passa ben
presto a Roma: nel 1070 Alessandro II ne concedeva il privilegio
all'abate di S. Pietro in Ciel d'oro di Pavia. Ai termini
wantus e manica, presto si sostituì quello bizantino
di chiroteca, oggi usato.
Nella consacrazione del vescovo vengono
consegnati al termine della Messa, e sono usati soltanto dai
vescovi ed altri prelati aventi il privilegio, nella Messa
pontificale dall'inizio al Lavabo (nel rito ambrosiano sino
all'Offertorio) e quando, alla fine, danno la benedizione papale
(S. Congregazione dei Riti, 3605, 9). In origine erano bianchi,
generalmente di seta: dal sec. XIII vennero confezionati anche
negli altri colori liturgici, eccettuato il nero, essendo
proibiti nella Messa per i defunti e nel Venerdì Santo. Nella
parte superiore hanno ricami con simboli di Gesù Cristo.
L'orazione con la quale vengono consegnati al neo-eletto indica
che non hanno lo scopo di riparare dal freddo, bensì quello di
conservare pulite le mani.
Bibl.:X. Barbier de Montault, Les
gants pontificaux, Tours 1877; G. Braun,I
paramenti sacri, Torino 1914, pp. 137-41; P. Batiffol, Rites et insignes pontificaux, in
Revue des jeunes,
19 (1925), p. 135 sgg.
Enrico Cattaneo
da Enciclopedia Cattolica, VI, Città
del Vaticano, 1951, coll. 1200-1201
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GUÉRANGER, PROSPER-LOUIS-PASCAL Restauratore dell'Ordine benedettino in Francia, nato a Sablé-sur-Sarthe (Francia) il 4 aprile 1805, morto a Solesmes il 30 gennaio 1875. Il 21 dicembre 2005 il vescovo di Mans ha aperto il processo diocesano di beatificazione di dom Guéranger. Opere principali: Les institutions liturgiques, 3 voll., Paris 1840-1842, 1851 (II ed. 1878),
L'année liturgique, 9 voll., Le Mans 1841-1866 (a parte le prime 168 pagine del decimo volume, dovute alla penna del Guéranger, l'opera è stata terminata in 15 voll. dal suo discepolo dom L. Fromage).
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INCENSO Sostanza resinosa, che bruciata emette un gradito odore aromatico e fumo. L'uso dell'i. nel culto è attestato dalla più remota antichità presso tutti i popoli orientali. Probabilmente entrò nell'uso liturgico cristiano a partire dalla seconda metà del secolo IV.
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INTROITO Nella liturgia romana canto eseguito mentre il celebrante, nella messa solenne, si reca all'altare, interpreta ed esprime i sentimenti propri del mistero o della festa del giorno.
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"ITE, MISSA EST" ("Andatevene, c'è il congedo") Il congedo della Messa romana, proferito dal celebrante (nella Messa solenne dal diacono).
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"KYRIE ELEISON" "Signore, abbi pietà!", è una implorazione greca di lingua e di origine. A Roma fu introdotto verso la fine del secolo V, e al tempo di san Gregorio Magno (morto nel 604), forse già da san Benedetto (morto nel 547) si recitava alternativamente con "Christe eleison".
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LIBRI LITURGICI I libri che contengono le formole ufficiali, con le relative prescrizioni rituali o rubriche, per la celebrazione della messa, l'amministrazione dei sacramenti e dei sacramentali, e l'ufficiatura divina.
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LINGUA LITURGICA Idioma ammesso ufficialmente in un determinato rito liturgico.
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LITANIE Il vocabolo (da
litaneia "preghiera") ha il senso generale di preghiera e ancor più quello di supplica o preghiera di intercessione. Stilisticamente appare come una formola concisa mediante la quale l'assemblea cristiana si unisce alla preghiera del ministro sacro partecipandone intimamente le sante intenzioni.
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LITURGIA Da
leiton ergon = publicum opus. Presso i greci implica il concetto di un'opera pubblica, il cui compimento gravava come onere sui cittadini più ricchi. In seguito il significato venne ristretto a opera pubblica di culto agli dei, e da allora fu a carico della comunità. Nella religione cattolica nell'accezione di culto prestato alla divinità il termine venne introdotto nella Bibbia dei Settanta, così lo usarono pure gli scrittori del Nuovo Testamento, anche per designare gli atti di Gesù sacerdote eterno; espressioni analoghe nella
Didaché e in Clemente Romano: Più tardi significò soltanto l'atto di culto per eccellenza, la messa.
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LODI (Laudes matutinae) Preghiera solenne allo spuntar del sole, in uso già nei primi secoli cristiani. Le Lodi chiudono festosamente l'orazione notturna, perciò nell'officiatura corale non si staccano queste due ore canoniche. Fin dal secolo XII l'ufficio mattinale, lasciando il nome di
Matutinae all'orazione notturna, fu chiamato semplicemente
Laudes.
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MANIPOLO (manipulum, mappula, fano, sudarium, mantile, manuale, sestace) Indumento liturgico, portato sull'avambraccio sinistro in modo che le due bande pendano da ambedue le parti, confezionato della stessa stoffa della pianeta.
Il m. è proprio di tutti gli ordini maggiori,
specialmente del suddiaconato, da quando questo cominciò ad
essere annoverato fra i maggiori (secc. XI e XII). Si usa, oltre
che nella Messa, soltanto all'Epistola e Vangelo nella
benedizione delle palme, ed all'Exultet del Sabato Santo;
non si usa mai col piviale. Il vescovo mette il m. all'altare
dopo aver recitato il Confiteor; il sacerdote dopo il
cingolo, prima della stola; i ministri dopo la tunicella o
dalmatica.
Il m., d'origine romana, deriva dalla mappa
o mappula, una specie di fazzoletto da tasca usalo dai
nobili romani in certi costumi di gala (le alte cariche dello
Stato, p. es., consoli in tenuta di cerimonia come risulta dai
dittici consolari), tenuto in mano come oggetto di etichetta e
solamente ad ornamento. Questa mappula decorativa venne
da quella d'uso comune (Amalario, De eccl. off., II, cap.
24). Non si sa precisamente quando il m. sia entrato a far parte
della suppellettile sacra. La prima notizia del m. diaconale si
trova nella vita dei papi Silvestro I (314-24) e Zosimo (417-18)
del Liber Pontificalis; si chiama "pallium linostimum" un
tessuto di pregio, fatto di lana o di seta su trama di filo,
dato a titolo di onore, da portarsi sulla mano sinistra. Il m.
del Papa occorre nell'Ord. Romanus I (la cui consegna
serve a dare segno d'incominciare il canto dell'Introito); il m.
del suddiacono nell'Ordo Romanus VI; talvolta anche gli
accoliti (Ordo Romanus V) usavano il m. ma non in mano,
"in sinistro latere ad cingulum"; ed i monaci cluniacensi nelle
feste; ma in seguito l'uso venne riservato ai monaci d'ordine
maggiore (suddiaconi ecc.). Il m. era la prerogativa del clero
romano, ma da s. Gregorio Magno, per le insistenze di Ravenna,
fu concesso anche al solo primo diacono di quella Cattedrale.
Nel sec. IX il m. si trova in uso dappertutto nell'Occidente, A
Roma è chiamato mappula, fuori di Roma "m." :
quest'ultima denominazione divenne di regola; ricorrono altri
nomi: fano (phano-panno) e mantile in Rabano Mauro, sudario in Amalario,
sestace a S. Gallo.
Fin oltre il 1100 (v. affresco del sec. XI di
S. Clemente a Roma) si porta il m. nella mano sinistra; verso il
sec. XIIXIII s'incominciò a fissare il m. sull'avambraccio. Il
m. ritenne la forma antica di fazzoletto oltre il sec. IX; in
seguito, ripiegato su se stesso, venne prendendo a poco a poco
la forma di striscia o fascia; sul finire del sec. XIV diviene
corrente la forma odierna. Al tempo d'Amalario, era fatto di
lana; venne poi usata la seta; alle estremità si mettono frange,
talvolta campanelli, ricami o trame in oro. La rubrica del
Messale prescrive soltanto l'ornamento con un segno di croce in
mezzo. Nel rito greco si trova un indumento corrispondente al
m., chiamato encheirion, proprio del solo vescovo,
portato a destra nel cingolo, non nella o sulla mano; in seguito
trasformato nell'epigonation romboidale (J. Braun [v.
bibl.], pp. 550-54).
Bibl: J. Braun, Die liturgische Gewandung im
Occident und Orient nach Ursprung und Entwicklung, Verwendung
und Symbolik, Friburgo in Br. 1907, pp. 515-61; L.
Eisenhofer, Handuoch der kath. Liturgik, I, ivi 1932, pp.
449-52; M. Righetti, Manuale di storia liturgica, I,
Milano 1945, pp. 498-500; T. Klauser, Der Ursprung der bischöflichen
Insignien und Ehrenrechte (Bonner akadem. Reden, I), Krefeld
1949, pp. 17-22; A. Alföldi, Insignien und Tracht der römischen
Kaiser, in Mitteilungen des deutschen archäologischen
Instituts, Röm. Abt., 50 (1935), pp. 1-171.
Pietro Siffrin
da Enciclopedia Cattolica, VII, Città
del Vaticano, 1951, coll. 1969-1970
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MANTELLETTA (mantellum) Veste ecclesiastica, ma non liturgica, specie
di mantello ridotto, di forma ampia che scende fino alle
ginocchia, aperta davanti, senza maniche, con due larghe
aperture laterali per introdurvi le braccia. Distintivo di
dignità, è l'abito della prelatura romana.
La portano i cardinali, i patriarchi, i
vescovi, gli abati regolari, i protonotari apostolici ed i
prelati domestici; si usa sempre con il rocchetto. Nelle loro
diocesi, tutti i vescovi usano la mozzetta senza la m. Nella
Curia romana tutti, deposta la mozzetta, indossano la m. In
presenza del papa, i cardinali portano il rocchetto, la m. e la
mozzetta; in sede vacante, come nei loro luoghi di
giurisdizione, essi procedono con il rocchetto senza m. Nella
loro diocesi, alla presenza di un cardinale o del proprio
metropolita, i vescovi usano la m. e la mozzetta; se poi il
cardinale è legato a latere, la sola m.
Il colore della m. dipende dalla persona che
la porta: i cardinali l'hanno di tre colori, rosso di solito,
violaceo nei giorni di penitenza e di lutto, rosaceo nelle
domeniche Gaudete e Laetare; gli altri prelati e
vescovi usano di regola il violaceo. I cardinali, i vescovi e
gli abati regolari sono generalmente tenuti ad usare l'abito del
colore del loro ordine.
Da quando la m. sia in uso, non è certo; forse
mantellum dell'Ordo Roman. XIII (Caeremoniale
Romanum, ed. iussu Gregorii X, dopo il 1274) o dell'Ordo
Roman. XV (Liber de caeremoniis S. R. E. "auctore Petro
Amelio, Ep. Senegalliensi", m. nel 1401) si riferisce alla
m. (Braun); G. Catalani cita nel Caeremoniale episcoporum
(I, Roma 1744, pp. 14-15) il can. II del Concilio Budense (1279)
ed i decreti del Concilio provinciale II Mediolanense di s.
Carlo (sec. XVI) "in usu fuisse saec. XV".
Bibl.: Motu proprio di
Pio X, Inter multiplices; del 21 febbr.
1905, in Decr. auth. Congreg. Sacr. Rit.,
n. 4154 ad 7.16.26. (31); Decreto S. Congreg. Caerem.
24 giugno 1933, in AAS, 25 (1933), pp. 341-42. Studi : G.
Moroni, s. v. in Diz. di erud. stor. eccl., XLII, pp.
150-54; P. Hinschius, System des kath. Kirchenrechts, I,
Berlino 1869, p. 358, n. 5, 390; II, ivi 1878, p. 47, n. 11; P.
Hofmeister, Mitra und Stab der wirklichen Prälaten ohne bischöflichen
Charakter, Stoccarda 1928, p. 58; J. Braun, s. v. in Cath. Enc., IX, p. 611.
Pietro Siffrin
da Enciclopedia Cattolica, VII, Città
del Vaticano, 1951, coll. 1985-1986
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MANUTERGIO (manutergium, estersorium)
È l'asciugamano usato nelle abluzioni
liturgiche. Secondo Cirillo Alessandrino (Catechesi
mistagogica, V, 2) il diacono porge al vescovo ed ai
sacerdoti concelebranti l'acqua per purificarsi le mani; secondo
le Costituzioni Apostoliche (VIII, 11, 12) invece
quest'ufficio è compiuto dal suddiacono. Negli Statuta
antiqua di Arles (del 500) l'arcidiacono consegna al
suddiacono, come segni del suo ufficio, "urceolum cum aqua... ac
manutergium", cerimonia questa che si trova tuttora nella
ordinazione del suddiacono. A Roma, fin dal sec. VIII, l'acqua
ed il m. sono presentati al celebrante dagli accoliti.
Attualmente il m. è di tre forme: 1) uno
grande in sacrestia, o in locale vicino, per l'abluzione delle
mani prima che il sacerdote si vesta per la celebrazione della
Messa. Quest'uso rimonta al sec. VIII, ed i m. son prescritti in
vari Sinodi (p. es., di Luttich [1287]) ed istruzioni (s. Carlo
Borromeo). Le rubriche ne indicano l'uso soltanto prima della
Messa; dopo la Messa è raccomandato. 2) Uno piccolo da usarsi al
Lavabo nell'Offertorio. È proibito (decr. S. Congr. Rit.
n. 2118) di portarlo sul calice nell'andare e tornare
dall'altare. Si usa anche dopo la Comunione distribuita fuori
della Messa. Il citato Sinodo di Luttich tiene questo m. in
molta considerazione. 3) Di forma più grande, si adopra nella
Messa e nelle altre funzioni pontificali. Serve anche
all'offerta dei pani dopo la consacrazione del vescovo.
Nella degradazione di un suddiacono gli vien
tolto anche il m.
Bibl: J. Braun, Handbuch der Paramentik, Friburgo in Br. 1912, pp. 260-62;
L. Fischer, Bernardi card. et Lat. Eccl. prioris Ordo
Oficinrum Eccl. Later., Monaco 1916, passim; M. Andrieu, Le Pontifical romain au moyen âge, 3 voll., Roma 1938,
passim.
Pietro Siffrin
da Enciclopedia Cattolica, VII, Città
del Vaticano, 1951, col. 1994
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MARTIROLOGIO Catalogo dei martiri e dei santi disposto secondo l'ordine delle loro feste.
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MATTUTINO (Matutinum, Laudes matutinae, Officium nocturnum). Nel senso più antico (fino al secolo XI) è la preghiera o l'ora canonica del mattino che aveva luogo allo spuntar del sole. Nel senso moderno (dal secolo XII) è l'ufficio notturno.
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MEMORIALE RITUUM (Parvum caeremoniale, Parvum rituale) Libro moderno del rito romano, composto a uso delle parrocchie minori di Roma, contenente le cerimonie della benedizione delle candele il 2 febbraio, delle ceneri all'inizio della Quaresima, delle Palme nella Domenica delle Palme, e degli ultimi tre giorni della Settimana Santa, in modo da potersi eseguire da un solo sacerdote con l'assistenza di un piccolo numero di accoliti, invece che secondo le prescrizioni del Messale.
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MESSA Il sacrificio della Nuova Legge, nel quale, sotto le specie sacramentali, è offerta la stessa vittima del Calvario, Gesù Cristo, per riconoscere il dominio supremo di Dio e per applicare ai fedeli i meriti acquistati sulla Croce.
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Messale Dal latino ecclesiastico
missa, onde Missale o Liber Missalis, è un libro liturgico che contiene le formole eucologiche (letture, canti, orazioni) e le prescrizioni rituali per la celebrazione della Messa.
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MITRA Copricapo liturgico, insegna distintiva del
papa, dei cardinali e vescovi, ai quali compete per diritto; e
anche di abati, prelati e canonici, ma in forza di un privilegio
particolare. La forma attuale è di un copricapo a soffietto, con
le due parti terminanti in punta (cornua), tenute dritte
da una fodera di rinforzo e collegate da un tessuto frammezzato,
e con la parte posteriore ornata di due appendici a striscia (fasciae,
vittae, penduli, fanones, infulae).
Intorno all'origine e all'antichità si
discute; la prima testimonianza sicura risale al sec. XI e a
Roma. Leone IX (1049-54) concesse la m. romana all'arcivescovo
Everardo di Treviri, che l'aveva accompagnato a Roma, pro
investitura ipsius primatus (della Chiesa di Treviri),
affinché egli e i suoi successori se ne servissero pro
ecclesiastico officio, a ricordo della loro dipendenza da
Roma (Jaffé-Wattenbach, II, 4158). Due anni dopo (1051) Leone IX
la concesse ai cardinali della Chiesa di Besançon e Bamberga per
determinate occasioni. A poco a poco l'uso si estese e nella
seconda metà del sec. XII la m. è di uso generale presso tutti i
vescovi, con o senza il permesso esplicito del papa. La prima
concessione certa ad abati è del 1063. Talvolta la m. fu
concessa anche a prìncipi laici, ad es., da Nicolò II (1059-60
al Duca di Boemia, da Lucio II (1144-45) al Re di Sicilia.
Incoronando l'imperatore, il papa gli metteva dapprima la m.
clericalis, poscia il diadema imperiale (Ordo Rom., XIV,
105: PL 78, 1241).
A seconda della ricchezza e dell'uso, si
distinguono tre sorti di m.: la m. semplice di seta bianca (o di
tela di lino bianca) con frange rosse (usata nelle benedizioni,
nelle funzioni dei morti, nel Venerdì Santo); la m. aurifregiata
(auriphrygiata) di tela d'oro senza altro ornamento
(usata nell'Avvento, nella Quaresima, eccetto le domeniche
Gaudete e Laetare, nelle vigilie; ed anche nella
Messa e nei Vespri al trono o alla cattedra); la terza,
preziosa, ornata di ricami d'oro, seta e pietre preziose (nelle
feste più grandi, andando all'altare e ritornando in sacrestia,
nell'impartire la benedizione solenne, nelle processioni
solenni). La m. non segue i colori liturgici.
La m. viene sempre deposta, quando il vescovo
recita un'orazione (I Cor. 11, 4), o quando il diacono canta il
Vangelo, e al canto del Benedictus e del Magnificat.
Presso i Greci e nei riti orientali, la m. non
ha la forma latina, ma quella di una corona regale sormontata da
una croce; usata dal sec. XV, prima dai patriarchi e
metropolitani, poi anche dagli altri vescovi; soltanto i
patriarchi d'Alessandria usavano già dal sec. X un copricapo
liturgico a forma di turbante.
Bibl: J.Braun, Die
liturg. Gewandung im Occident und Orient, Friburgo in Br.
1907, pp. 424-98 (trad. it., Torino 1914), pp. 147157; M.
Righetti, Man. di stor. liturg., I, Milano 1950, pp.
531-36; Th. Klauser, Der Ursprung der bischöfl. Insignien und
Ehrenrechte, Krefeld 1950, pp. 1722.
Pietro Siffrin
LA M. NELL'ARTE. - La forma della m. ha subito
trasformazioni nei secoli. Delle prime, a foggia di berretti
conici terminanti a punta, si ha forse l'esempio più antico nel
rotulo dell'Exultet dell'Archivio del duomo di Bari,
degli inizi del sec. XI. Dalla forma conica si passa a quella
rotonda, successivamente schiacciata nel mezzo in alto, così da
formare due rigonfiature laterali (v. la figura dell'arcivescovo
Federico di Colonia [11001131] nel codice miniato delle lettere
di s. Girolamo, del duomo di Colonia). Dalle rigonfiature
laterali derivano, con ulteriore trasformazione, i cornua
rigidi che si mantengono tali sempre, anche quando la m. viene
disposta sul capo non più con le punta sulle tempie, ma sulla
fronte e la nuca e le appendici vengono attaccate in fondo al
corno posteriore, anziché nell'avvallamento. È così che si
ritorna alla forma a cono primitiva, ma divenuta a soffietto. Le
proporzioni sono tuttavia cambiate; fin dal sec. XIV la m. si
allunga notevolmente e dal sec. XVI in poi i lati dei corni si
vanno inarcuando sempre più, fino a formare, come si vede anche
nella m. attuale, un vero arco acuto. Si conservano esempi di m.
che. risalgono ai secc. XII-XIV: in Italia, quelle di lino
bianco della chiesa della S.ma Trinità di Firenze, della
cattedrale di Anagni, della parrocchiale di Castel S. Elia, di
Ferentino, quest'ultima ritenuta di Celestino V, e, in stoffa
damascata, quella di Giovanni XXII, nel Museo sacro della Bibl.
Vaticana e nella collez. Abbey di Torino, e m. con decorazioni o
lungo il bordo attorno all'orlo (in circulo) o alla punta
del corno fino al bordo (in titulo). Dapprima le
ornamentazioni si facevano con galloni; dal sec. XIII in poi,
sia il circulus che il titulus e le appendici sono
sovente ornate con figure in ricamo. Si conservano bellissimi
esempi di m. ricamate (v.. Stoffe) dei secc. XII e XIII nel
Tesoro della cattedrale di Anagni, in S. Zeno a Verona, nel
duomo di Cividale, e, del sec. XIV, nel duomo di Fiesole, nel
Museo nazionale di Ravenna, nel duomo di Urbino, in S. Pietro in
Vincoli a Roma. Il ricamo si estende talvolta tanto da coprire
tutta la parte anteriore della m., così che il "titolo" è
interamente ricamato a figure o a decorazioni. Esempio del sec.
XIV di m. interamente ricamata è quella del Museo di Cluny a
Parigi, in seta bianca lavorata in nero con rappresentazioni
finissime della sepoltura di Cristo e il bordo con mezze figure
di Apostoli entro cornici architettoniche. Alla fine del '500 e
in età barocca la m. non è più decorata con ricami a figure o
con pietre preziose, ma con ricami applicati e ricchi, a
carattere ornamentale: p. es., la fastosa m. della cattedrale di
Friburgo.
Bibl: H. Bergner. Handbuch der kirclil. Kunstaltertümer, in Deutschland,
Lipsia 1905, pp. 377-78; J. Braun, Die liturgische Gewandung
in Occident u. Orient, Friburgo in Br. 1907, p. 468; P.
Toesca, Storia dell'arte ital., Torino 1927, pp. 1139
n.31 e sgg.;V F. Volbach, I tesssuti det Museo sacro Vaticano,
Roma 1942.
Luisa Mortari
da Enciclopedia Cattolica, VIII, Città
del Vaticano, 1952, coll. 1154-1156
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MOZARABICA, LITURGIA Liturgia usata ufficialmente in Spagna fino alla seconda metà del secolo XI, in cui si impose la liturgia romana, ma conservata nei secoli seguenti, dal XII al XV, in alcune parrocchie di Toledo e, dal secolo XVI ai nostri giorni, nella cappella del "corpus Christi" della primaziale di Toledo.
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MOZZETTA Sopravveste usata dai dignitari ecclesiastici
fuori delle funzioni liturgiche; è una mantellina che copre le
spalle e buona parte delle braccia; nella parte anteriore si
abbottona sul petto, alla parte posteriore, sull'alto, è cucito
un piccolissimo cappuccio. È propria del papa, dei cardinali,
dei vescovi, degli abati regolari e di quelli che la godono per
consuetudine o privilegio pontificio (p. es., i capitolari di
molte cattedrali). È portata sul rocchetto scoperto, oltre che
dal papa, dai prelati rivestiti di giurisdizione.
L'origine della m. è incerta; forse è un
accorciamento della cappa magna; di qui suo nome. Il cappuccio
venne diminuito quando fu usata la berretta. La m. era in uso a
Roma nella seconda metà del sec. XV. La m. dei cardinali e di seta rossa o porpora,
di seta violacea o paonazza secondo i diversi tempi dell'anno;
alla presenza del papa si porta sopra la mantelletta. I
cardinali appartenenti a Ordini monastici e mendicanti usano
sempre la m. di lana, saia o panno e del colore dell'abito
dell'Ordine a cui appartengono; p. es., i Benedettini nera, i
Carmelitani bianca, i Francescani grigia. I vescovi usano il
solo colore paonazzo o violaceo; i vescovi religiosi quello del
loro Ordine, così gli abati regolari. Una m. senza cappuccio
viene data come privilegio ai parroci in alcune diocesi.
Bibl.: Moroni, XLVII, pp. 27-36; X. M. J. Barbier de
Montault, Le costume et les usages ecclésiast., I, Parigi
s. a., pp. 332-50; J. Braun, Die liturgische Gewandung im
Occid. und Orient, Friburgo in Br. 1907, pp. 357-58; trad.
it., Torino 1914, p. 162; M. Righetti, Man. di stor. liturg.,
I, Milano 1950, p. 512.
Pietro Siffrin
da Enciclopedia Cattolica, VIII, Città
del Vaticano, 1952, coll. 1505-1506
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NONA È quella parte dell'ufficio divino che si recita all'ora nona (= ore 15), secondo la divisione greco-romana del giorno. È composta dall'inno, di tre salmi, di una lezione seguita da un responsorio, un versetto e l'orazione finale.
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NOTTURNO (Vigiliae nocturnae, Nocturna laus) Era l'ora canonica della notte in uso già nei primi secoli cristiani. Fin dal secolo XII il notturno viene detto mattutino, perché si faceva prima dello spuntar del sole.
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"NUNC DIMITTIS" Cantico pronunciato dal vecchio Simeone in occasione della presentazione di Gesù al Tempio (Lc 2, 29-32). Attualmente si recita a compieta.
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OCTAVARIUM ROMANUM Libro liturgico della Chiesa romana, di uso
facoltativo, che contiene le lezioni del secondo e terzo
Notturno da leggersi durante i giorni delle ottave particolari
delle feste dei patroni e dei titolari delle chiese.
Stabilite definitivamente da s. Pio V, con la
pubblicazione del Breviario (1568) e del Messale
(1570) riformato, le norme per la celebrazione delle ottave
particolari dei patroni e dei titolari delle chiese, si fece
sentire la deficienza di lezioni proprie per i giorni correnti
di queste ottave, poiché nel corpo del Breviario tali
lezioni mancano. Per ovviare a questo difetto, il noto
liturgista Gavanto, consultore della S. Congregazione dei Riti,
si mise al lavoro e compose una collezione di letture
patristiche, distribuite appositamente per i giorni di queste
ottave particolari. Nacque allora il dubbio se tale raccolta
dovesse entrare direttamente nel Breviario, o formare un
libro liturgico a parte. La S. Congregazione venne nella
determinazione di pubblicare un libro separato dal Breviario,
e confermò questa deliberazione col decreto del 19 febbr. 1622,
premesso al libro che ebbe il nome: O. R., uscito nel
1623 a Roma e quasi subito anche fuori in varie edizioni. Il
Gavanto vi premise un'erudita introduzione, nella quale si
trattiene lungamente sulla storia e sul significato delle
ottave, introduzione rimasta nelle edizioni moderne. Le due
ultime edizioni dell'O. R. sono quelle del Pustet, curate
dalla stessa S. Congregazione dei Riti, nel 1882 e nel 1902, con
ampia appendice.
L'O. R. non è strettamente
obbligatorio, ma, a un dubbio propostole, la S. Congregazione
dei Riti ha risposto che le lezioni mancanti per le ottave
particolari "desumantur ex O. R." (Decr. auth. n. 2735; 8
ag. 1835).
Bibl: Ph. Oppenheim, De
libris liturgicis, Torino, 1940.
Giuseppe Löw
da Enciclopedia Cattolica, IX, Città
del Vaticano, 1952, coll. 62-63
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OFFERTORIO Il nome deriva dal verbo
offerre (offrire, recare) il cui participio oblatum diede origine al vocabolo "oblazione", "oblata" con cui è indicata la cosa offerta. Ben presto designò la parte della messa compresa tra la presentazione delle offerte e il Prefazio, e poiché un canto accompagna tale parte della messa, anch'esso prese il nome di "offertorio".
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OMBRELLINO
(umbrella, umbraculum) Piccolo ombrello, ripiegabile, di seta damascata bianca (rossa nel rito ambrosiano), guarnito di frange d'oro o di seta, che si sostiene per riverenza sopra il sacerdote che porta il S.mo Sacramento nelle processioni (prima di entrare sotto il baldacchino grande e uscendone) e quando reca il Viatico in forma solenne.
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OMBRELLONE (conopaeum,
padiglione, sinnicchio) È un'insegna in forma di grande ombrello detta "conopeo" (nei decreti = padiglione), propria delle basiliche romane maggiori e minori e di quelle fuori Roma che hanno il privilegio e il titolo di "basilica minore". |
"O NIMIS FELIX MERITIQUE CELSI" La terza parte dell'inno dell'Ufficio nella festa della nascita di s. Giovanni Battista, composto da Paolo Diacono. Si canta alle Lodi.
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ORAZIONE Nella liturgia il termine orazione è preso nel significato preciso di
preghiera recitata dall'officiante (vescovo o sacerdote) come interprete
presso Dio dei sentimenti di lode, di supplica, di adorazione, comuni a
tutti i fedeli, indirizzati a lui in loro nome.
Qui il termine o. è preso nel significato
preciso, che assume nella liturgia la preghiera recitata
dall'officiante (vescovo o sacerdote) come interprete presso Dio
dei sentimenti di lode, di supplica, di adorazione, comuni a
tutti i fedeli, indirizzati a lui in loro nome.
Prima, queste o. erano composte
dall'officiante stesso (Giustino, Apol. I, 67); ma già
nei primi secoli se ne notarono, raccolsero e ripeterono
parecchie, ben composte (p. es., Didaché, Eucologion
di Serapione, Sacramentari romani). In seguito, l'o. si
specificò nelle 4 o. della Messa: 1ª,
detta Colletta, prima delle letture; la 2ª,
all'Offerta dei doni (Super oblata, Secreta), la
3ª, dopo la Comunione (Postcommunío,
Ad complendum) la 4ª,
recitata sul popolo (Super populum), e infine il termine
o. si restrinse specialmente alla prima, l'oratio per
eccellenza.
I caratteri specifici dell'o., specialmente
nella Colletta, sono: 1) di essere una supplica, riserbando la
lode e il ringraziamento alle altre o. eucaristiche; questa
supplica si tiene sulle generali e non discende mai troppo al
minuto e quando si accenna all'intercessione dei santi od a
qualche mistero, ciò avviene unicamente per appoggiare la nostra
preghiera; 2) una supplica universale: cioè o. di tutti e per
tutti, per un bene di tutta la comunità; il che si manifesta nel
soggetto "noi" ("quaesumus", "preces nostras"), nell'oggetto ("ut...
serviamus", "ut... vivere valeamus"); 3) una supplica
assolutamente spirituale nelle sue domande; si domandano sempre
beni spirituali e soprannaturali ("sic transeamus per bona
temporalia, ut non amittamus aeterna", domenica 3ª
di Pentecoste).
Secondo un principio liturgico tutte le o.
vengono indirizzate a Dio, cioè al Padre, interponendo la
mediazione di Cristo (I Pt. 4, 11; I Clem., 61;
Tertulliano, Adv. Marcion., IV, 9). Il Concilio di Ippona,
nel 393, precisa che "cum altari assistitur, semper ad Patrem
dirigatur oratio". Nella liturgia romana sono rivolte a Dio
Padre quasi tutte le o., provenienti dal periodo classico dei
Sacramentari cosiddetti leoniano, gelasiano e gregoriano (e in origine anche le o. dell'Avvento); mentre
nella liturgia gallicana le o. si rivolgono sovente al Figlio,
facendo precedere alla finale la clausola "Salvator mundi". Nel
Messale, Breviario, Pontificale e Rituale romano si trovano ca.
50 o. rivolte al Figlio, una sola allo Spirito Santo (nella
benedizione dell'abate), ma sono tutte di origine medievale o
moderna, posteriori, cioè al sec. XVI; mentre la Colletta
ed il Postcommunio della Messa del "Corpus Domini", del
sec. XIII, costituiscono le prime eccezioni. Nella conclusione
caratteristica romana "Per Dominum... " furono aggiunte più
tardi le due apposizioni "Filium tuum" e "Deus", per accentuare
la divinità di Cristo.
Nella forma letteraria delle Collette si
distinguono un tipo semplice e un tipo più complesso. Il tipo
più semplice, ed anche più antico, esprime l'oggetto sostanziale
o con forme verbali Concede... , Da nobis... , Exaudi... ,
Praesta... , o con un sostantivo designante la grazia
richiesta Auxilium..., Gratiam... Questo tipo occorre
anche nelle Secreta e nei Postcommunio.
Caratteristico della Secreta è di cominciare la formola
con una parola allusiva all'offerta dei doni. Accepta... ,
Accipe..., Haec hostia... , Haec oblatio... , Haec sacrificia...
, Munera... Similmente i Postcommunio riferiscono il
frasario della Comunione. Haec communio... , Refecerunt... ,
Sacramenta... , Sumpta. Lo schema del tipo più complesso
comprende quattro parti o suddivisioni: a) un'allocuzione
a Dio, apponendovi attributi (omnipotens, sempiterne, Deus)
o un'intera proposizione predicativa (Deus qui abundantia
pietatis tuae); b) un'invocazione (Concede... ,
Praesta... , Respice... ), con aggiunto quaesumus; c)
una domanda (ut... ); d) la motivazione della
domanda (Per Dominum... ). Questo tipo più complesso è
proprio delle Collette, non occorre mai nelle Secreta
o nei Postcommunio. L'invocazione a Dio con l'aggiunta
predicativa qui... viene usata specialmente nei giorni
commemorativi o festivi sia del Signore, sia dei Santi. Si può
dividere l'o. anche in due parti: preludio e tema, o invocazione
e petizione, più o meno ampiamente o brevemente svolte. Il
preludio comprende l'indirizzo con l'ampliamento, cioè il
fondamento della nostra domanda; il tema contiene la domanda
stessa (Preludio: Deus qui nos in tantis periculis... non
posse substinere, tema: da nobis... ut... vincamus).
L'invocazione può precedere la petizione, ma anche seguirla (Excita...
Largire... ). Altre particolarità delle antiche o. classiche
sono la conveniente disposizione dei vari membri, ben
proporzionati fra loro e arricchiti di complementi, di
parallelismi e di antitesi, e l'eufonia basata sull'euritmia
delle clausole, sia incidentali che finali, sulle successioni
armoniche di parole e di sillabe, cioè nell'uso del "cursus", In
tal modo, le Collette romane mostrano in generale un
carattere di sobrietà e d'eleganza.
Bibl: J. A. Jungmann, Die Stellung Christi im liturg. Gebet, Münster 1925, pp.
102-107, 186-87; J. Cochez, La structure rythmique des
oraisons (Cours... Semaines liturg., VI), Lovanio
1927, pp. 139-50; P. Alfonso, L'Eucologia rom. antica.
Lineamenti stilistici e storici, Subiaco 1931; P. Salmon,
Les protocolles des oraisons du Missel romain, in Eph.
lit., 45 (1931), pp. 140-47; H. Rheinfelder, Zum Stil der
latein. Orationen, in Jahrb. für Liturgiewissensch.,
11 (1931), pp. 20-34; O. Casel, Beiträge zu röm. Orationen,
ibid., pp. 35-45; G. De Stefani, La S. Messa nella
lit. rom., Torino 1935, pp. 429-42; M. G. Haessly, Rhetoric in the Sunday Collects of the Roman Missal, Saint
Louis 1938; P. Alfonso, I riti della Chiesa, III, Roma
1945, pp. 40-44; G. Brinktrine, La S. Messa, ivi 1945,
pp. 75-81; J. A. Jungmann, Missarum Sollemnia, I, Vienna
1949, pp. 460-74; M. Righetti, Man. di st. lit., I,
Milano 1950, pp. 202-209; F. Di Capua, Cursus, in Enc.
Catt., IV, coll. 1083-92.
Pietro Siffrin
da Enciclopedia Cattolica, IX, Città
del Vaticano, 1952, coll. 212-214
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ORDINES ROMANI Gli
Ordines Romani sono "libelli" elaborati nel secc. VIII-XIV, contenenti la descrizione e le regole per lo svolgimento delle principali cerimonie sacre: battesimo, messa, ordinazioni, dedicazione delle chiese, uffici della Settimana Santa e le principali feste dell'anno liturgico.
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OREMUS (PREGHIAMO) Invito generico nel rito romano dell'officiante ai fedeli prima delle preghiere nella messa (Collette, Secreta, Postcommunio, Pater noster), nell'ufficio e in altre occasioni.
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OSTENSORIO È un vaso sacro (monstrantia, tabernaculum [mobile o portatile], custodia) che si adopera per la solenne esposizione del S.mo Sacramento o per recarlo in processione, in uso soltanto nella Chiesa latina.
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OTTAVA Prolungamento di una festa liturgica per otto giorni.
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PACE, strumento Strumento liturgico per portare la "pace", cioè per il bacio prima della Comunione, al coro e a determinate persone assistenti alla messa.
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PALIOTTO
(pallium, pannus; antealtare, frontale antependium)
Rivestimento della mensa dell'altare,
anticamente detto vestis o pallium, dopo il sec.
XV p. (da palliare = ricoprire).
Nella Chiesa antica, per la venerazione in cui
era tenuto, l'altare veniva circondato di una certa ricchezza e,
dove possibile, rivestito di lamine d'oro e d'argento, o almeno
di stoffe preziose, come si sa per l'Oriente da s. Efrem (m. nel
373), dal Chronicon Paschale, da s. Giovanni Crisostomo.
Per l'Occidente i famosi musaici di Ravenna (S. Vitale c S.
Apollinare) ne danno un bel saggio; nel Liber Pontificalis
si legge di molti ricchi rivestimenti, offerti dai papi, ad es.,
da papa Zaccaria (741-52) per la basilica di S. Pietro e da
altri che rivestivano l'altare in ogni parte, o almeno nei due
lati principali. Ma dopo il sec. XI, con l'accostamento
dell'altare alla parete della chiesa, cioè in fondo dell'abside,
se ne rivestiva la sola parte anteriore, donde i nomi di ante-altare, frontale, antependium.
Il Caerimoniale episcoporum (l. I, cap.
12, n. 2) non lo prescrive, ma ne raccomanda l'uso; nel Messale
(Rubr. gen. tit. XX) si dice di fare i p. nei colori, se
possibile, delle feste e dell'Ufficio.
Bibl.: J. Braun, Handbuch der Paramentik, Frihurgo in
Br. 1912, pp. 218-24; trad. it., I paramenti sacri,
Torino 1914, pp. 171-76; id., Der christl. Altar, Monaco
1924, pp. 9-132; G. Destefani, La S. Messa nella liturgia
romana, Torino 1935, pp. 121-26; M. Righetti, Man. di
storia liturgica, I, II ed.. Milano 1950, pp. 430-33.
Pietro Siffrin
ARTE. - Appartengono ai secoli, dei
quali non si conservano p. in stoffa, alcuni preziosissimi
rivestimenti di altare in oreficeria, avori e marmi. Tra i più
antichi esempi, metà del sec. VIII, è il p. in marmo dell'altare
del duca Rachis nella chiesa di S. Martino a Cividale,
proveniente da S. Giovanni, capolavoro di un'arte ingenua e
primitiva; e, tra i più cospicui, il p. in oro e argento
dell'altare della basilica di S. Ambrogio a Milano, ove il
Magister Vuolvinus (835) usò tutte le varietà di tecnica
dell'oreficeria (sbalzo, niello, smalto) con finezza
incomparabile, seguendo modelli propri all'arte carolingia e
tecnica prevalentemente bizantina.
Al sec. XI risalgono il p. in oro, ritenuto
dono di Enrico II (1014-24), già del duomo di Basilea, ora a
Parigi nel Museo di Cluny, e gli altari del Tesoro di Conques.
Più numerosi gli esempi del sec. XII: il p.. bizantineggiante, a
scomparti in avorio con Storie dell'Antico e del Nuovo
Testamento, ora scomposto, ma conservato quasi integralmente
nella sacrestia della cattedrale di Salerno, il p. argenteo con
il Redentore e Storie della sua vita nella
cattedrale di Città di Castello, quello del patriarca Pellegrino
II (1195-1204) con caratteri veneti e bizantineggianti nella
collegiata di S. Maria Assunta a Cividale. Del sec. XIII si ha
un esempio di p. a tarsie marmoree bianche e verdi con tasselli
a triangolo e losanga, diviso in tre scomparti da arcatelle
trilobate nella badia di Fiesole, già all'altare di S. Romolo,
del maestro Costantino, come risulta dall'iscrizione del 1273, e
nella badia di Sesto al Reghena in Friuli è un p. ricomposto, di
scultore bizantineggiante, forse lombardo. A Pistoia, nella
Chiesa di S. Jacopo bell'antependium argenteo, le cui
parti più antiche (1287) presentano le figure della Vergine
e degli Apostoli entro architetture gotiche; del 1316 è,
ancora a Pistoia, l'altare cesellato del pistoiese Andrea
d'Ognabene. Nella sacrestia del duomo di Ascoli Piceno si
conserva un p. d'argento della seconda metà del '300, di arte
più rozza, con Storie della vita del Redentore;
altrettanta imperizia tecnica mostra il p. della collegiata di
Monza, opera del milanese Borgino del Pozzo (1350-57).
Degli inizi del sec. XV è a Firenze il p. del
Battistero, dei fiorentini Betto di Geri e Leonardo di ser
Giovanni (1366); a Venezia, nel Tesoro di S. Marco è il p. di
Gregorio XII (1408) di cui sono originarie solo le decorazioni
architettoniche e le figure. Fra i rari esempi di p. in legno, è
quello valdostano, conservato nel Museo civico di Torino, con
elementi romanici e gotici e infiltrazioni francesi.
Molti sono i p. in stoffa attribuibili al sec.
XIII; un magnifico esemplare è nel Museo cinquantenario di
Bruxelles, due nel duomo di Anagni, uno nel duomo di Salisburgo,
due nel Museo storico di Berna, uno nel Museo storico di Dresda,
uno dell'ornamento da Messa dell'Ordine del Toson d'Oro nel
Museo della Corte di Vienna, tutte opere pregevolissime e ben
conservate, legate strettamente ad elementi della pittura
dell'epoca, veri capolavori del dipinto ad ago (v.
Ricamo).
In Italia, importanti i due p. del Tesoro
della cattedrale di Anagni, ricordati tra i doni di Bonifacio
VIII; raro esemplare di scuola nordica il primo, con l'Albero
della Vita; il secondo, di ispirazione cavalliniana, opera
dell'Italia centrale, con le Storie di Gesù, della Vergine e
di Santi.
Un p. importato dall'Oriente è nelle Gallerie
di Genova, donato alla città dall'imperatore Michele Paleologo
(1271-76), che vi è raffigurato in atto di venir introdotto
nella cattedrale da S. Lorenzo.
Lavori del principio del sec. XIV sono nel
Museo provinciale di Hannover e nel duomo di Halberstadt; in
Italia, notevolissimo l'antependio, di incerta provenienza,
della chiesa di S. Maria a Zara, che il Toesca ritiene disegnato
da un seguace di Duccio, il Cecchelli lavoro monastico locale,
il Coletti di un seguace di Paolo Veneziano.
A Pitti, nel. Museo degli argenti, è un p.
ricamato da Jacopo di Cambio, già in S. Maria Novella; e sempre
ad opus florentinum, con ricami in parte a rilievo e con
pitture nelle ombreggiature degli incarnati (Toesca), del
celebre ricamatore Geri di Lapo è il grande p. della chiesa di
S. Maria a Manresa in Catalogna. Del sec. XV si conservano pure
bellissimi p. istoriati: nella basilica di S. Francesco ad
Assisi il p. di Sisto IV in seta ricamata, forse su disegno del
Pollaiolo, a Siena nel Museo delll'Opera del Duomo altro p. con
Storie di Cristo e figure di Santi, alla Madonna del
Monte di Varese p. donato da Beatrice d'Este e Lodovico il Moro
(1491), al Museo Poldi Pezzoli di Milano p. con l'emblema
sforzesco, a Cortona nella chiesa di S. Francesco il p.
Passerini; nella collegiata di S. Gemignano il p. delle colombe
d'oro intorno alla sigla di Gesù (1449), a Firenze in S. Maria
Novella importante p. in broccato con ricami raffiguranti
quattordici Storiette della Vita della Vergine. Di p. in
tessuto Gobelin d'arazzo conservano magnifici esemplari il Museo
nazionale bavarese e Bruges (Ospedale civile).
Predominano i motivi puramente ornamentali nei
p. più tardi; a Roma, è importante la raccolta della chiesa di
S. Maria della Vallicella. Ma nel '500 s'incontrano anche p.
istoriati nel centro e ai bordi, fra decorazioni floreali: al
museo sacro del Vaticano il p. disegnato da A. Allori con la Deposizione; a Firenze in un p. del Museo nazionale, del
1580 ca., sono medaglioni con figure di Santi e nel centro la Deposizione; a Siena in altro p. del Museo dell'Opera del
Duomo trionfa il tanto diffuso motivo a melograno entro un
fregio con le figure di Cristo risorto, la Vergine e la
Maddalena. Oppure motivi decorativi incorniciano i motti e gli
emblemi dei donatori (v., p. es., a Torino nel Museo civico e a
Siena nel Seminario vescovile i due p. con gli stemmi della
famiglia Borromeo).
In Italia, del sec. XVII si conservano p.: v.
gli esemplari del Tesoro della basilica di S. Francesco ad
Assisi, di Milano nel Castello Sforzesco, già a Lorico in
Valtellina, di Siena nel Museo dell'Opera del Duomo, recante lo
stemma di Alessandro VII, di Brescia nel Duomo nuovo con quello
del vescovo Ottoboni. Eccezionali per il '600 e il '700 i p.
ancora ricchi di figure come quelli della chiesa dei Gesuiti a
Colonia e quelli di Neuburg e del Museo nazionale di Baviera.
Bibl.: Venturi, II, p. 658,; V, p. 1057; G. Braun, I
paramenti sacri, vers. it., Torino 1914, pp. 171-77; M.
Salmi, Arte romanica fiorentina, in L'arte, 17
(1914), p. 378; C. Cecchelli, Catalogo di Zara, Roma
s.d., pp. 91-98; J: Braun, Der christl. Altar, II, Monaco
1924, pp. 9-132; P. Toesca, Stor. dell'arte, I, Firenze
1927, pp. 111, 279, 454, 1092, 1141; II, ivi 1951, pp. 879, 892,
904, 906; P. Podreider, Storia dei tessuti d'arte in Italia,
Bergamo 1928, pp. 147, 199; A. Santangelo, Catalogo di
Cividale, Roma 1936, p. 86; L. Serra, Mostra del tessile
nazionale, ivi 19371938, pp. 27, 30-32, 35; L. Mortari, Il Tesoro di Anagni, in
Mostra di Bonifacio VIII, ivi
1950, p. 104.
Luisa Mortari
da Enciclopedia Cattolica, IX, Città
del Vaticano, 1952, coll. 635-637
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PALLA
 Nel senso liturgico attuale è un piccolo quadrato di lino di ca. 20-25 cm. per coprire il calice, specialmente dall'Offertorio alla Comunione.
Fino al sec. XI il calice veniva coperto con
la parte posteriore ripiegata del corporale,
detto palla grande; quest'uso franco-italiano è seguito ancora
dai Certosini. Per comodità nelle Messe private senza diacono il
calice si copriva dapprima con un altro corporale piegato
("panno complicato instar sudarii"), poi con una pezzuola di
lino quasi staccata dal corporale "corporale minus" o "p.
corporalis" o semplicemente p. Questa pezza di lino ornata
d'intorno da un pizzo, anticamente floscia, è ora rigida o
inamidata; in Belgio e in Germania raddoppiata e retta in mezzo
da cartone. La p. deve essere sempre di puro lino, come il
corporale donde fu staccata (Decr. auth., 4174); se
doppia, la parte superiore può essere fatta anche di seta e
variamente ornata o ricamata (ibid., 3882, 4). S. Carlo
Borromeo chiama la p. "animetta", perché si racchiude nel
corporale come l'anima nel corpo; nel rito mozarabico è detta "filiola",
perché derivata dalla p. grande. La p. viene benedetta con la
stessa formola del corporale, da cui deriva; la prima lavanda,
come quella del corporale, deve farsi da un sacerdote o da un
suddiacono. L'allegorismo medievale vede simboleggiata nel
corporale la sindone nella quale fu avvolto il Cristo e nella p.
specialmente il sudario (Jo. 20, 7).
In senso più largo e originale, p. venne detta
la tovaglia dell'altare: se ne distinguono due: "p. altaris" e
"p. corporalis", cioè il corporale odierno, donde si staccava la
p. Talvolta anzi si dice p. il velo del calice. Nella
preparazione del calice la p. si mette sopra la patena. I
Teatini usano una seconda p. per coprire la patena.
Bibl.: J. Braun, Handbuch der Paramentik, Friburgo in
Br. 1912, pp. 239-41 (trad. it., I paramenti sacri,
Torino 1914, pp. 184-90); G. Destefani, La S. Messa nella
liturgia romana, ivi 1935, pp. 118-21: C. Callewaert, Liturgicae institutiones, vol. III, 1,
De Missalis Romani
liturgia, II ed., Bruges 1937, pp. 37-39; M. Righetti, Manuale di storia liturgica, I, II ed., Milano 1950, pp.
443-44.
Pietro Siffrin
da Enciclopedia Cattolica, IX, Città
del Vaticano, 1952, coll. 637-638
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PALLIO
 È una benda di lana bianca larga 4-6 cm.,
contraddistinta da 6 croci di seta nera, girata intorno alle
spalle, con i due lembi pendenti l'uno sul petto; l'altro sul
dorso, ornata da 3 spille gemmate (aciculae) sul petto,
sul dorso e sulla spalla sinistra.
È insegna liturgica d'onore e di
giurisdizione, riservata al papa e agli arcivescovi metropoliti.
Entra 3 mesi dalla sua consacrazione o conferma, il metropolita
deve domandare al papa il p.; questo obbligo data dalla seconda
metà del sec. IX. La consegna o l'imposizione del p. si fa a.
Roma dal primo cardinale diacono; fuori di Roma, nella sede
metropolitana, dal vescovo incaricato, dopo la Messa solenne e
dopo che l'arcivescovo metropolita ha emesso il giuramento di
fedeltà (fino dal sec. XI, invece, dopo la professione di fede).
Il metropolita porta il p. soltanto nelle Messe pontificali
della sua chiesa e in quelle della sua provincia nei giorni
fissati dal Pontificale Romanum (l. I, tit. XIV, n. 10),
nelle feste della Immacolata e di s. Giuseppe, aggiunte da Leone
XIII, e nella ordinazione, consacrazione, ecc. È un'insegna
personale, e non si può prestare ad un altro; se un arcivescovo
è trasferito ad un'altra sede metropolitana ne deve domandare
uno nuovo. Il papa, rivestito di supremo potere e piena
giurisdizione, lo porta sempre nelle Messe solenni e
dappertutto.
E fatto con la lana di 2 agnelli bianchi
benedetti il 21 genn. nella basilica di S. Agnese (v.
Benedizione degli Agnelli). Ai primi Vespri dei ss. Pietro e
Paolo i nuovi p. vengono benedetti dal papa e sono conservati in
una cassetta d'argento dorata presso la Confessione e tomba di
S. Pietro, onde consegnarli ai metropoliti.
Già le più antiche rappresentazioni del p. nel
famoso avorio di Treviri, in una processione con reliquie (metà
del sec. V) e più chiaramente nella figura del vescovo
Massimiano nel musaico di S. Vitale di Ravenna (prima metà del
sec. VI) lo mostrano in forma di sciarpa intorno alle spalle, le
due parti pendenti dalla spalla sinistra. Dalla metà del sec. IX
i due capi cominciano a pendere, fermati con due spille,
esattamente nel mezzo del petto e del dorso; una terza spilla lo
fissa sulla spalla sinistra. In seguito invece delle spille v'è
una cucitura fissa; le 3 spille rimasero decorative. I due capi,
prima di una considerevole lunghezza fino al ginocchio, vengono
accorciati dopo il sec. XV alla forma attuale (del sec. XVII).
L'ornato del p. con la croce, già iniziato nel musaico
ravennate, aumenta nell'epoca carolingia; nel medioevo
(Innocenzo III) è di colore rosso. Il p. dell'arcivescovo di
Colonia Clemente Augusto (m. nel 1761) aveva 2 croci nere e 6
rosse. Da principio il p. venne considerato proprio del papa; i
vescovi e gli arcivescovi lo portavano solo per sua concessione.
Questa concessione data dal sec. VI; il papa Simmaco ne diede il
privilegio a s. Cesario d'Arles nel 513.
Sull'origine del p., recentemente T. Klauser
segue la tesi del Duchesne, e cioè che si tratta di un indulto
imperiale; altri lo fanno derivare dall'antico mantello dei
filosofi simile alla toga contabulata ripiegata (lorum).
Braun invece vi vede una imitazione del greco omophorion,
divenuto nell'Occidente insegna propria del solo papa, mentre
per tutti i vescovi dell'Oriente è una insegna liturgica.
Bibl.: H. Grisar, Das römische Pallium, in Festschr. zur 1100-jähr. Jubelfeier des Campo Santo,
Friburgo in Br. 1897; J. Braun, Die liturg. Gewandung im
Occident und Orient nach Ursprung und Entwicklung, Verwendung
und Symbolik, ivi 1907, p. 656 sg.; id., Handbuch der
Paramentik, ivi 1912, pp. 164-72, vers. it., I paramenti
sacri, Torino 1914, pp. 129-35; L. Duchesne, Origines du
culte chrétien, V ed., Parigi 1925, pp. 404-10; M. Righetti,
Man. di stor. liturgica, I. II ed., Milano 1950, pp.
524-30; T. Klauser, Der Ursprung der bischöfl. Insignien und
Ehrenrechte, Krefeld s. a., pp. 17-19, 25 (n. 23-36).
Pietro Siffrin
da Enciclopedia Cattolica, IX, Città
del Vaticano, 1952, coll. 646-647
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PALMATORIA (Bugia,
cerarium) Candeliere basso portato in palma di mano
(donde il nome), o piattellino di metallo o altra materia, con
manico e nel mezzo un bocciolo per infilarvi una candela. Serve
nelle funzioni pontificali, praticamente per vedere chiaro nel
leggere, ma più in segno d'onore, perché si tiene quando anche
"è tanto chiaro da non aver bisogno d'una luce nel leggere"
(Catalani, Caerem. episc., l. I [v. bibl.], cap. 11, 1-4;
cap. 20, 1). Si chiama anche "bugia" (francese bougie,
dalla città algerina di Bugia, centro di cererie nel medioevo).
Prima del sec. XIV nessun liturgista ne fa menzione. Con un
altro nome si dice scotula (dal greco skoton elauno
= scaccio via le tenebre). È distintivo dei cardinali, dei vescovi, degli
abati e altri prelati che ne hanno il privilegio (p. es. i
provinciali domenicani, i canonici di alcune basiliche; i
parroci di Roma). È portata da un accolito ("minister de
candela", "bugiarius"), con cotta e, in alcune funzioni, anche
con piviale, sempre assistito dall'accolito del libro. Nelle
funzioni papali solenni si usa solo la candeletta accesa senza
p., perché si dice che la luce del papa non ha bisogno di un
sostegno terreno.Bibl: S. Congr. dei Riti, Decr. auth. (v. bugia, palmatoria); I. Catalani,
Pontificale Romanum, I, Parigi 1850, p. 39 a; Id., Caeremoniale Episcoporum, I, Parigi 1860, pp. 143, 212-18,
402; Moroni, Bugia, VI, pp. 155-56; P., LI, p. 72;
J. Baudot, Bougeoir, in DACL, II, coll. 1099-1100.
Pietro Siffrin
da Enciclopedia Cattolica, IX, Città
del Vaticano, 1952, col. 654
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PASTORALE
 (baculus,
sottinteso pastoralis; cambuta, ferula) Insegna liturgica propria del vescovo e degli abati nelle funzioni pontificali, eccettuate quelle del Venerdì Santo e dei defunti. Consta di un'asta dell'altezza di un uomo, munita al di sopra di una curvatura a spirale.
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PATENA
 Dal greco
patane = piatto. È un piatto rotondo di metallo, usato già anticamente nella messa, come complemento indispensabile del calice e fatto dello stesso metallo. Nella parte superiore è oggi priva di ornamento, ha il diametro di 15-20 cm.
ed è leggermente concava nel mezzo, secondo la
larghezza degli orli del calice. Nella Messa si pone l'Ostia sulla p. fino
all'Offertorio (su di essa è fatta l'offerta), e, dopo il
Pater noster, l'Ostia consacrata spezzata vi si ricolloca
fino alla S. Comunione; nel frattempo, nella Messa solenne, la
p. è tenuta nascosta con un velo dal suddiacono (anticamente
dall'accolito) detto patenarius; nelle Messe lette si
mette invece sotto il corporale. La p. deve essere consacrata dal vescovo ed
avere la parte interna dorata. La consacrazione non si perde,
qualora si debba rinnovare la doratura (CIC, can. 1305).
Diventata con la consacrazione oggetto sacro, in immediato
contatto con il Corpo di Gesù, la p. non può essere toccata che
dai chierici o da chi l'ha in custodia (can. 1306).
Simbolicamente la p. viene considerata come una nuova pietra del
sepolcro, su cui giacque il corpo del Signore (cfr. Rabano
Mauro, De instit. cleric., I, 33: PL 107, 324).Bibl.: J. Braun,
Das christl. Altargerät in seinem Sein
und in seiner Entwicklung, Monaco 1932, pp. 197-242; L.
Eisenhofer, Lehrbuch der kathol. Liturgie, I, Friburgo in
Br. 1932, pp. 396-401; M. Righetti, Man. di stor. liturgica,
I, Milano 1950, pp. 468-71; H. Leclercq, s. v. in DACL, XIII,
coll. 2392-2414.
Pietro Siffrin
ARTE. - Nell'antichità e nel medioevo
la p. ebbe notevoli dimensioni e peso, perché doveva servire a
raccogliervi sopra il pane offerto dai fedeli per la
consacrazione (p. ministerialis), che veniva poi diviso
in parte per la Comunione dei fedeli. Papi e imperatori andarono
a gara nel farle confezionare, adoperandovi grande quantità di
oro e ricchezza di gemme. Esemplari eccezionali possono vedersi
a Città di Castello, nei piatti argentei ageminati del Tesoro di
Canoscio (secc. V-VI), al Louvre (in serpentino con zaffiri,
smeraldi e perle, donati da un imperatore carolingio all'abbazia
di St-Denis), nella collezione Wiss a Washington, nella
collezione Stoclet a Bruxelles, nel Tesoro di S. Marco a
Venezia. In epoca gotica (sec. XIV) le p. vengono ornate da
rilievi o da smalti translucidi, come la p. della Pinacoteca
nazionale di Perugia con smalto racchiuso in un contorno ad
archetti, rappresentante la scena della Crocifissione e altri
sei tondi a smalto sul bordo con fatti della Passione alternati
a motivi incisi, opera di Cataluzio da Todi che influenzò quella
di Ciccarello di Francesco con la rappresentazione
dell'Annunciazione e l'iscrizione attorno (Sulmona, cattedrale
di S. Panfilo) e l'altra con smalti rappresentanti la
Crocifissione, a Ravello (Duomo). Ebbero anche decorazioni
incise, rappresentanti al centro la mano benedicente, che si
vede aggiunta, nel sec. XII, nella p. di epoca ottoniana, nella
chiesa della Collegiata dell'Assunta a Cividale, con iscrizione
sul bordo, paragonata a quello, detta di s. Bernardo, nel duomo
di Braunschweig e nella p. del calice, ritenuto di s. Francesco,
nella basilica di Assisi, opera di Cuccio del Mannaia. Notevole,
anche la p. del calice di Wiltener (Austria), del 1180 ca. In
epoca posteriore le decorazioni si vanno facendo sempre più
rare; le proporzioni diminuiscono e il rapporto tra l'orlo
rialzato e il centro si stabilizza, adattandosi alle proporzioni
dei calici, la cui base perde il contorno polilobato o
mistilineo, diventando nel '500 e nel '600 quasi sempre
circolare.
Bibl.: V. Pasini. Il Tesoro di S. Marco in Venezia,
Venezia 1886; Venturi, II, p. 213, fig. 177; IV, p. 905; A.
Santangelo, La Cattedr. di Cividale, Roma 1930, p. 39; E.
Zocca, La catted. di Assisi, Roma 1935. p. 79; A. Morassi,
Antica oreficeria ital., Milano 1936, pp. 32-42.
Maria Accascina
da Enciclopedia Cattolica, IX, Città
del Vaticano, 1952, coll. 939-940
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PIANETA
 (Planeta, casula, amphibolus)
Sovravveste sacra, propria dei sacerdoti nella
celebrazione della Messa. Nell'uso attuale, da due o tre secoli,
è formata da uno scapolare a due lembi (posteriore largo 65-75
cm., lungo 1,05-1,15 m., anteriore più breve).Si distinguono 4 tipi di p.:
a) romana:
cucitura dei due lembi sul petto; apertura, per il capo, in
forma di trapezio; ornamento posteriore: una striscia verticale
"colonna"; quello anteriore a forma di T (croce commissa);
b)
tedesca: cucitura sulle spalle; apertura rotonda;
ornamento posteriore una croce, quello anteriore una semplice
"colonna"; c) francese: cucitura sulle spalle,
apertura come quella romana, meno profonda; ornamento simile a
quello tedesco; d) spagnola: cucitura sulle
spalle; ornamento anteriore e posteriore solo a "colonna"; la
larghezza aumenta verso il basso. Dalla metà del sec. XIX si
ripristinò una forma simile a quella dei secc. XIV e XV, detta
poco esattamente p. gotica, di s. Bernardo o di s. Carlo
Borromeo.La pianeta deriva dall'antica paenula,
usata in tutto il mondo greco-romano. Il nome p. (l'etimologia
di s. Isidoro (Etym. xix, 247) dal greco planasthai
non è chiara), invece della voce paenula, occorre nel
sec. V ed è nell'uso liturgico già nello stesso secolo; in
Spagna prima del IV Sinodo di Toledo del 633 (can. 28). Si
portava fuori di Roma soltanto dai vescovi e sacerdoti, a Roma
da tutti i chierici (anche dai diaconi, suddiaconi e dagli
accoliti). Dal sec. XII è una veste propria dei sacerdoti nella
celebrazione della Messa; nelle altre funzioni si usava il
piviale.
La forma ampia e lunga fin quasi ai piedi
dell'antica paenula si conservò fino al sec. XIII, senza
cappuccio, sollevata ai lati sopra le braccia per muovere
liberamente le mani, cosiddetta "a campana", assai ampia ed
egualmente pendente, interamente chiusa. Poi (sec. XIII-XV), per
maggiore comodità ed anche per economia, si raccordò tagliando i
lembi laterali, lasciando solo quello anteriore e posteriore,
tagliati anche essi a semicerchio o a punta, finché si è
arrivati al sec. XVIII alla forma attuale. Il ritorno all'uso
della p. medievale non si può fare di proprio arbitrio, ma
occorre uno speciale indulto apostolico (S. Rit. Congr., 11
febbr. 1863 e 9 dic. 1927).
In antico le paenulae profane erano ornate
da due clavi purpurei verticali. Come decorazione delle p.
liturgiche si vede sui monumenti un semplice fregio gallonato
intorno all'apertura del collo. A partire dal se. XI venne in
uso una fascia verticale divisa all'altezza delle spalle in due
braccia oblique (in forma di Y; talvolta la verticale si
prolungava fino al collo) per unirsi sul petto e scendere sino
all'orlo inferiore; tutta con ricami di ornato o figurazioni di
santi. Questo motivo puramente ornamentale venne poi
interpretato come una croce; infatti dal sec. XIII in
Inghilterra, Francia e Germania si mise sulla parte posteriore
la croce a braccia orizzontali (nel lembo anteriore una semplice
"colonna"). Oggi i tipi ornamentali variano, ispirati talvolta a
temi o simboli dell'anno ecclesiastico.
Soltanto dall'ultimo secolo data la
prescrizione, ma per fissare un uso secolare, di usare la seta
per la p.; le stoffe di mezza-seta non sono più permesse. Sono
conservate nei musei e nelle sagrestie delle cattedrali p. fatte
di lana, di tela, di cotone, e durante la guerra dei Trent'anni
quelle di cuoio, o tessute di paglia. Ma di regola furono usate
stoffe preziose, talvolta provenienti dall'Oriente
(nell'antichità rinomate le fabbriche d'Alessandria, Damasco,
Bisanzio; nel medioevo le fabbriche dei Saraceni in Sicilia e in
Spagna; preziosi damaschi, broccati e velluti provenienti da
Genova, Lucca, Milano e Venezia). Fino al sec. XII prevalsero
stoffe di unico colore o disegno, in seguito furono usate di
preferenza stoffe con qualche disegno geometrico o floreale,
specialmente il melograno (forse in riferimento a Es. 28, 33) o
con figure di animali veri o fantastici. Questi disegni non
erano specificamente cristiani, ma provenivano dall'Oriente. La p., perché si mette sulle spalle. viene
considerata come simbolo del giogo del Signore, e
nell'indossarla il sacerdote dice: "Domine, qui dixisti iugum
meum suave est".
2. Piegata (Planeta plicata). -
Nei giorni di lutto e di penitenza i ministri sacri, invece
della dalmatica o della
tunicella,
usano la p. piegata; cioè la parte anteriore della p. vien
avvolta davanti al petto. o addirittura tagliata poco prima
della metà. Il suddiacono, prima della lettura, depone la p.
piegata, per riassumerla dopo; il diacono, invece, dal Vangelo
alla Comunione, deposta la p., indossa il cosiddetto stolone,
per esser più libero nel servire all'altare.
Bibl.: J. Braun, Die liturgische Gewandung im Occident und
Orient, Friburgo in Br. 1907; id., Handbuch der
Paramentik, ivi 1912, pp. 119-40; (ed. it., I. paramenti
sacri, Torino 1914, pp. 93-109); J. Roulin, Vêtements
liturg., Parigi 1930; G. Destefani, La S. Messa nella
liturgia romana, Torino 1935, pp. 209-21; C. Callewaert, Liturg. Institut., III, 1, Bruges 193'7, pp. 66-69, 73; M.
Righetti, Man. di stor. liturg., I, Milano 1950, II ed.,
pp. 499-507.
Pietro Siffrin
ARTE. - Musaici e affreschi dei secc. V, VI e
VII (cappella di S. Satiro in S. Ambrogio a Milano, S.
Apollinare in Classe a Ravenna, S. Agnese fuori le Mura a Roma,
catacombe di S. Ponziano, ecc.) già documentano l'esistenza
della p. come parte essenziale dei vestimenti liturgici. Di p. a
campana se ne conservano una ventina in Germania, fra cui a
Magonza, Monaco, Erfurt, Iburg, Würzburg, Niederaltaich, Deutz,
Xanten, Brauweiler e in Italia a Castel S. Elia. Il processo di
accorciamento si può seguire nella raccolta di p. del Tesoro del
duomo di Halberstadt, mentre Castel S. Elia, nella campagna
romana, offre una serie completa di p. nelle diverse fasi di
sviluppo.
Tra le p. medioevali, le più antiche,
appartenenti al sec. XI, sono due nel Tesoro del duomo di
Bamberga c quella famosa di S. Stefano del Tesoro della Corona
di Ungheria a Presburgo, tutte e tre lavorate in oro su fondo di
seta. Altre notevoli p. dei secc. XII-XIII sono quelle di S.
Paolo in Carinzia: del duomo di Erfurt; del duomo Fermo
(ritenuta di s. Tommaso Becket) del b. Bernardo degli Uberti
(1133); di Firenze in S. Trinita, affine a quella del duomo di
Pistoia; del Tesoro di Anagni, di lavoro inglese, anche essa
come le precedenti completamente ricamata. Sempre ad Anagni,
trovasi altra p. di lavoro ciprense, forse palermitana, in
diaspro rosso ricamato in oro, col consueto motivo bizantino
delle coppie di pappagalli affrontati. Ricami di scuola romana
ha la p. di Benedetto XI (m. nel 1304) del duomo di Velletri e
dell'Italia centrale sono le figure degli Apostoli nella p. di
S. Corona a Vicenza. La p. di S. Domenico nel Tesoro del duomo
di Tolosa presenta didascalie gotiche tra tralci orientali e
figure di fenici e pavoni, di tipo palermitano. Sono
strettamente legati alla pittura umbra e toscana del
Quattrocento i motivi sacri della p. del Seminario vescovile di
Montalcino con la scena dell'Adorazione e gli Angeli che
sorreggono un'iscrizione sul baldacchino. Appartengono al sec.
XIV parecchie p. in broccato e in damasco della chiesa di S.
Maria in Danzica. Sul finire del Quattrocento si ha un esempio
di esuberanza decorativa nella p. del duomo di Orvieto. Al sec.
XV risalgono le p. del duomo di Montefiascone, della pieve di
Prosto di Piuro (Chiavenna), della parrocchiale di Busto Arsizio
e quella stupenda con figure di angeli in scompartimenti ad
esagono e le rappresentazioni del Battesimo e della
Trasfigurazione del Museo di corte di Vienna. Al sec. XVI,
attribuita per il disegno a Raffaello ed eseguita da Antonio
Peregrino appartiene la p. con i simboli degli Evangelisti nel
Museo dell'opera di Siena e inoltre la p. di Giulio II nel duomo
di Savona, cui si ricollega per il disegno dell'ornato la p. del
Museo dell'opera di Perugia del card. Armellini. Moltissimi sono
ancor oggi gli esempi di p. ben conservate dei secc.
XVI-XVII-XVIII (ad es., la p. Passerini con gli emblemi degli
Evangelisti c lo stemma Borgia nella cattedrale di S. Francesco
a Cortona, che si dice indossata da Leone X nel 1515; quella
della fine del '500 della cattedrale di Recanati con il consueto
motivo a melograno e rami di quercia stilizzati. Motivi a rami
fioriti in rosso e oro sono nella p. della chiesa di S. Donato a
Siena, come altre variazioni del genere mostra la p. detta
dell'arcivescovo Giuliano de' Medici nella cattedrale di Pisa).
Altri disegni del pieno '600 sono quelli dei ricchi velluti
della p. della chiesa di S. Francesco a Castiglione Fiorentino e
del duomo di Aosta. A Roma notevole è la raccolta della chiesa
di S. Maria della Vallicella. Sembra imitare le meravigliose
trine del Settecento la finezza di disegno di una p. della
collezione dei Musei d'arte nel Castello Sforzesco e di altra
della chiesa di S. Antonio Abate a Monreale, così come la
finissima p. di S. Raimondo al Rifugio a Siena. Preannunciano lo
stile Impero p. con decorazioni a righe orizzontali della fine
del sec. XVIII (chiesa del Purgatorio a Venosa). Di indubbia
influenza orientale è il broccato della p. settecentesca della
chiesa di S. Andrea a Siena.
Bibl.: oltre ai trattati di storia dell'arte (ad es.,
Venturi, Toesca, Springer-Ricci), cf. A. Lessing, Die
Gewerbesammlung des Kunstgewerbe-Museum, Berlino 1905; O.
Falke, Kunstgesch. der Seidenweberei, ivi 1921 ; F.
Podreider, Storia dei tessuti d'arte in Italia, Bergamo
1928; L. Serra, Mostra del tessuto italiano, Roma 1932;
J. Mannowsky, Der Danziger Paramentenschatz, Danzica
1932.
Luisa Mortari
da Enciclopedia Cattolica, IX, Città
del Vaticano, 1952, coll. 1328-1331
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PISSIDE
 Vaso liturgico per la conservazione dell'eucaristia per la comunione, da
pyxis, pyzos, lat. pyxis, scatola, vasetto rotondo poligonale per medicine, unguenti, profumi, ecc. in bosso, in altro legno, in metallo, ma più specialmente in avorio. Dal secolo XII si dette alla patena un piede con nodo; la sua forma si assimilò a quella del calice. Questa forma si conserva tuttora; ma dopo il Concilio Tridentino, quando aumentò l'uso della Comunione privata fuori della messa, la coppa divenne più ampia.
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PIVIALE

(Pluviale, cappa, mantus) Manto liturgico di forma semicircolare, lungo fin quasi ai piedi, aperto davanti e fermato sul petto da un fermaglio. La parte posteriore è ornata dal cosiddetto "scudo".
Non trae origine dall'antica lacerna, e
neppure dall'antica paenula, essendo esse da lungo tempo
fuori dell'uso civile quando il p. venne adoperato nel culto
liturgico. Sembra derivi piuttosto dalla cappa corale chiericale
o monastica dei secc. VIII e IX, distinta dalla pianeta a
campana della stessa forma perché aperta davanti (o almeno con
aperture per passarvi le mani) e munita di cappuccio, che si
portava in coro e alle processioni, di panno nell'uso
quotidiano, di seta nelle feste. Nel sec. IX non si trova ancora
annoverato tra le vesti liturgiche (Amalario designa ancora la
pianeta come veste liturgica comune a tutto il clero). Dal sec.
X i cantori cominciavano ad usare la cappa festiva invece della
pianeta, seguivano i sacerdoti nelle funzioni fuori della S.
Messa, specialmente all'incensazione nelle Lodi e nei Vespri
(donde il nome tedesco Rauchmantel = manto dell'
incensazione; Vespermantel = manto del Vespro). Alla fine
del sec. XI la cappa finisce per diventare una veste liturgica
in tutte le funzioni fuori della S. Messa, restando la pianeta
esclusivamente propria della S. Messa; c vien portata non
soltanto dai sacerdoti o vescovi, ma da tutto il clero, dai
cantori e dai ministri inferiori. In Italia si preferisce il
nome di p. perché ha la forma di un manto che protegge dalla
pioggia e dalle intemperie, mentre fuori d'Italia si chiama
cappa, in Spagna anche mantus. Vien fatta, di regola, di
seta e segue le regole dei colori liturgici.
Bibl.: E. Bishop, The origin of the
cupe as a church vestment in Dublin Review, genn.
1897, p. 1 sgg.; J. Braun, Die liturg. Gewandung im Occid.
und im Orient, Friburgo in Br. 1907, pp. 306358; id., Die liturg.
Paramente, ivi 1912 (trad. it., I paramenti sacri, Torino 1914. pp. 110-16); E. Bishop,
Liturgica historica, Oxford 1918. pp. 260-75; C. Callewaert,
De pluviali, in Collat. Brugenses, 26 (1926), pp.
166-71; id., Sacris erudiri, Steenbrugge 1940, pp.
227-30; M. Righetti, Man. di st. liturg., I, II ed.,.
Milano 1950, pp. 510-11.
Pietro Siffrin
ARTE. - Quanto alla forma, in origine il p.
non si distingueva dalla pianeta a campana se non per essere
provvisto di cappuccio; non sempre era aperto davanti, mentre
dal sec. XI in poi prevalse definitivamente la cappa aperta e la
sua forma non mutò fino ad oggi.
Varie trasformazioni subirono invece le
guarnizioni e il cappuccio; le prime, da molto semplici e
strette si andarono via via allargando e ornando di ricami,
specialmente a figure; il secondo, dal sec. XI in poi, perse la
sue funzioni di copricapo e nella seconda metà del sec. XII
divenne un puro ornamento, diminuì le sue dimensioni si ridusse
ad un cappuccio in miniatura. Rimangono esempi di questo tipo di
transizione nel duomo di Halbestadt (sec. XII) e in S. Paolo in
Carinzia (sec. XIII). Già nei sec. XIII il minuscolo. cappuccio
si è tramutato in un pezzo di stoffa piccolo e triangolare, che
ricorda ancora il cappuccio solo per la sua forma. Con i secc.
XIV e XV il triangolo si trasforma lentamente in uno scudo (clipeus)
di proporzioni sempre più ampie e nella seconda metà del
Quattrocento prende la forma di un arco ogivale; poi di un mezzo
cerchio; nel barocco diventa ovale, giungendo in ampiezza fin
oltre al mezzo del vestito. Molta importanza hanno nel medioevo
i fermagli dei p.; gli inventari danno un'idea della loro
ricchezza e meglio ancora qualche bellissimo esempio rimasto.
Più numerosi quelli ornati di figure (duomo di Aachen, Museo
d'arti e mestieri a Berlino); più rari quelli ornati di pietre
preziose e di perle (S. Pietro a Salisburgo, duomo di Aosta).
Lungo l'orlo del p. si trova talvolta una frangia, un gallone o
anche dei campanelli in guisa di ciondoli (duomo di Aachen).
L'uso del p. dovette crescere con i secoli,
secondo quanto documentano gli inventari; nei secc. XIV, XV, XVI
si trovano elencati sempre più numerosi, preziosi p. fatti di
splendide stoffe (cf. l'inventano del duomo di Praga del 1387 e
quello della cattedrale di Lincoln del 1536). Del medioevo si
conservano p. interamente ricamati a figure, inscritte in campi
rotondi o quadrilateri, disposti in serie parallele al lato
retto del p. o in zone concentriche. La maggior parte di questo
tipo, di cui si hanno esemplari magnifici anche in Italia,
proviene dall'Inghilterra, particolarmente rinomata per questo
genere di lavoro ad ago, che prese nei secc. XIII e XIV la
denominazione di opus Anglicanum. Fra i più antichi di
questi p. istoriati (sec. XIII) si ricordano quello di S. Paolo
in Carinzia con le Storie dei ss. Biagio e Vincenzo, quello del
Museo Vittoria e Alberto di Londra; in Italia quelli di Ascoli
Piceno, di Anagni e del Museo civico di Bologna. Ricami di tipo
ciprense palermitano, in oro su diaspro rosso, con pappagalli
affrontati sono nel p. di Bonifacio VIII ad Anagni in quello di
S. Corona a Vicenza. Del sec. XIV sono gli stupendi esemplari
del duomo di Pienza, di S. Giovanni in Laterano, di Toledo,
Comminges, Salisburgo. Eccezionali nel sec. XV i tre p.
dell'Ordine del Toson d'oro nel Museo di Corte di Vienna, tanto
più che dopo il sec. XIII è assai più comune il tipo di p. con
ricami soltanto nello scudo e nella guarnizione. Esempi notevoli
di questo tipo sono in S. Maria in Danzica, nella cattedrale di
Xanten, nel Museo di Berna. In tempi posteriori l'intero p. è
ornato di ricami a motivi ornamentali e soltanto lo scudo e la
guarnizione sono ricamati con figure; bell'esempio il p. in
teletta d'oro nella chiesa di Gandino, il p. detto di Urbano V a
Montefiascone e altro nel Tesoro della cattedrale di Aosta.
Internamente ornati di motivi floreali sono i p. della chiesa di
S. Donato a Siena e della pieve di S. Lorenzo a Montefiesole.
Esempi di sontuosa colorazione a giardino sono i p. di scuola
veneziana del principio del sec. XVI di S. Tomà a Venezia e
della collezione Larcade a St-Germain en Laye; sempre opera
veneziana il p. in velluto broccato con Annunciazione e otto
figure di santi nel Museo nazionale di Firenze e quello del
duomo di Recanati. Notevolissimo quello del duomo di Genova, i
cui disegni si riferiscono a Pierin del Vaga. Motivi fantastici
ispirati all'arte orientale sono nel p. settecentesco del duomo
di Ancona, e capolavoro dei tessuti di ganzo è il p. del sec.
XVIII della basilica di Gandino, analogo ad un parato della
basilica di Alzano Maggiore e ad un altro della chiesa
dell'ospedale maggiore di Bergamo.
Bibl.: J. Dreger, Europäische Weberei und Stickerei,
Vienna 1904; I. Evrera, Un tesoro di stoffe ricamate, in
Rassegna d'arte, 1912, pp. 171-74; A. Christie, A
reconstructed embroidered copie of Anagni, in Burlington
magazine, 48 (1926), pp. 65-77; E. Podreider, Storie dei
tessuti d'arte in Italia, Bergamo 1928; J. Kendrick, English embroidery, Londra 1933.
Luisa Mortari
da Enciclopedia Cattolica, IX, Città
del Vaticano, 1952, coll. 1591-1594
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"PLACARE CHRISTE SERVULIS"
 Inno dei vespri della festa di Ognissanti, di autore sconosciuto; lo si ritrova nei manoscritti fino al secolo X.
È una successione di invocazioni alle varie
categorie di santi perché impetrino la Grazia della salvezza. I
correttori sotto Urbano VIII hanno rifatto quasi completamente
quest'inno, che nell'originale incominciava: Christe,
Redemptor omnium.
Bibl: J. Wackernagel, Das
deutsche Kirchenlied, I, Lipsia 1864, pp. 321-34; U.
Chevalier, Poésie liturgique. Rytme et histoire, Parigi
1893, p. 247; C. Albin, La poésie du Bréviaire, Lione a.
a., pp. 369-73; A. Mirra, Gli inni del Breviario romano,
Napoli 1947, p. 241.
Silverio Mattei
da Enciclopedia Cattolica, IX, Città
del Vaticano, 1952, col. 1596
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Plain chant musical
Nel 1669 Henri Du Mont pubblicò cinque messe
che son divenute universalmente celebri.
Sembra che egli sia stato anche l'inventore
del termine con cui si designano quelle composizioni religiose
dei secc. XVII e XVIII che sono in opposizione alla polifonia
perché monodiche, benché non derivanti dal gregoriano. L'origine
del p. c. m. si presenta come un compromesso tra il canto
gregoriano e il gusto moderno, ed ha l'intento di offrire pezzi
facili per tutti. Pretende inoltre di essere più semplice del
gregoriano. Dalla tonalità moderna prende i toni maggiori e
minori, le modulazioni, la fraseologia, e le cadenze ed i
cromatismi; dalla notazione figurata le lunghe, le brevi e le
semibrevi. Coltivato in Francia da Bourgoing (1634), da Cl.
Chastelain, J.-B. de Contes, Du Mont, Nivers, il figlio di Lulli,
Poisson, Leboeuf, trovò il suo migliore teorico in La Faillée
(1748) e fu usato nelle neoliturgie gallicane. Suo capolavoro è
la famosa Messa Trompette.
Bibl: notizie sparse in J. d'Ortigue, Dict. de p. c., Parigi 1857; J. Combarieu,
Histoire de
la musique, I, ivi 1924, pp. 201-203; II, ivi 1925, p. 249;
M. Brenet, Dict. de la musique, ivi 1926, p. 357
Eugenio Cardine
da Enciclopedia Cattolica, IX, Città
del Vaticano, 1952, col. 1598
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PLICATA Vedi
PIANETA
Pianeta plicata e stolone
I
diaconi e suddiaconi non usano la pianeta che nei giorni in cui,
secondo un'antica consuetudine, non devono portare la dalmatica
e la tunicella, però, come nota espressamente il Messale, solo
nelle Cattedrali ed altre Chiese principali, non nelle piccole
dove in tali giorni essi devono fare le funzioni senza la veste
esteriore. Essi devono anche per distinguersi dal sacerdote
portare la planeta plicata cioè o arrotolare o ripiegare
la parte anteriore fin sul petto, o come si fa ora a Roma,
raccorciarla in modo che arrivi solo al petto. Il suddiacono la
porta così tutto il tempo della Messa, tranne mentre canta
l'epistola, ché allora la depone. Il diacono ritiene la planeta plicata fino al vangelo; allora se la toglie, la
ripiega su se stessa a forma di striscia, se la mette a mo' di
sciarpa e continua così nel suo uffizio fin dopo la comunione,
ed allora se la rimette come in principio della Messa. Perché il
ripiegare la pianeta moderna a forma di striscia non è cosa
commoda, si permette che dal Vangelo in poi si sostituisca con
una semplice benda, la quale per la sua somiglianza colla stola,
è detta nel Messale stola latior (stolone); ma non è per
niente una vera stola e perciò non deve avere la croce come la
stola (1). ln Allemagna la planeta plicata non si usa
più.
da G. Braun, Paramenti sacri. Loro uso storia e
simbolismo, trad. it., Torino, 1914, p. 96.
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POSTCOMMUNIO Nel rito latino (romano, ambrosiano, gallicano e mozarabico) è l'orazione che si dice dal sacerdote dopo la Comunione e il canto alla
communio del popolo, introdotta con Dominus vobiscum; detta perciò
Postcommunio (talvolta anche ad Communionem) già nei libri cosiddetti Gelasiani, mentre nel Gregoriano si legge
Ad complendum o Ad completa, cioè per compiere la messa.
Il P. si recita, terminato il sacrificio, "in cornu Epistolae",
non più nel mezzo dell'altare. Con la Colletta e la
Secreta ("Super Oblata" del Gregoriano) il P. si
trova negli antichissimi testi del rito latino del sec. V-VI; ha
la stessa struttura di queste orazioni, varia secondo le feste e
collega la Comunione con esse o con il periodo dell'anno
ecclesiastico. Nel rito latino il P. non è tanto un
ringraziamento della Comunione, come nella liturgia orientale,
ma piuttosto una supplica affinché la Comunione abbia la sua
piena efficacia, sia purificaz9ione delle colpe (remedium,
subsidium, munimen, medicina caelestis),
pegno della vita eterna ("redemptionis nostrae pignus", "immortalitatis
alimonia"), l'unità con Cristo ("inter eius membra numeramur,
cuius corporis communicamur et sanguini").
Bibl. H. Batiffol, Leçons sur la Messe, Parini 1923,
296-99; G. Brinktrine, La S. Messa, Roma 1945, pp. 263;
M. Righetti, Manuale di storia liturgica, III, Milano
1949, pp. 436-37; I. A. Jungmann, Missarum sollemnia, II,
Vienna 1949, pp. 509-16.
Pietro Siffrin
da Enciclopedia Cattolica, IX, Città
del Vaticano, 1952, col. 1839
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PREFAZIO È la preghiera solenne di lode e di ringraziamento cantata o recitata, finito l'Offertorio, all'inizio dell'azione del sacrificio. La voce "prefazio" deriva dall'antico uso di una formola o preghiera solennemente proferita davanti un'assemblea.
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PRESBITERIO (sacrarium, santuario)
Lo spazio destinato al vescovo e ai sacerdoti
nelle funzioni sacre. Si trovava di fronte all'entrata, un po'
elevato con uno o più gradini, corrispondente così alla parte
detta "pretorio" dell'antica basilica pagana, e terminava di
regola con un'abside semicircolare, rettangolare o poligonale.
In fondo all'abside si metteva la cattedra del vescovo, a destra
e a sinistra semplici banchi di pietra per i sacerdoti (i
diaconi non si sedevano mai, ma assistevano in piedi). L'altare
si innalzava dinanzi alla cattedra sotto l'arco detto
"trionfale" della basilica. Dal medioevo, quando l'altare
maggiore si avvicinò al muro tenendo così il posto della
cattedra, il luogo immediatamente prima dell'altare, lo spazio
cioè dove si svolgevano i servizi sacri, si chiamò p. Alla
sinistra, detta in cornu Evangelii nelle cattedrali si metta la cattedra o il
trono del vescovo; di fronte, alla parte dell'epistola, si
trovano i banchi o i sedili per i ministri sacri parati. Verso
il popolo un basso parapetto divisorio, detto "pergola", lettorio, iconostasi (oggi balaustra), serviva a separare il p.
dalla navata, riservata ai fedeli, onde assicurare all'altare
una sufficiente zona di rispetto, entro la quale nessun laico
doveva entrare, specialmente durante la celebrazione delle
funzioni sacre; alle donne era vietato l'accesso al santuario.
Bibl.: Moroni, LV, coll. 160-70; I. Sauer, in LThK, VIII, p.
452; G. Perardi, La dottrina cattolica. Il culto, I,
Torino 1938, pp. 223-26; M. Righetti, Manuale di storia
liturgica, I, Milano 1950, pp. 351-62, 438-39.
Pietro Siffrin
da Enciclopedia Cattolica, IX, Città
del Vaticano, 1952, coll. 1960-1961
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PRIMA Ora canonica che si recita all'inizio del giorno. Si compone di due parti distinte, prima propriamente detta (ufficio del coro) e ufficio del capitolo; l'una si diceva in coro, l'altra invece nella sala del capitolo.
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PONTIFICALE È il libro liturgico che contiene la descrizione (rubriche) e le formole delle funzioni riservate normalmente al vescovo (pontifex).
PURIFICATORIO (abstensorium, extersorium) Piccolo rettangolo di lino (cm. 25/30 x 40/50) che serve nella messa per asciugare le dita, le labbra e il calice dopo la seconda abluzione, per purificare la patena prima di deporvi l'ostia consacrata dopo il "Pater noster"; e il calice prima di infondervi il vino e l'acqua all'Offertorio.
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QUARANTORE Per onorare Gesù Cristo durante le 40 ore in cui giacque morto nel sepolcro, in un tempo non bene determinato invalse la pratica liturgica di deporre l'Ostia consacrata nascosta in apposito altare sotto forma di sepolcro. Il passaggio da questa forma all'attuale forma di esporre il S.mo Sacramento per 40 ore continue all'adorazione dei fedeli per propiziarsi la clemenza del Signore, avvenne nel 1527 nella chiesa di S. Sepolcro a Milano per iniziativa dell'agostiniano Antonio Bellotto di Ravenna.
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QUIÑONES, FRANCISCO DE Cardinale, nato a León nel 1450, morto a Veroli il 27 ottobre 1540. Il suo nome resta legato a uno dei tentativi più audaci di riforma del Breviario.
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RAZIONALE (Liturgia) 1. Ornamento liturgico, usato nel medioevo, detto
superhumerale, Logion, che si portava dai vescovi sulla pianeta nella messa, come un pallio ma senza il significato che questo aveva. 2. Variante del razionale era una placca d'argento o d'oro (in luogo di quella di stoffa) con catenelle o fibule, attaccato all'amitto.
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RITO (Nella liturgia cattolica) Nel senso proprio, il modo o l'ordine con cui si eseguiscono le varie funzioni sacre, cioè le cerimonie della messa, dell'ufficio, dell'amministrazione dei sacramenti e sacramentali: così si parla del "ritus celebrandi missam", del "ritus baptizandi", del "ritus consecrationis altaris".
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RITUALE ROMANO Libro liturgico della Chiesa latina per i sacerdoti, contenente le cerimonie per l'amministrazione dei sacramenti, per l'assistenza agli infermi e i formulari delle numerose benedizioni.
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ROCCHETTO (camisia, alba romana, succa, saroth,
sarcotium, satcos, rocchettum, diminutivo
del basso latino roccus "abito").
È una veste di lino bianco portata dal papa, dai cardinali, dai
vescovi e dai prelati come distintivo della loro dignità.
È una forma di camice ridotto con le maniche
lunghe e strette ornate di pizzo sovrapposto alla seta bianca,
rossa o violacea, a differenza della cotta che ha le maniche
larghe e corte. Il r. non si porta da solo, ma con la mozzetta,
la mantelletta o la cappa nel coro, nelle processioni, nelle
prediche ecc: Per la celebrazione della Messa e per
l'amministrazione dei Sacramenti è necessario sovrapporre al r.
il camice o la cotta. La
prima notizia di un "camice et cingulum", prima di indossare
l'alba propriamente detta, si trova nell'Ordo Romanus VIII,
I, 1 e II, 2. 4 del sec. IX. (M. Andrieu, Les
Ordines Romani, II, Lovanio 1948, pp. 310-17, 321). Era in
uso presso i Franchi indossare fra le profane e le sacre una
veste intermedia ("une sorte d'écran"), una manica, per coprire
gli indumenti profani; già nel sec. VII, anche lo pseudo-Germano
(Ep., II) accenna alle "manicae" della liturgia gallicana
"ne appareat vile vestimentum" (M. Andrieu, loc. cit., 313 n.
i). L'uso gallicano o franco si propagò dappertutto; in
Inghilterra (can. 46), sotto Edgario (m. 975), fu sancito nei
Sinodi di Treviri del 1238 e di Colonia di 1260 (can. 7).
Questa) camicia si portava da tutti i chierici, persino dai
campanari. A Roma il r. venne in uso con la recezione del
Messale e Pontificale germanico, ma vi divenne ben presto una
prerogativa del clero superiore; già il Concilio Lateranense IV
(del 1215) raccomandò ai vescovi secolari di portare anche fuori
della chiesa "superindumenta linea"; il neoeletto papa (cf. Ordo
Gregorii X [1271-76]:
M. Andrieu, Le
Pontifical, II, Città del Vaticano 1940, p. 527; Ordo
Romanus XIII, 3 e XIV,
10: PL 78, 1106 e 1127) portava quest'indumento. Il r. è
consegnato al neovescovo, se
presente a Roma, dal papa stesso (Caerem. episc., l. I,
cap. 1, n. 2). Nel medioevo, fino al sec. XIII, il r. era una
tunica senza ornamenti scendente fino ai talloni e legato alla
cintura; dal sec. XIV e XV s'incominciò ad accorciarlo per
arrivare nel sec. XVI-XVII fin sopra le ginocchia omettendo la
cintura, nel sec. XVIII poi arrivò a coprire appena le anche ma
era riccamente guarnito di merletti o pieghettato. Il nome "r."
occorre già a Roma nel sec. XIV.Bibl. I. Braun, Handbuch
der Paramentik, Friburgo 1912, pp. 201-203; M. Righetti, Man.
di stor. liturg., vol. I. II ed., Milano
1950, pp. 498-99.
Pietro Siffrin
da Enciclopedia
Cattolica, X, Città del Vaticano, 1953, coll. 1055-1056
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RUBRICHE
I. NOZIONE. Per r., in senso
liturgico, s'intendono le prescrizioni che regolano lo
svolgimento del culto della Chiesa. Esse si trovano o
riunite in appositi libri (p. es., il Caeremoniale
episcoporum e il Memoriale rituum) o
raggruppate all'inizio dei libri liturgici (come nel
Messale, nel Breviario e nel Martirologio), o all'inizio
delle singole parti o titoli (come nel Rituale, prima
del rito di ogni Sacramento e delle benedizioni), o,
infine, inserite tra una formola e l'altra. Per
distinguere meglio i testi dalle norme che ne regolavano
l'uso, nei codici si cominciò a scrivere le norme in
rosso; di qui rubricae.
Nella Roma classica, r. si chiamò una
terra che, stemperata nell'acqua, serviva ai falegnami
per tracciare le righe o fare i segni, nel punto in cui
bisognava fare il taglio del legno con la sega (cf.
Orazio, Sat., 2, 7, 98). Gli amanuensi delle
raccolte legislative se ne servirono per scrivere in
rosso i titoli delle leggi. Dai titoli il nome passò a
designare la legge stessa. Lo ricorda Giovenale quando
scrive: Perlege rubras maiorum leges (Sat.
14). Anche nel campo giuridico ecclesiastico, r. indicò
poi il titolo e il breve sommario premesso ai singoli
canoni. Dal diritto canonico il termine passò alla
liturgia, probabilmente quando, per maggiore praticità,
si riunirono in uno stesso volume le formole dei
Sacramentari, Lezionari, Graduali, ecc. le norme
direttive furono scritte in rosso e il testo in nero, e
il nome r. finì per indicare le leggi liturgiche in
genere, anche quando esse furono regolarmente scritte in
nero.
II. FORMAZIONE. Le prime r. (o
piuttosto norme rituali) semplicissime, come
semplicissimi erano i riti, dovettero essere trasmesse
oralmente. I Sacramentari racchiudono già embrionalmente
qualche indicazione rubricale. Difatti il Gelasiano
ne ha 67, il Gregoriano, nel fondo primitivo, 26,
mentre il Leoniano nessuna. Gli
Ordines romani, che sono le prime raccolte
sistematiche rubricali della Chiesa latina,
costituiscono veri e propri cerimoniali. Nell'Ordo
di Aimone da Faversham (m. nel 1244), generale dei
Francescani, ben noto nella storia liturgica, si legge
sei volte l'espressione rubrica Ordinarii. La
parola era allora passata dal campo giuridico a quello
liturgico. Più frequente è l'uso di rubrica per Ordo
o Ordinarium: ad es., Incipit Rubrica sive
Ordo per circulum anni secundum consuetudinem Ecclesiae
civitatis Austriae... E ancora: Hec Rubrica sive
Ordo est qualiter et quo tempore episcopi...
I Minori adoperarono il termine in
questo senso. Così la Rubrica Parisiensis è un
vero Ordo per le antifone speciali prima di
Natale, pubblicato nel 1263 per ordine del Capitolo
generale di Pisa (Arch. franc. hist., 4 [1911],
p. 69). Tre anni dopo il Capitolo di Parigi raccomandò
l'osservanza dell'Ordo di Aimone: Uniformiter
se habeant (fratres) secundum Ordinationem et rubricane
illam... Indutu planeta. Questo senso si mantenne
fin dopo la metà del Trecento, quando si è informati che
Aimone fecit illam rubricam de agendis in missa (Anal.
Franc., 3 [1887], p. 247). Ma certi statuti
francescani d'Aquitania alla fine del '200 ancora più
genericamente dicono: In divino officio servetur
rubrica et cantus Ecclesiae Romanae (Arch. franc.
hist. 7 [1914], p. 475). Sicché i due significati
generico e specifico nella seconda metà del '300 sono
promiscuamente usati (contro l'opinione del Vykoukal, s.
v. Rubriken, in LThK, VIII, coll. 1032-33,
secondo il quale il termine r. non apparirebbe prima del
'300). Si può aggiungere che s. Bonaventura, generale
dei Francescani, dal 1260 al 1272, rimanda varie volte
alle r., intese nel duplice senso. Lo stesso Aimone
nell'Ordo Breviarii conosce il termine nel senso
moderno.
In conclusione la doppia, terminologia
risale almeno alla prima metà del sec. XIII. Errata è
pure l'opinione, frequente negli autori moderni, di
assegnare a s. Pio V le raccolte generali delle r. (rubricae
generales). Già cod. di Oxford (Bibl. Bodley, segn.
Can. miscell. 75) nella seconda metà del sec. XIV chiama
le Ordinationes francescane: Rubricae de modo
officii ecclesiastici. Nel 1481 Filippo di Rotingo
pubblicò le Rubricae ad informandos pusillos.
Nello stesso anno, a Venezia, Francesco Ranner stampò,
un Breviario romano con la Rubricae declaratoriae seu
correctoriae. Senza parlare delle Rubricae novae,
segnalate d G. Mercati (v. op. cit. in bibl.). Da
questo periodo si celermente verso il significato, poi
rimasto, del termine e verso le ufficiali raccolte
generali e particolari della liturgia unificata. Le
edizioni tipiche dei libri rituali della liturgia
latina, cioè Breviario (1568), Messale (1570),
Martirologio (1583), Pontificale (1598), Cerimoniale d
vescovi (1600), Rituale (1614), furono corredati da
abbondanti r. generali e particolari. L'interpretazione
e l'aggiornamento furono affidati da Sisto V alla S.
Congr. dei Riti (1587). Nei secc.XVI-XVIII le r. dei
libri liturgici furono oggetto di accurati ed ampi studi
da parte di buoni liturgisti come il Gavanti, Merati,
Quarti, Cavalieri, Bauldry (poi A Carpo, de Herdt,
Martinucci, Menghini, Baldeschi, Moretti, Le
Vasasseur-Haegy), che hanno posto le basi del diritto
liturgico.
III. DIVISIONE. 1. In base al loro
oggetto le r. si dividono in: a) essenziali, e
sono quelle che appartengono all'essenza di un rito e
dalla loro osservanza dipende la validità dell'atto che
si pone; b) accidentali sono le r. riguardanti
cerimonie introdotte dalla Chiesa, generalmente non
richieste per la validità, ma per la liceità dell'atto,
come nel Battesimo gli esorcismi, le rinunce, la veste
candida, la lampada ardente.
2. Secondo l'estensione le r. sono:
a) generali e costituiscono come i principi
fondamentali, da applicarsi a tutte le cerimonie,
contenute in quel dato libro liturgico; b)
speciali, quelle che regolano il compimento di una
cerimonia o rito particolare.
3. In base alla loro obbligatorietà le
r. sono: a) precettive, se prescrivono
tassativamente qualcosa o sono indispensabili per il
compimento di un rito; b) direttive, se
propongono qualche cosa per modum consilii o
lasciano facoltà di scegliere tra due modi di agire o
tra il compier o non compiere un'azione. Le r. direttive
sono dette anche facoltative.
IV. OBBLIGATORIETÀ. Per secoli si è
disputata fra moralisti e liturgisti (rubricisti) la
questione, se tutte le r. obbligano in coscienza, e fino
a qual punto.
Per un esame oggettivo della questione
va premesso: le r. sono leggi vere e proprie e come tali
obbligano (CIC, can. 818), per conseguenza rientrano
necessariamente nell'ambito della morale, come ogni atto
umano, e ammettono una gradazione di bontà e di
responsabilità. La questione può perciò proporsi in
questi termini: a) le r. essenziali evidentemente
sono precettive. Si tratta dell'essenza e quindi della
validità dell'atto liturgico, che non si può frustrare
(la gravità va computata secondo i principi morali,
circa la materia, l'imputabilità morale della colpa,
ecc.). Quando la r. accidentale non dice apertamente se
è o non è facoltativa, né ciò si può desumere da altri
elementi, allora la presunzione sta dalla parte della
legge e deve ritenersi che la r. obblighi in coscienza.
Si prova: a) dal pensiero della Chiesa: il
Concilio di Trento (sess. VII, c. 13) dice: "Si quis
dixerit, receptos et approbatos Ecclesiac Catholicae
ritus... sine peccato a ministro pro libito suo omitti,
aut contemni, aut in novos alios per quemcumque
ecclesiarum pastorem mutari posse: ananathema sit" (cf.
Rituale romanum, tit. I, 1, 2). Le costituzioni
pontifificie poste all'inizio dei libri liturgici: "districte
", "in virtute sanctae obedientiae praecipiunt", "auctoritate
apostolica decernunt", "iubent", "mandant", ecc. sono
espressioni che manifestano l'evidente volontà della
Chiesa che quelle norme e quelle formole siano osservate
per l'unità e la purezza del culto. La stessa S. Congr.
Riti ha ribadito e ribadisce continuamente lo stesso
pensiero, serventur rubricae, iuxta Caeremoniale
[Episcoporum], standum Rituali, mandat... in
omnibus et per omnia servari rubricas Missalis. Il
Cathechismus ad parochos (II, 1, 18) afferma: "Caeremoniae...
praetermitti sine peccato non possunt"; e il Conc.
Romano del 1725 (tit. 15, c. 1): "Ritus qui in minimis
etiam sine peccato negligi, omitti vel mutari haud
possunt, peculiari studio ac diligentia serventur"; b)
dalla natura delle r., fissate perché non possa restare
dubbio sulla validità del Sacramento e perché non si
apra la porta all'arbitrio e al lassismo. Solo se si
osserva il rito (cerimonie e formole) della Chiesa la
liturgia costituisce il suo culto ufficiale; c)
dalla comune sentenza dei Dottori, che con s. Alfonso
dicono precettive le r. Queste ragioni inducono a
ritenere che le r., anche accidentali, prese nel loro
insieme sono precettive ed obbligano; ma non si può
affermare che prese singolarmente abbiano la stessa
forza; anzi talune non possono ammettere in nessuna
maniera la colpa (come la r. del Messale Rit. serv.
I, 3 che prescrive al celebrante di infilare prima il
braccio destro e poi il sinistro nell'indossare il
camice). Può darsi anzi, che nelle cose di minor conto
con l'andar del tempo si sia introdotta qualche
consuetudine, che l'autorità o direttamente o
indirettamente approva, e così il fatto nuovo, diventato
legittimo, muta l'obbligatorietà della r.
V. INTERPRETAZIONE. Per conoscere se una
r. sia precettiva o no è necessario esaminare: a)
i termini, con cui è formulata; b) la materia, se
cioè appartiene all'essenza o integrità del Sacramento o
della funzione, se tocca i principi fondamentali della
liturgia o è basilare per il senso dottrinale o il
significato simbolico; c) le dichiarazioni, se ve
ne sono, date dalla S. Congr. dei Riti; d) Le
opinioni dei probati auctores di liturgia e di
morale.
Bibl.:
trattati generali: P. Piacenza, Expositto noviss.
rubric. Brev. rom., in Ephem. lit., 1 (1887),
p. 21 sgg.; G. B. Menghini, Elemen. iuris liturgici,
Roma 1907, pp. 106-23; C. Callewaert, Liturgia
universim, Bruges 1925. pp. 106-11; L. Eisenhofer,
Handb. der kathol. Liturgik, I, Friburgo in Br.
1932, 50-51; F. Oppenheim, Instit.
systematico-histor. in sacram liturgiam, t. III,
parte 2, Torino 1939, pp. 68-99; M. Righetti, Man: di
stor. liturg., I, Milano 1950, pp. 18-21. Studi
particolari: G. Mercati, Appunti per la stor. del
Brev. rom. nei secc. XIV-XV, tratti dalle "Rubricae
novae", in Rass. gregor., 2 (1903), pp.
398-444: A. Van Dijk, Il carattere della correz.
liturg. di fra Aimone da Faversham O.F.M. (1241-44),
in Ephem. liturg., 59 (1945), pp. 177-223; 60
(1946), pp. 309-67.
Annibale Bugnini
da Enciclopedia Cattolica, X,
Città del Vaticano, 1953, coll. 1427-1429
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SANDALI Vedi
CALZARI
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SANTORALE È quella parte del Messale e del Breviario, chiamata anche
Proprium de sanctis, che contiene i formulari propri per la messa e l'ufficio di alcune messe a data fissa di Nostro Signore, non inserite nel Temporale, delle feste della Croce, di Maria S.ma, degli Angeli, dei Santi, degli anniversari della dedicazione delle chiese e della Commemorazione di tutti i fedeli defunti. Parte integrante del Santorale è il
Commune Sanctorum, in cui sono raccolti i formulari liturgici comuni a determinate categorie di santi.
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SECRETA (sottinteso
oratio; Super oblata; Sacra)
L'orazione della Messa che si recita
sulle offerte prima del Prefazio, detta Super oblata
nei libri del tipo gregoriano.
Il titolo S. ricorre nel Gelasiano
antico (cod. Vat. Reg. lat. 316, della metà del sec.
VIII) e già un mezzo secolo prima nel cosiddetto Messale
di Bobbio (Parigi, Bibl. naz., lat. 13246) si ha
collectio secreta, forse un segno della provenienza
gallicana. Lo Jungmann spiega il nome dall'uso gallicano
di recitare questa orazione a voce bassa, mentre nel
rito romano primitivo e tuttora nel rito ambrosiano
l'orazione viene detta ad alta voce. La differenza tra
l'antico uso romano e quello nuovo gallicano-franco si
vede nell0avviso dell'Ordo XV, 35 (Andrieu, 102):
"... dicit orationem super oblationes" (oppure
oblatas secrete; cf Ordo V, 58) "ita ut
nullus praeter Deum et ipsum audiat"; similmente nell'Ordo
XVII, 46 (Andrieu, 181); ciò si faceva a cagione di
un silenzio rigoroso, imposto a questo punto nella
liturgia gallicana, sotto influsso orientale. Dell'uso
di recitare a voce bassa la S. si ha una testimonianza
del sec. VII-VIII in un graffito del cimitero di
Commodilla (v.). Il Righetti invece lo spiega per mezzo
di due azioni liturgiche concomitanti - anch'esse nel
rito orientale - l'una compiuta dal celebrante in
segreto, l'altra dal diacono ad alta voce (il diacono
recita i nomi degli offerenti, mentre il sacerdote dice,
per economia di tempo, l'orazione sulle offerte). Altre
derivazioni, p. es., da secernere o secretio
(i fedeli dai catecumeni, le offerte per la
consacrazione da quelle per la sola benedizione) o da un
equivalente di benedictio o di consecratio
(Batiffol) o da una orazione preparatoria al Prefazio o
all'azione di consacrazione, detta S. (Brinktrine), sono
meno verosimili.
La S. entrava nell'ordinario della
Messa assieme con le Collecta, Postcommunio,
Super populum. Al tempo della lettera di
Innocenzo I a Decenzio, nel 416, non vi si trovano. Come
la Colletta, s'indirizza di solito al Padre ed è una
formola di oblazione: "Accepta sint..."; "Offerimus...
"; domanda la consacrazione delle offerte ed implora le
grazie sacramentali; spesso in relazione con la festa
relativa. L'ultima parte della conclusione si canta ad
alta voce.
Bibl. H. Leclercq, Secrète, in
DACL, XV, 1, coll. 1129-1132; G. Brinktrine, La S.
Messa, Roma 1945, pp. 155-58; M. Righetti, Man.
di stor. liturg., III, Milano 1949, pp. 287-90; I.
A. Jungmann, Missarum sollemnia, II, Vienna 1949,
pp. 108-117.
Pietro Siffrin
da Enciclopedia Cattolica, XI,
Città del Vaticano, 1953, coll. 222-223
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SESTA
Ora canonica da recitarsi all'ora
sesta del giorno (secondo la divisione greco-romana),
cioè sul mezzogiorno.
L'inno richiama il peso del lavoro e
il caldo del giorno per pregare la pace dell'anima nei
pericoli della lotta e della passione. Gli scrittori
antichi (Ippolito, Constit. Apostol.) mettono la
Crocifissione del Signore appunto in quell'ora del
giorno. La S. ha la stessa origine e struttura come le
altre ore minori del giorno, Terza e Nona.Bibl.: H. Leclercq,
Sexte et Tierce, in DACL, XV, 1 coll. 1396-99. C.
Callewaert, De Brev. rom. liturgia, Bruges 1939,
nn. 212,226, 317, 318; P. Albrigi, Sacra liturg. L'oraz.
pubblica, Vicenza 1942, pp. 88-90, 439-41; M.
Righetti, Man. di stor. litur., Milano 1946, pp.
421-23, 584-86.
Pietro Siffrin
da Enciclopedia Cattolica, XI,
Città del Vaticano, 1953, col. 429
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SETTIMANA SANTA (Major hebdomada, Hebdomada sancta, Hebdomada authentica) È la settimana antecedente la Pasqua, detta anche "maggiore" o "autentica", perché commemora la Passione, Morte, sepoltura e Risurrezione di Cristo. Oggi i tre ultimi giorni (Giovedì, Venerdì e Sabato) sono detti il triduo sacro e hanno uffici propri.
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STAZIONE LITURGICA Chiesa in cui si celebrano, in determinate circostanze, le funzioni liturgiche.
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STOLA (più anticamente
orarium)
È una insegna liturgica, comune ai
diaconi, ai sacerdoti e ai vescovi, ma diversamente
portata: dai diaconi sulla spalla sinistra a tracolla e
annodata sotto il braccio destro, dai sacerdoti pendente
dal collo e incrociata sul petto se sopra il camice o
semplicemente pendente con i due lembi paralleli; dai
vescovi i quali mai la incrociano perché già portano la
croce pettorale. Al diacono e al sacerdote vien
consegnata nella ordinazione.
È una striscia di seta lunga cm.
200-50, larga cm. 8-10; quella che si porta con la
pianeta ha una croce, in mezzo e in fondo a ciascun
lembo (sec. XVI), quella che si usa sopra la cotta
spesso è più ornata e più ricca. Segue le regole dei
colori liturgici.
La s. si trova in Oriente fin dal sec.
IV come insegna del clero di grado minore (Concilio di
Laodicea), con la distinzione: il diacono porta la s.
detta "orario" sulla spalla sinistra visibile (non sotto
la veste superiore) e svolazzante, il sacerdote invece
porta quella detta "epitrakelion" pendente dal collo. I
gradi superiori portano il
pallio.
Tutte e due le insegne sono della stessa origine, non di
istituzione ecclesiastica, ma di privilegio imperiale;
il pallio fatto di lana, la s. di lino o seta.
Nell'Occidente, fuori di Roma, nella Spagna, la s. è
propria dei vescovi, dei sacerdoti e dei diaconi. I
diaconi la portano sulla spalla sinistra pendente
davanti e di dietro sopra la dalmatica, sempre di colore
bianco in tela o lana; dal sec. XII a tracolla e a
sciarpa e dal sec. XV di colore della dalmatica e sotto
di essa.
Nel rito ambrosiano anche oggi sopra
la dalmatica. I preti della Spagna la portavano attorno
al collo come i vescovi, ma fin dal Concilio di Praga
del 675 incrociata sul petto; questo modo s'introduce
dappertutto dal sec. XIV e venne prescritto per i preti
dal messale pianum. In Gallia si trova la s. come
insegna dei vescovi, detta "pallio" da pseudo Germano;
la s. diaconale si portava sul camice; la s. sacerdotale
è nel sec. IX cosi propria dei preti che la portavano
anche nei viaggi. A Roma invece non era un'insegna
speciale c la portavano anche i suddiaconi e gli
accoliti sotto la pianeta; si diceva "orario" ed era più
che altro un'insegna distintiva del clero dai laici.
Verso il sec. X, quando il suddiacono
e l'accolito non portano più la pianeta, la s. diviene
insegna propria del diacono, del prete e del vescovo. E
da questo tempo l'uso e il significato della s. è
uniforme nell'Occidente.
L'origine della s. e del nome è ancora
oscura. Il nome di orarium (lat. os =
bocca, volto) proviene dal latino, mentre la voce "s."
deriva dal greco. Il Wilpert fa derivare la voce
orarium dei diaconi dalla mappa usata nel servire a
tavola, portata sulla spalla sinistra; i diaconi erano
ministri alla tavola eucaristica e agapica.
I ministri dei sacrifici pagani come
gli inservienti a tavola erano provvisti di una tale
mappula. Questa mappula diviene mediante la
contabulatio, una striscia o fascia. L'orario
sacerdotale, un vero orario o sudario da proteggere il
volto dal freddo nell'inverno, dal sudore nell'estate,
anch'essa passa dalla forma contabulata a quella d'una
striscia. Ma tutte queste spiegazioni ne lasciano
l'origine oscura, e si preferisce la derivazione di L.
Duchesne da un'insegna imperiale, come recentemente ha
sostenuto Klauser. La voce "s." proviene dalla
denominazione usata in Gallia e derivata dal greco per
designare non una veste femminile, ma una veste
distintiva in senso scritturale (Apoc. 6, 11; 7, 9, 14).
Bibl.: J. Braun. Die liturgische Gewandung,
Friburgo 1907, pp. 562-620; id., I paramenti sacri,
loro uso, storia e simbolismo, vers. it., Torino
1914, pp. 121-29; L. Duchesne, Les origines du culte
chrétien, Parigi 1925, pp. 410, 415; M. Righetti,
Man. di stor. liturg., I, Milano 1950, pp. 520-24;
T. Klauser, Der Ursprung der bischöfl. Insignien und
Ehrenrechte, Krefeld 1950, pp. 17-20.
Pietro Siffrin
da Enciclopedia Cattolica, XI,
Città del Vaticano, 1953, coll. 1371-1372
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STOLONE (stola latior) Striscia di seta del colore liturgico portata dal diacono dal Vangelo a dopo la comunione nelle messe penitenziali, in cui i sacri ministri non portano dalmatica e tunicella.
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SUCCINTORIO
(subcinctorium, subcingulum, perizoma; balteus, praecinctorium, semicinctium)
Ornamento del Papa nella Messa solenne. È una
striscia di stoffa simile al manipolo ripiegata in mezzo, del colore
della pianeta, ornata da una parte con un agnello d'oro, dall'altra
con una croce d'oro; viene attaccata alla parte sinistra del
cingolo.
A Roma il s. non si usava prima del sec. XI. Bruno
di Segni (m. nel 1123) e Sicardo da Cremona (m. nel 1215) sono tra i
primi a nominarlo. Non viene menzionato negli Ordines Romani
primi né dagli scrittori dei seco. VIII-X (Amalario, Rabano,
Strabone, Pseudo Alcuino). Però a Ravenna era già in uso nel sec.
VII-VIII; venne poi chiamato: balteus (nel Sacramentario
di Ratoldo di Corbie), praecinctorium (nella Messa detta
Illyrica), semicinctorium (nell'Italia del sud). È proprio
dei vescovi (Ordo XIV, 48. 53) dato in privilegio anche agli
altri prelati; a Milano portato anche dai preti-cardinali del
Capitolo metropolitano. Il caeremoniale Episcoporum
Romanum non lo nomina più.
Serviva in origine per assicurare la stola, come
dicono Durando ("quo stola pontificis cum ipso cingulo colligatur",
Rat., III, 1, 3) e s. Carlo Borromeo ("subcinctorium, quo
stola cum cingulo connectitur", Braun, op. cit. in bibl., p.
120, n. 5), perché la stola era ancora abbastanza lunga. La stola
venne poi accorciata e assicurata col cingolo stesso; il s. divenne
un semplice ornamento. Secondo Durando simboleggia la castità del
corpo come il cingolo quella dell'anima. Il s. non aveva mai
relazione né traeva origine dall'epigonation greco che si
portava sempre alla destra ed era in origine un enchirion, un
sudario..
Bibl.: J. Braun, Die liturgische Gewandung im Occident und
Orient, Friburgo 1907, pp. 117-24; id., I paramenti sacri,
vers. it., Torino .1914, pp. 80-81; L. Eisenhofer, Handbuch der
kath. Liturgik, I, Friburgo 1932, pp. 423-24; M. Righetti,
Man. di stor. liturg., I, Milano 1950. pp. 497-98.
Pietro Siffrin
da Enciclopedia Cattolica, XI, Città del
Vaticano, 1953, coll. 1478-1479
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TABELLA SECRETARUM
Vedi CARTEGLORIA
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TABERNACOLO
Dal latino taberna (= baracca costruita con tavole di legno), indica l'attendamento da campo dell'esercito romano; corrisponde a casetta di legno a doppio spiovente con chiusura a tendaggi. Nella bassa latinità equivale a anche a edicola sacra in forma di casa. Nella liturgia cattolica è un'edicola chiusa ed elevata, posta nel centro dell'altare ove si conserva l'eucaristia.
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TEMPORALE
Nella Chiesa latina quella parte dell'anno liturgico che nei libri ufficiali della Chiesa latina porta il titolo Proprium de tempore.
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TERZA
L'ora canonica della terza ora del
giorno, che corrisponde alle 9.
È la più solenne
delle ore minori e precede la Messa solenne nei giorni
festivi. L'inno accenna alla discesa dello Spirito
Santo; nella festa e nell'ottava di Pentecoste è
sostituito con il Veni Creator Spiritus.
Nell'antichità, come si sa da Ippolito e dalle Cost.
ap., si metteva la terza ora della preghiera in
relazione con la condanna del Signore davanti a Pilato.
L'ora canonica era dapprima un atto di pietà privata,
poi orazione pubblica e canonica dei monaci e, dal sec.
V-VI, anche del clero secolare, e la sua struttura è
comune a quella delle altre ore minori, la Sesta (v.) e
la Nona (v.).
Bibl.: C.
Callewaert, De Breviarii Rom. Liturgia, Brugge
1930, nn. 212, 226, 317, 318; P. Albrigi, Sacra
liturgia. L'Orazione pubblica, Vicenza 1941, pp.
88-90, 439-41; M. Righetti, Man. di st. liturg.,
Milano 1946, pp. 421-23, 584-86; A. Leclercq, Sexte
et Tierce, in DACL, XV, coll. 1396-99.
Pietro Siffrin
da Enciclopedia Cattolica, XI,
Città del Vaticano, 1953, col. 2035
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TINTINNABOLO
Vedi OMBRELLONE
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TOMMASI, GIUSEPPE MARIA, santo
Cardinale, liturgista, storico e teologo teatino, nato a Licata (Sicilia) il 12 settembre 1649, morto a Roma il 1° gennaio 1713.
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TOVAGLIA
(tobalea)
Sin dal sec. VI, ma più frequenti dopo
il sec. X sono le figurazioni di t. da tavola e da
altare in musaici e pitture dell'epoca; anche negli
inventari si trovano sovente citazioni di t. dette per
lo più ad "opus theutonicum" o "de Alemannia".
Sembra si tratti di ricami in bianco
su bianco, se non tutte di importazione nordica, certo
di imitazione del tipo originario tedesco. Secondo il p.
Braun la più antica t. d'altare pervenutaci e ancora
conservata è quella rinvenuta nel reliquario di s.
Eriberto a Deutz, che precede l'esemplare del "Sancta
Sanctorum" del sec. XII, attualmente nel Museo Sacro
Vaticano. Altro importante esempio è nel Metropolitan
Museum di Nuova York, proveniente da Altenberg. Tutte
queste t. presentano un disegno ampio di linee a rete,
la maggior parte in forma di rombi, con foglie
stilizzate, palmette, aquile, motivi che indicano
provenienza varia. Frammento, che si direbbe più tardo,
è nel Museo di Schnütgen di Colonia e, della fine del
'200, è il mirabile lavoro ad ago detto opera della b.
Benvenuta Boiani (1251-92), conservato nel Museo di
Cividale, esso pure in bianco su bianco, ma
completamente figurato con straordinaria finezza
disegnativa, degna di una preziosa opera di pittura.
Altri esempi si trovano nel Museo di Hannover, nella
chiesa di S. Maria a Danzica c del duomo di Halberstadt:
in quest'ultimo, al ricamo in bianco si associa la
presenza di fili in seta a vari colori. In tessuto di
lana su lino in verde e porpora è una t. egiziana del
Museo Sacro Vaticano, che proviene da Achmin; sebbene la
tecnica ricordi ancora l'epoca copta, l'ornato a grande
croce centrale e quattro piccole angolari, nettamente
stilizzato, indica un'età non anteriore al sec. XIII,
tecnica che il Volbach connette a quella di una tunica
del Museo di Magonza.
Particolare diffusione ha in Italia un
tipo di t. che dal medioevo si estende fino a tutto il
'300 e '400, fabbricato secondo la tradizione,
specialmente a Perugia dalla Confraternita della
Mercanzia. Larga documentazione di questo tipo è anche
nella pittura (Simone Martini, S. Martino in atto di
celebrare la Messa, Assisi, basilica di S. Francesco,
riprodotta alla voce Elevazione; Ghirlandaio, Cena, Convento di S. Marco,
Firenze, ecc.). Questi tessuti sono in bianco ad opera
turchina e raffigurano animali affrontati, castelli,
cavalieri, sirene, centauri, scritte o figurazioni
sacre, quali l'albero della vita, l'agnello portacroce,
cervi, teste di cherubini, colombe, ecc. Si ritengono
derivati da più antichi tessuti senesi e
cronologicamente è possibile classificarli in base ad un
progressivo predominio delle figure sulle più antiche
forme geometriche stilizzate, un addolcirsi delle linee,
dapprima taglienti e crude, un infittirsi e
impreziosirsi del punto che negli esemplari più remoti
appare lungo e irregolare. Dal sec. XVI in poi
diminuisce l'uso di t. ricamate e subentra quello di
ornarle di bordi, di galloni, trine o merletti che
seguono lo sviluppo e la fioritura di questi preziosi
lavori ad ago e a fusello (v. Merletto; Stoffe).
BIBL.: L. De Farcy, La broderie du Xle siècle
jusqu'à nos jours, Angers 1890; P. Perari, T. e
mantili di Perugia (sec. XIII-XVI), in Augusta
Perusia, 1907, fasc. 56; W. Bombe, Studi sulle t.
perugine, in Rass. d'arte, 1914, pp. 108-20;
G. Fogolari, La t. della b. Benvenuta Boiani a
Cividale, in Dedalo, 1 (1920), pp, 7-16; J.
Braun, Die liturgischen Paramente in Gegenwart und
Vergangenheit, Friburgo in Br. 1924; F. Podreider,
Storie dei tessuti d'arte in Italia, Bergamo
1928; A. Santangelo, Cividale (Catalogo delle cose
d'arte e d'antichità d'Italia), Roma 1936; L. Serra,
L'antico tessuto d'arte ital., ivi 1938; I. De
Claricini Dornpacher, La t. longobarda del Sancta
Sanctorum, Milano 1945; W. F. Volbach, I tessuti
del Museo Sacro Vaticano, Città del Vaticano 1942.
Luisa Mortari
Prescrizioni liturgiche circa le t.
- Le rubriche del Messale prescrivono che l'altare
per la celebrazione della s. Messa sia ricoperto da tre
t.: due (o una ma ripiegata) per coprire tutta la sacra
mensa, almeno la pietra sacra negli altari mobili; la
terza, superiore, per ricadere anche ai due lati
dell'altare fino all'ultimo gradino. La terza serviva
nel medioevo anche per coprire il calice, donde deriva
il corporale. Debbono essere di lino puro in memoria
della Sindone in cui fu avvolto il corpo di Gesù Cristo
per la sepoltura, e vengono benedette. Sotto le tre t.,
immediatamente sulla mensa, si mette una forte tela
incerata, detta crismale, per proteggere le t.
dall'umidità; è prescritta dal Pontificale per
proteggere dall'Olio dopo la consacrazione dell'altare.
La t. è uno dei paramenti più antichi,
e si conviene all'altare per la nettezza, la devozione e
riverenza. Si vede nel musaico di S. Vitale di Ravenna
l'altare coperto da un'ampia t. bianca, orlata con
frangia, decorata al centro di un rosone e ai fianchi
con riquadri a ricamo. Anticamente si copriva l'altare
soltanto al momento della celebrazione della s. Messa,
come si fa anche oggi per le funzioni del Venerdì Santo.
In origine era un'unica t., ma dal sec. VIII
s'incominciò ad usarne di più. A Roma al tempo di
Burcardo, cerimoniere papale (m. nel 1506), se ne
usavano tre.
Per proteggerla dalla polvere o da
altre impurità, prima e dopo le sacre funzioni la t.
superiore viene coperta da un panno, detto vesperale o
coprialtare, di qualunque materia e colore. Non si
rimuove nei Vespri, neppure nei pontificali; basta
ripiegarlo all'incensazione (Caer. Episc., II, cap. 1,
n. 13).
Bibl.: J. Braun, Handbuch der Paramentik.
Friburgo 1912, 210-17; M. Righetti, Mati. di stor.
liturg., I, Milano 5950, 442-45.
Pietro Siffrin
da Enciclopedia Cattolica, XII,
Città del Vaticano, 1954, coll. 390-392
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TRATTO
(Tractus) Canto che segue il Graduale e fa le veci dell'Alleluia, nei tempi penitenziali da Settuagesima a Pasqua, nelle messe dei defunti e in alcuni altri giorni (vigilie, ecc.). Consta di due, tre, quattro e anche più versetti che si cantavano nell'antichità cristiana da un solo cantore, più tardi da due all'ambone, di seguito (tractim) ossia senza interruzioni antifoniche o responsoriali da parte del coro.
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TRONO
(thronus, cathedra, sedes)
È il seggio riservato al vescovo nella
sua chiesa cattedrale per le funzioni pontificali.
Era anticamente sul tipo della
cattedra dei senatori, e divenne poi da semplice
cattedra dottrinale un trono di onore sopra un alto
podio di scalini con baldacchino sul tipo del trono
imperiale bizantino concesso ai magistrati statali
imperiali; fatto di pietra o di marmo, si trovava in
fondo all'abside della basilica, fino ai secc. XI e XII.
Già al tempo carolingio, specialmente da quando l'altare
maggiore venne spostato nell'abside, il t. si metteva
davanti all'altare al lato del Vangelo (Ordo Rom.
II, 2, 3; V, 21 [ed. Andrieu: II, 115, 231]). Tutti e
due i posti, all'abside e al lato destro dell'altare,
sono previsti anche oggidì nel Caeremoniale
Episcoporum (lib. I, cap. 13, 1 e 2). Quello al lato
(nel medioevo movibile e sprovvisto di baldacchino:
Durandus, Rationale, lib. II, cap. 11,2) oggidì
rimane eretto in permanenza. Il seggio (di legno di
pietra o di metallo) sta elevato su tre gradini, coperti
da tappeti, e sormontato da un baldacchino; ha la forma
di una sedia a braccioli con postergale e vien vestito
di panno (o di seta) del colore della funzione
pontificale; il postergale si decori con lo stemma del
titolare.
Perché simbolo della potestà suprema
sacerdotale e giuridica della diocesi, il t. conviene
soltanto al vescovo della diocesi; il coadiutore e
l'ausiliare e gli altri vescovi debbono servirsi del
faldistorio da mettere al lato sinistro dell'altare,
detto dell'Epistola; fanno eccezione l'arcivescovo
nell'ambito del suo territorio metropolitano al quale
nella Cattedrale suffraganea si alza il t. al lato
dell'Epistola, riservato quello del Vangelo al vescovo
diocesano, i cardinali in tutte le chiese fuori Roma
(alla loro presenza per riverenza l'Ordinario usa il
faldistorio), i nunzi nelle chiese del territorio, nella
Cattedrale con consenso del vescovo. Con la concessione
delle funzioni pontificali il vescovo può accordare
anche l'uso del trono con il baldacchino (CIC, can. 337,
3) ai vescovi di regime, nella Cattedrale stessa, mai al
vescovo coadiutore o all'ausiliare. Anche gli abati
hanno nelle loro chiese abbaziali l'uso del t. (a due
scalini) col baldacchino (CIC, can. 325).
L'atto di presa di possesso della
diocesi si dice "intronizzazione" del vescovo;
l'intronizzazione liturgica fa parte, fino dall'alta
antichità, del rituale della consacrazione; quella
giuridica, della "canonica provisio seu institutio"
(CIC, cann. 332, 1; 334, 3), si fa con la presentazione
delle lettere apostoliche al Capitolo della chiesa
cattedrale.
Nel rito greco si usa un doppio t.:
quello più antico nel fondo dell'abside simile alla
cattedra antica; e quello recente con alto postergale e
baldacchino nella navata della chiesa, simile al t.
vescovile nell'Occidente.
Il tronetto con baldacchino, detto
anche tempietto o residenza, prescritto per
l'esposizione pubblica del S.mo Sacramento, consiste di
una base o piedistallo, del postergale di stoffa o di
seta bianca e del baldacchino, sorretto talvolta da
colonne; è mobile, cioè vien usato c collocato soltanto
per l'esposizione eucaristica (Decr. auth. 4268 ad 4 del
27 maggio 1911). Non è permesso, fuori dell'esposizione,
mettervi la Croce; non conviene collocare il tronetto
sopra il tabernacolo.
Bibl.: Caeremoniale Episcoporum, lib. I, cap.
13; P. De Puniet, Le pontificat romain, t. II,
Lovanio-Parigi 1931, p. 56: Th. Klauser, Der Ursprung
der bischöfl. Insignien und Ehrenrechte, Krefeld
1949, pp. 18-22, 35-36, n. 32 (cf. le opere citate di R.
Delbrueck - A. Alfüldi, ibid., p. 31); M.
Righetti, Manuale di storia liturgica, I, Milano
1950, pp. 383-86.
Pietro Siffrin
da Enciclopedia Cattolica, XII,
Città del Vaticano, 1954, col. 570
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TUNICELLA
(tunica, tunica linea, tunica scriscia; subtile; dalmatica minor, dalmatica subdiaconalis) Sopravveste liturgica del suddiacono, di forma e stoffa uguale alla dalmatica del diacono.
Usata a Roma nel sec. VI, venne
abolita da Gregorio M., ma ritornò nel sec. IX e si
propagò anche fuori di Roma. In quel frattempo (secc.
VI-IX) i suddiaconi portavano, come gli altri chierici,
la pianeta; oggi è rimasta la pianeta (piegata) soltanto nei tempi liturgici di
penitenza dell'Avvento e della Quaresima. Da quando il
suddiaconato venne annoverato tra gli Ordini maggiori,
si dava ai suddiaconi, per distinzione dagli altri
Ordini, un abito ordinario di servizio simile a quello
diaconale: una tunica discinta, di ampiezza minore, a
maniche strette, senza clavi. In seguito si assomigliava
a poco a poco alla dalmatica e ne seguiva
l'accorciamento e la deformazione. La consegna ai
neosuddiaconi s'introdusse nel sec. XIII. Da questo
tempo occorre anche il nome "t."; dapprima, specialmente
fuori di Roma, si diceva subtile.
La t. appartiene all'ornato
pontificale del papa già nel sec. VIII. I vescovi
portano sotto la pianeta fino al sec. XII o la dalmatica
diaconale a maniche lunghe, o la t. suddiaconale a
maniche strette: poco a poco tutte e due, ma soltanto
nella Messa pontificale e in quella dell'Ordinazione.
Agli abati fino al sec. XIII fu concesso di rado l'uso
della t., di regola soltanto quello della dalmatica
diaconale.
Bibl.: J.
Braun, Die liturg. Gewandung im Occident und in
Orient, Friburgo 1907, pp. 247-302; id., I param.
sacri, Torino 1914; M. Righetti, Man. di stor.
liturg., I. Milano 1950, p. 509.
Pietro Siffrin
da Enciclopedia Cattolica,
XII, Città del Vaticano, 1954, coll. 608-609
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TURIBOLO
Dal lat. thus, thuris "incenso" è un recipiente di metallo per
bruciare profumi, il cui uso religioso è attestato, in Occidente come in Oriente, da
rinvenimenti archeologici e da figurazioni glittiche,
pittoriche, relative anche alle più antiche civiltà
(Egizi, Etruschi, Celti, ecc.). Si chiama anche
thymiaterium, incensorium, fumigatorium.
Nella liturgia cattolica il suo
impiego è documentabile fin dalla 2ª
metà del sec. IV (v. INCENSO), però solo al sec. XI si
può far risalire il generalizzarsi della tipica
struttura che il t. conservò fino ai nostri giorni, pur
adattandosi, negli accessori formali e nei dettagli
della decorazione, alle variazioni di gusto e stile,
determinate dal mutare delle stagioni artistiche.
La forma liturgica attuale è quella di
un recipiente a forma di coppa con base o piede,
d'argento o altro metallo idoneo a contenere un piccolo
braciere, su cui si depongono i granelli di incenso.
Sopra ha un coperchio con aperture sufficienti a far
circolare l'aria e ad emettere il fumo profumato. La
sospensione e la manovra dell'ondulazione rituale sono
rese possibili da un sistema di quattro catenelle : tre
laterali servono a congiungere la coppa con
un'impugnatura e a trattenere, mediante appositi
scorritori, il coperchio; la quarta, centrale, è
collegata con un largo anello che emerge
dall'impugnatura e serve a sollevare il coperchio per
l'immissione dell'incenso. Gli antichi t. erano aperti,
più da portare o appendere o tenere in piedi, che non da
agitare; nella liturgia ambrosiana sono tuttora aperti,
come in quella orientale. L'apparecchiatura è completata
da un piccolo recipiente, che serve ad accogliere la
riserva d'incenso, detto "busta", "pixis", e "scrinium",
"capsula", e dal sec. XIII "navicella" dalla sua forma
specifica. Per mettere l'incenso si usa (dal sec. XI) un
cucchiaino.
I t. primitivi, in uso presso i Greci
e i Romani e accolti dalla Chiesa antica, avevano forma
di semplici scatole o coppe, sostenute a mano,
appoggiate a tripodi, o sorrette da catenelle (come si
vede, ad es., nel musaico di S. Apollinare e in una miniatura
del Sacramentario di Gellone, sec. VIII). Forme
semplici, seppure talvolta geometricamente più
articolate, presentano anche i manufatti dell'alto
medioevo, adorni con decorazioni geometriche e incisione
a sbalzo, compatibilmente con il metallo usato, che è
prevalentemente il bronzo.
Nel periodo romanico si fa più
frequente l'uso di materie nobili (oro, argento) e di
decorazioni complesse, anche al cesello. Si diffonde il
tipo a quattro catenelle, che poi prevarrà nel gotico. A
quest'ultimo periodo appartengono i più preziosi
esemplari artistici che si conservino nei tesori delle
basiliche e nelle raccolte italiane (Anagni, Cattedrale;
Mozzanello, Parrocchiale; Francavilla a Mare, S. Franco;
Mercatello, S. Francesco; Mileto, Cattedrale; Padova, S.
Antonio; Siena, Duomo). L'estro degli orafi gotici si
sbizzarrì nell'architettare guglie, pinnacoli, loggette,
che simulano tabernacoli, torri, fronti di chiese e
palazzi. I manufatti del sec. XVI testimoniano invece
l'accostamento alle forme tardo-rinascimentali, come il
t. di S. Giovanni Peresti a Stilo, o l'altro, che può
essere considerato il capolavoro del tipo a tabernacolo,
della cattedrale di Borgo S. Donnino: la sua finissima
esecuzione lo ha fatto assegnare alla bottega del
Cellini. Fra gli innumerevoli esemplari dell'argenteria
barocca si elevano, per sicurezza di gusto e grazia di
ornati, i t. della chiesa arcipretale di S. Pietro a
Magisano e della cattedrale di Rossano, entrambi del
sec. XVII; e quelli di S. Maria Maggiore a Taverna; di
S. Maria Maddalena a Norano Calabro, delle parrocchiali
di Monchio e Bivongi, di S. Petronio a Bologna, tutti
del sec. XVIII. Pregevoli, nel sec. XIX, i t. delle
cattedrali di Caulonia e Gerace. I migliori esemplari
del nostro secolo appartengono all'arte delle missioni.
Strettamente connessa al t. è la
navicella, vaso a forma di piccola nave di metallo,
raramente di legno o di cristallo, che contiene
l'incenso. Fra le navicelle artistiche sono da
ricordare, ad es., quella del Tesoro del Santo a Padova,
che reca nell'interno dello sportello una fine incisione con la pietà, di autore veneto
del sec. XV, quella della cattedrale di Bologna del sec.
XVIII e quelle del Tesoro di S. Marco a Venezia.
Bibl.: Moroni, XXXIII,
pp. 152-56; D. M. Dalton, Byzantine art and
archaeology, Oxford 1911, pp. 534-76; H. Leclercq,
Encensoir, in DACL, V (1922), coll. 21-33; J.
Braun, Das christl. Altargerät
in seinem Sein und in seiner Entwicklung,
Monaco 1932, pp. 598-642; anon., Incensiere, in
Enc. It., XVIII, pp. 693-64.
Riccardo Averini
da Enciclopedia Cattolica,
XII, Città del Vaticano, 1954, coll. 639-641
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UFFICIO DIVINO
L'officiatura divina (escluso il sacrificio), con la quale la Chiesa, ministra del culto pubblico, intende onorare Dio ogni giorno in determinate ore diurne e notturne. Di sua matura pubblico, questo compito è affidato in diverso grado ai chierici e ai religiosi: essi pregando in nome e nella forma prescritta dalla Chiesa compione un Ufficio divino pubblico.
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VELO OMERALE
Lunga striscia di seta o di lino che
si poggia sulle spalle con i due lembi pendenti sul
petto e che serve per coprire le mani tenendo oggetti
sacri.
Si distinguono: a) il v. o. del
suddiacono, di seta del colore prescritto per la s.
Messa, di regola senz'ornamento, a) per portare il
calice preparato all'altare per l'Offertorio, b) per
tenere la patena dall'Offertorio fino al "Pater noster";
2) quello dell'accolito che porta la mitra o il
pastorale nelle funzioni pontificali (di lino o di seta
senza ornamento, bianco o del colore prescritto per la
funzione pontificale); 3) quello del sacerdote nella
benedizione eucaristica, nelle processioni eucaristiche
ed anche nel recare l'Eucaristia o il viatico agli
ammalati (di seta sempre bianca e riccamente ornato).
Dapprima l'accolito "patenarius" teneva
con la "sindone" la patena dall'Offertorio fino al
"Pater noster" (Ordo roman., I [Andrieu], 91).
Questa "sindone" era un panno d'etichetta per non
toccare la patena direttamente con la mano, forse a
forma dell'attuale v. o. ("sub humero habens sindonem in
collo ligatam"). Il funzionario dell'accolito "paternarius"
(rimane in Francia ed in Inghilterra fino al sec. XVIII),
fu sostituito nel sec. XIXII dal suddiacono, il quale
tenne la patena dapprima con la stessa "mappula" che,
detta "offertorio" (Ord. Rom. [Andrieu], I, 84;
V, 55; VI, 50), copriva le oblate dopo la loro
preparazione. Dal sec. XIII-XIV (Ord. Rom. [Mabillon],
XVI, 53, dell'anno 1311) cambiò il modo di portare il
velo: il lembo, che non serviva per tenere la patena,
pendeva sul dorso dalla spalla destra ("cuius extremitas
defluere debet post dextrum humerum"). La forma attuale
del v. o. venne in uso a Roma non prima del sec. XV (Ordo
Rom., XV [Mabillon]). Al velo dell'accolito di
mitra, detto "tobalea", ancora assente al tempo di
Durando (m. nel 1296), accenna già l'Ordo di
Giulio Cajetano (XIV, 53 [Mabillon]) del 1311.
Il velo della benedizione eucaristica
venne in uso nel sec. XIV (Ord. Rom., XIV [Mabillon],
77); era di seta e si portava dapprima come il velo
suddiaconale (il lembo pendeva sulla spalla sinistra "sibi
pendet super humerum sinistrum"), poi come il v. o.
Bibl.: J. Braun, Handbuch der Paramentik,
Frihurgo 1912, pp. 662-65.
Pietro Siffrin
da Enciclopedia Cattolica, XII,
Città del Vaticano, 1954, coll. 1174-1175
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VESPRI
(vesperae, agenda vespertina, synaxis vespertina, solemnitas vespertina, gratia vespertina, duodecima) Ora canonica al tramonto del sole; forse la più antica delle ore di preghiera.
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VESTI SACRE
Sono gli indumenti portati dai
ministri sacri nelle funzioni liturgiche.
Per rendere più augusto il culto e per
maggiore riverenza verso Dio la Chiesa ha voluto che
speciali v. s. fossero usate durante le funzioni sacre.
Esse non sono derivate da quelle in uso nel culto del
Vecchio Testamento, né da quelle dei culti pagani
dell'età classica, ma furono scelte fra quelle che si
usavano nella vita civile (escluse quelle di carattere
militare) del mondo romano dalle persone più serie e
qualificate. I chierici usavano una lunga tunica talare,
di color bianco, alla quale i chierici maggiori
sovrapponevano la casula o pianeta senza maniche che
copriva tutta la persona; nel sec. VI è già in uso la
dalmatica che doveva ben presto essere la sopravveste
propria dei diaconi. Le altre vesti od ornamenti sacri
si introdussero man mano nell'uso liturgico. Questo
rimase costante anche di fronte all'uso di vesti più o
meno succinte che si introdussero con le invasioni
barbariche; la Chiesa restò fedele all'uso antico delle
classi superiori. Prescindendo dal
rocchetto, che non è considerato come v. s., si ha
la cotta, della quale il nome superpelliceum
indica lo scopo, che era la sopravveste ampia bianca di
lino che ricopriva nei chierici inferiori l'abito d'uso
quotidiano (i cardinali vescovi la portano sul rocchetto
quando indossano il piviale).
Vesti inferiori o sottovesti
liturgiche sono oggi nel rito latino: l'amitto,
l'alba o camice con il cingolo; quelle superiori sono: la
pianeta, per il celebrante la Messa, la
dalmatica e la tunicella per i ministri sacri, e il
piviale per le funzioni fuori della Messa. Come
insegne liturgiche maggiori sono: il
manipolo, per tutti i chierici maggiori compreso il
vescovo; la stola, per il diacono (che la porta a tracolla), il sacerdote
ed il vescovo; il pallio per l'arcivescovo metropolita e il Papa; il
razionale, portato sopra la pianeta soltanto da 5
vescovi di Germania, Francia e Polonia. Insegne
pontificali sono: la mitra, il pastorale, l' anello
e la croce pettorale. Altri accessori vescovili sono i
guanti, i sandali ed i calzari. Il Papa usa la falda,
sottoveste ampia che copre la persona dalla cintura in
giù sin oltre i piedi; il fanone,
sopra la pianeta, a strisce bianche e oro, il
succintorio da attaccarsi alla parte destra del
cingolo.
Pietro Siffrin
da Enciclopedia Cattolica, XII,
Città del Vaticano, 1954, coll. 1329-1330
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"VICTIMAE PASCHALI"
Sequenza di Pasqua rivestita d'una
splendida melodia gregoriana che mette in notevole
rilievo il concitato dialogo su Cristo Risorto tra Maria
Maddalena e la comunità dei fedeli, dialogo che servì di
spunto ai vari drammi liturgici pasquali medievali.
In origine essa comprendeva nove
strofe; ma dalla riforma di s. Pio V (1570) non ne conta
più che otto, essendo stata cancellata la quinta che
ricordava incredulità degli Ebrei. Vi si trova adoperata
la rima e l'assonanza; ciò ha fatto pensare che il suo
autore, Vipone (morto dopo il 1046), poeta e musico,
cappellano degli imperatori Corrado II ed Enrico III, si
sia ispirato ad un testo preesistente.
Bibl.: U. Chevalier, Repertorium hymnologicum,
II, Lovanio 1897, n. 21505 (v. anche supplemento); H.
Bresslau, Die Werke Wipos, III ed., Lipsia 1915;
J. Handschin, Gesungene Apologetik, in
Miscellanea M. G. Mohlberg, II, Roma 1949, pp.
75-90; J. A. Jungmann, Missarum sollemnia, vers.
it., Torini 1953, pp. 352-53
A. Pietro Frutaz
da Enciclopedia Cattolica, XII,
Città del Vaticano, 1954, col. 1387
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"VIDI AQUAM"

Vedi "ASPERGES ME"
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VIGILIA
È il giorno che precede come
preparazione le grandi feste del Signore (Natale,
Epifania, Pasqua, Pentecoste) e quelle dei santi (della
Madonna, di s. Giovanni, degli Apostoli, di s. Lorenzo
ecc.).
Si distinguono in privilegiate e
comuni; le privilegiate sono di I e II classe; le prime,
Pasqua e Pentecoste, non cedono ad alcuna festa; le
seconde, Epifania, cedono solo ad una festa di rito
superiore od uguale e ad una festa del Signore; quelle
comuni vengono soltanto commemorate in occorrenza di una
festa di rito doppio. Se cadono nella domenica, vengono
celebrate o commemorate al sabato precedente. Hanno un
proprio nell'Ufficio e nella Messa. Il CIC prescrive il
digiuno, oltre al Sabato Santo (fino allo scioglimento
delle campane), alle v. di Natale, di Pentecoste,
dell'Assunzione di Maria S.ma e di Tutti i Santi.
Ha origine dalla v. pasquale, "la
madre di tutte le vigilie" (s. Agostino, Serm.,
219), anticamente una pannuchia, celebrazione per tutta
la notte in letture tratte dai Libri Santi, alternate
con il canto responsoriale dei salmi, cantici e relative
collette; seguiva la Messa. Una tale v. si svolgeva
anche a Pentecoste, nelle domeniche delle Quattro
Tempora e si estendeva alle feste dei martiri
principali: degli apostoli Pietro e Paolo, di s. Lorenzo
ecc. A Milano una simile v. precedeva la festa dei ss.
Pietro e Paolo, la traslazione delle reliquie dei ss.
Gervasio e Protasio e la dedicazione della Basilica
Ambrosiana (s. Ambrogio, De virginitate, XIX,
124; Ep., 22, 2). Similmente a Cartagine
precedeva la festa di s. Cipriano (s. Agostino, Enarr.
in ps., 32, XI, 1, 5; 85, 24). a Tolosa si faceva alla
tomba di s. Saturnino. Da questa v. pubblica con
partecipazione del clero e dei fedeli si distingue la
privata, quella che, p. es., i fedeli facevano presso la
tomba di qualche martire, ma senza la celebrazione
eucaristica. Più tardi, forse già al principio del sec.
V, le v. cimiteriali, fuori della città alle tombe dei
martiri, si facevano al tramonto della sera precedente (cf.,
ad es., la messa I di s. Lorenzo nel Leoniano: "praevenientes
natalem"). Le altre v. della Pasqua, di Pentecoste,
delle domeniche delle Quattro Tempora vennero portate
alla sera del sabato nel sec. VII. Distintivo per queste
v. era che si iniziavano la sera precedente la festa o
la domenica e finivano prima di mezzanotte. Poi furono
di nuovo anticipate al tempo di Nona e ricevettero un
Ufficio proprio per il coro e per la Messa. La liturgia
originale si conserva nella veglia del Sabato Santo,
della Pentecoste e dei Sabati delle Quattro Tempora.
L'ORA NOTTURNA DELL'UFFICIO. - Questa
V. trae origine non dalla v. come pannuchìa, ma dalla
preghiera privata dei fedeli a mezzanotte, fatta in
comune dai monaci e di conseguenza anche dalle Chiese
(V. Mattutino; Notturno; Ufficio). Alle ferie si faceva con un Notturno di 9
salmi e 3 lezioni (nell'Ufficio monastico in 2 Notturni
con 6 salmi ciascuno e con 3 lezioni nel primo
Notturno). Alle domeniche aumentavano il numero delle
lezioni (9 nell'Ufficio delle Chiese, 12 in quello
monastico), divisi i salmi c le lezioni per 3 Notturni.
Il numero di 3 Notturni non deriva
dalle veglie militari, ma da necessità pratica: si
faceva una pausa, un respiro tra o dopo 3 o 4 lezioni;
non si consideravano tre distinte veglie, perché le
singole v. non si chiudevano con una relativa Colletta,
ma terminavano come se fossero una sola v., con un'unica
colletta. Da notare che questa v. si faceva sempre dopo
mezzanotte (in contrapposto all'altra v. di cui sopra),
"a primo gallo" (verso le tre) e combinava con
quell'Ufficio mattutinale, detto oggi le Lodi.
L'anticipazione prima della mezzanotte o alla sera
precedente incomincia dal sec. XII.
Recentemente J. M. Hanssens ha
affermato che la v. non ha origine dalla preghiera di
mezzanotte, ma è considerata come un'amplificazione
dell'Ufficio propriamente mattutinale delle Lodi,
premettendo da parte dei monaci la recita consueta del
Salterio da sola o intercalata da lezioni, come si
faceva per passare devotamente una veglia notturna
totale o parziale in preparazione di quella mattutinale.
Bibl.: C.
Callewaert, De vigiliarum origine, in Sacris
Erudiri, Steenbrugge 1940, pp. 329-33; M. Righetti,
Man. di stor. liturg., II, Milano 1946, pp.
416-21 ; I. A. Jungmann, Die Entstehung der Matutin,
in Zeitschr. für kath. Theol., 72 (1950), pp.
66-79; J. M. Hanssens, Aux origines de la prière
liturg. Nature et genèse de l'Office des Matines (Anal.
Gregor., 57), Roma 1952, pp. 33-40.
Pietro Siffrin
da Enciclopedia Cattolica,
XII, Città del Vaticano, 1954, coll. 1414-1415
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ZUCCHETTO
(biretum, submitrale, subbirretum, pileolus, calotta, Soli-Deo)
Un copricapo a forma di mezza sfera,
usato di colore bianco dal papa, rosso dai cardinali
(concesso nel 1464 da Paolo II, ai cardinali regolari
nel 1591 da Gregorio XIV), paonazzo dai vescovi (1867 da
Pio IX), nero dagli abati e da chi ne ha privilegio o
indulto (CIC 325; 625; 811, 2).
Era in uso nel corso del sec. XIV,
perché si vede sotto la tiara del papa Clemente VI (m.
nel 1352) nel monumento sepolcrale a La Chaise-Dieu.
L'uso si propagò nel corso del secolo XV (cf. Ordo
Romanus XIV, 118; XV, 144: PL 78, 1272, 1351)
e divenne generale nel XVI e XVII. Nel sec. XIV e XV
copriva tutto l'occipite, per ridursi poco a poco alla
forma piccola attuale. È
permesso di portarlo durante la s. Messa, fuori del
canone, ma non è permesso nelle processioni eucaristiche
e all'esposizione pubblica del S.mo Sacramento. Si usa
anche sotto la mitra, detto perciò submitrale.
Bibl.: J. Braun,
Die liturg. Gewandung im Occident und im Orient,
Friburgo 1907, pp. 509-10; Id., I paramenti sacri,
Torino 1914, pp. 163-64.
Pietro Siffrin
da Enciclopedia Cattolica, XII,
Città del Vaticano, 1954, coll. 1826-1827
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ultimo aggiornamento:
29/11/2009 |
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